Westbrook e Paul, playmaker diversi ma destino simile

Westbrook e Paul, playmaker diversi ma destino simile

Anche questa stagione si è conclusa senza anelli per Russell Westbrook e Chris Paul, due delle migliori point guard in circolazione ancora a secco di titoli.

di Marco Morandi

Parlare di ruoli nella NBA moderna è altamente anacronistico, ma perdonateci se in questa sede tratteremo Chris Paul e Russell Westbrook come due playmaker, o point guard che dir si voglia.
Il primo è uno degli interpreti più vicini al playmaker tradizionale che siano rimasti in circolazione, o almeno lo era prima di atterrare a Houston e cominciare a sparare triple senza soluzione di continuità per seguire il sistema D’Antoni; il secondo invece è il prototipo di PG del futuro, un tuttofare super atletico che oltre a portar palla spesso e volentieri è il miglior marcatore, rimbalzista e passatore della squadra.

Sarà anche per il diverso approccio al gioco, ma la differenza di età tra i due è molto minore di quanto si direbbe: il piccolo Paul, rapido nel breve ma non troppo sui 28 metri, grande ball-handler, roccioso e alla sua terza casacca in NBA ha 33 anni, mentre RW0, con i suoi muscoli raggianti, i contropiedi fulminanti e gli zompi ignoranti, non si direbbe ma conta già 30 primavere, di cui 10 passate a OKC. Paul per certi aspetti sembra più il padre di Westbrook, che un suo semi-coetaneo.
Tanto per rendere la diversità dei due giocatori (che pur condividono il ruolo), CP3 in carriera ha meno di 14 tiri presi a partita con 2.4 perse, mentre Russell tira oltre 18 volte e perde 4 palloni a gara (4.7 dal 2014 a oggi), il tutto in un minutaggio medio molto simile (35.3 minuti contro 34.4).

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Ma due cose che li accomunano ci sono: la viscerale voglia di vincere e l’incapacità di farlo.
Si parla di vincere un titolo, di arrivare fino in fondo, perché i nostri hanno ampiamente dimostrato di saper portare i loro a vittorie anche importanti, ma la mensola sul caminetto è ancora vuota; e in America c’è questa spiacevolissima consuetudine secondo la quale se non hai vinto almeno un anello, non ti puoi sedere al tavolo coi migliori.
E se per Paul si può parlare di scalogna nera, almeno nelle ultime stagioni concluse potendo solo guardare i suoi compagni perdere ai Playoffs, Westbrook sembra voler a tutti i costi fare da sé, anche quando si ritrova in squadra talenti come Durant, Anthony o George, anche quando smazza 15 assist; l’impressione è che voglia dimostrare di poter vincere da solo, con il dovuto rispetto pare quasi un LeBron in miniatura, solo più incazzato col mondo e meno tecnico, ma nemmeno James si porta a casa un anello senza affidarsi ai compagni ogni tanto.

I vari Ewing, Miller, Stockton e Malone hanno trovato spesso e volentieri Jordan sulla loro strada, uno che quando il gioco si faceva duro, si travestiva da Dio; Paul e Westbrook invece vivono l’era del sopracitato Prescelto, ma hanno incrociato il suo cammino solo una volta, nelle finali del 2012 tra OKC e Miami: non si può certo parlare di bestia nera.
Quali sono dunque le ragioni di tante e tali sconfitte per Paul e Westbrook, due dei playmaker più forti al mondo? Perché, nonostante le loro indubbie qualità, non sono riusciti ancora a vincere l’ultima gara della stagione?
Il poeta canta che la risposta soffia nel vento, d’altronde capire i motivi di una sconfitta è il segreto più grande per non ripeterla; se Chris Paul e Russell Westbrook non sono ancora arrivati a comprenderli, non potrà di certo farlo qualcun altro al posto loro.
D’altronde, nell’NBA di oggi per vincere bisogna costruire un team-corazzata: Westbrook si è trovato più di una volta dei compagni di altissimo livello (prima Harden e Durant, poi Anthony e George) ma la squadra è sempre implosa su sé stessa, mentre Paul ha spesso e volentieri alzato lui stesso il livello dei compagni, ma mai abbastanza; questa stagione è stata l’unica di CP3 in cui non era il go-to-guy della propria squadra, sarà un caso che è stata anche quella in cui è andato più vicino alle finali?

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