Quando i rookies non avevano gabbie salariali: la storia di Jim Jackson

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Nella Nba odierna siamo abituati ad una gestione rigida dei contratti dei rookies: nessuna trattativa, ma una gabbia salariale che decide che contratto può firmare la matricola a seconda della posizione al draft. Ma fino a pochi anni fa non era così, ed ogni tanto capitava che l’accordo fra giocatore e squadra arrivasse a stagione inoltrata, come capitò a Jim Jackson.

IL DRAFT DEL 1992 – Jim Jackson era il miglior esterno di un draft strepitoso, quello del 1992. La prima scelta fu Shaquille O’Neal e la seconda Alonzo Mourning, mentre la numero tre fu Christian Laettner, all’epoca una sorta di fidanzato d’America, tenuto in così grande considerazione da essere inserito nel Dream Team di Barcellona ’92. Al numero quattro venne scelto Jackson, dai Dallas Mavericks.

Jim aveva disputato tre stagioni sensazionali ad Ohio State, diventando una presenza fissa nel quintetto All American. Dallas era una squadra reduce da due annate terribili, dopo che negli anni 80 era sempre stata competitiva, e Jackson doveva essere la pietra angolare della ricostruzione, accanto al veterano Derek Harper. Ma quando Donald Carter, l’allora proprietario dei Mavs, si sedette attorno al tavolo con Jim Jackson, le cose furono decisamente più complicate del previsto.

Come detto all’epoca non esistevano vincoli per i rookies, ogni matricola trattava con la squadra che lo aveva scelto, e di solito si finiva per trovare un accordo. L’alternativa era che il giocatore saltava l’anno, per poi però ripresentarsi al draft successivo, o che la squadra decideva di liberarsene scambiando la scelta. Billy Owens l’anno precedente era stato un caso esemplare: scelto con il numero 3 non trovò l’accordo con i Kings che decisero di scambiarlo con i Warriors con i quali Owens firmò il contratto. Da quello scambio Sacramento ottenne Mitch Richmond, forse il giocatore più amato nella storia della franchigia.

LA LOTTA PER IL CONTRATTO – Quando Carter e Jackson iniziarono a discutere, entrambi avevano le idee chiare. In una recente trasmissione radiofonica l’ex ala piccola ha raccontato la sua versione.

Lui fece un ragionamento semplice: quelli scelti prima di me meritano più di me evidentemente. Chris Laettner aveva firmato per 25 milioni di dollari in sei anni, quindi quello era il limite superiore. Ma non voleva scendere troppo per due motivi: andare al ribasso all’inizio avrebbe influenzato quanto lo avrebbero valutato negli anni successivi, e accettare un contratto troppo basso avrebbe potuto mettere in difficoltà chi veniva dopo di lui nel draft e chi la stagione successiva sarebbe stato scelto al numero quattro.

Ma il proprietario dei Mavs aveva una semplice idea: non voleva pagare così tanto una guardia. Quello che sembrava un normale inizio di trattativa divenne ben presto una questione di principio. Jackson voleva 23 milioni in sei anni, i Mavs ne offrivano meno di 14 in cinque anni. Jackson scese a 21, ma da lì non si mosse più. Nel frattempo i Mavs erano un disastro: senza il go to guy designato erano una squadra senza capo né coda, che infilava figuracce in serie. Il ritmo era una vittoria al mese, tanto che per arriva a 4 W si dovette aspettare il 5 febbraio. In trasferta poi erano solo batoste.

La proprietà prova a superare lo stallo offrendo dei bonus, ma Jackson ormai è irremovibile, ne fa una questione di principio. La situazione si complica perché, secondo quanto racconta Jackson, interviene anche David Stern, che si schiera dalla parte della franchigia, sostenendo che bisognava smettere di regalare soldi a questi ragazzini. Stern era particolarmente preoccupato perché in quella stagione anche Doug Christie, scelto da Seattle, era salito sull’Aventino, e dopo il caso di Owens il rischio che diventasse prassi diffusa era dietro l’angolo.

Dallas, convinta dal sostegno della Lega, decide allora di tenere il punto, nonostante il record diventasse sempre più pesante. Il cambio di allenatore non era servito a nulla, le sconfitte si susseguivano senza soluzione di continuità. I Mavs provano anche a scambiare la scelta, ma non vogliono accontentarsi, pretendono di essere ricompensati per il valore del giocatore.

Si arrivò così agli avvocati, con Jackson ed il suo agente che citarono in giudizio sia i Mavs che la Nba, accusandoli di pratiche restrittive del mercato, in quanto l’intervento di Stern veniva configurato come una pratica di cartello. A quel punto, quando i legali della Nba valutarono quanto la causa potesse essere pericolosa, convinsero Carter e Stern a più miti consigli. Il 4 marzo finalmente le parti firmano il contratto davanti ai giornalisti: l’accordo si trova sui 19 milioni in sei anni.

Jackson fa il suo esordio il 5 marzo, ovviamente in una sconfitta, ma con lui in campo i Mavs vinceranno 7 partite su 28, portando il totale in stagione alla strepitosa quota di 11.

threeJsLA REGOLA CAMBIA – Jackson riempirà i sogni dei tifosi dei Mavs per altre 3 stagioni e mezzo. Nei due anni successivi sarebbero arrivati dal draft Jamaal Mashburn e Jason Kidd a formare i cosiddetti Three J’s. Furono un trio formidabile quanto sfortunato, visti gli infortuni che ne hanno minato quel periodo, e a metà della stagione 96-97 il terzetto venne sciolto. All’epoca la voce era che Kidd e Jackson, all’epoca molto amici, avessero litigato per una donna, la cantante Tony Braxton. Tutti hanno sempre smentito ma sta di fatto che Jackson finì la stagione ai Nets e Kidd a Phoenix.

Nel frattempo la negoziazione libera dei rookies era già diventata storia. La goccia che fece traboccare il vaso fu la richiesta di 100 milioni di dollari per sei anni che fece Glenn Robinson ai Milwaukee Bucks dopo essere stato scelto al numero uno del draft del 1994. Alla fine Big Dog firmò proprio a ridosso dell’inizio della stagione per circa 30 milioni in sei anni, ma a quel punto Stern non ne poteva più, e nel CBA in vigore dal 1995 fece introdurre le gabbie salariali come ora le conosciamo.

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