Westbrook, Harden e l’era degli MVP che non difendono

Il premio di Miglior giocatore dovrebbe andare al più bravo su entrambi i lati del campo, ma la tendenza è un’altra.

di Marco Morandi

Doverosa premessa: questo non vuole essere un inno nostalgico. I tempi cambiano, il basket cambia e i giocatori cambiano, non ce ne lamentiamo.

Come ogni anno, a metà stagione cominciano a delinearsi i candidati al premio di MVP: oltre ai soliti noti LeBron, Steph e KD (tra le altre cose, vincitori delle ultime 5 edizioni del premio), in questi primi mesi di NBA 2016/17 sono saliti prepotentemente alla ribalta James Harden e Russell Westbrook, oltre al folletto di Boston Isaiah Thomas. Quest’ultimo è obiettivamente un passo indietro rispetto ai primi due, ma tutti e tre condividono il poco (a tratti, nullo) interesse della questione quando la palla è in mano agli avversari.

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Il #4 dei Celtics ha infatti oltre 29 punti di media a partita con il 91.8% ai liberi, il 37.9% da tre e il 52.9% da due (incredibile, se si pensa che è alto 175 cm e ha preso circa due terzi dei suoi tiri da due a meno di tre metri dal ferro), ma è un difensore decisamente sotto alla media NBA; e se nel suo caso la stazza potrebbe giustificare le difficoltà quando la palla è in mano agli avversari (anche se l’attitudine è comunque pessima), lo stesso non si può dire per Westbrook e Harden.

Russell Westbrook viene da un’esperienza collegiale a UCLA in cui era considerato addirittura quasi uno specialista, tanto che nel 2008 vinse il premio come Miglior Difensore della Pac-10; ma una volta atterrato in NBA si è piegato ai princìpi della termodinamica facendo corrispondere alla sua incredibile evoluzione come attaccante, una reazione uguale e contraria in difesa: con quella rapidità di gambe potrebbe tenere il primo passo di un ghepardo, ma lui pare preferire di gran lunga farsi battere dal bradipo di turno per cercargli la palla da dietro. È proprio questa estenuante ricerca della giocata a effetto, la voglia di chiudere al più presto la pratica per volare a schiacciare dall’altra parte, che lo ha reso un difensore appena mediocre, e tenendo conto delle sue potenzialità il giudizio diventa ancora meno lusinghiero.

Il Barba, al contrario, non era un condottiero in difesa ai tempi del college, ma questo non lo ha fermato dal divenire colui che è unanimemente identificato (giusto o sbagliato che sia) come il peggior difensore dell’NBA. Ha contribuito in maniera sostanziosa a valergli questa poco invidiabile agnizione la rubrica “Shaqtin’ a fool”, che non si lascia scappare nemmeno un’amnesia difensiva dell’ex OKC.
Eccone un estratto della stagione scorsa (il fatto che duri 8 minuti e mezzo è già piuttosto indicativo di per sé):

 

 

Il fatto che tra i più accreditati al premio di MVP di quest’anno troviamo quasi solo difensori nella norma (Kevin Durant, Steph Curry) o sotto la media (come il sopracitato terzetto delle meraviglie), è solo l’ennesima dimostrazione dell’evoluzione di questo basket.
Talenti come Kawhi Leonard o Jimmy Butler, con statistiche del genere e così decisivi su entrambi i lati del campo, non più tardi di 10/15 anni fa sarebbero stati ottimi pretendenti al titolo di miglior giocatore, mentre oggi possono appena sperare in quello di miglior difensore, o di giocatore più migliorato.

Si può dire che la tendenza sia cambiata all’inizio di questo millennio, quando Allen Iverson sorpassò abbastanza nettamente Tim Duncan nelle votazioni per l’MVP (e conosciamo tutti l’attitudine difensiva di AI…); dopo di lui, la doppietta di MVP dello stesso Duncan e nel 2004 il premio a Kevin Garnett (ottimi difensori entrambi), ma ormai Iverson aveva aperto la nuova via, Steve Nash e Dirk Nowitzki non fecero altro che batterla bene per tre stagioni e il sentiero è rimasto ben visibile anche dopo i sei anni di dominio Bryant/James/Rose.

Che sia davvero la nuova linea di tendenza, quella dell’MVP che pensa solo all’attacco? Vedremo a chi andrà il premio 2017 e quelli successivi, per poter rispondere.

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