30 X 30: I Portland Trail Blazers

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Di “Nicknames” affascinanti ne possiamo trovare a dozzine per la città dell’Oregon: dai famosi Jail Blazers, capeggiati dall’ineffabile Rasheed Wallace dei primi anni 2000 o la Rip City Rhapsody di Josh Mellicker che dal 1985 è diventato il nome per identificare la squadra, anche se è stato lo speaker Bill Schonely a coniare il termine “Rip City” a seguito di una vittoria di Portland contro i fortissimi Lakers del ‘71. Last but not least, il più antico e tutt’ora ufficiale nomignolo della città è quello di “City of Roses” affibbiato per la prima volta nel 1905 dal sindaco Harry Lane che sentiva la necessità di tenere un “Festival of Roses”. L’anno seguente si compì l’idea del sindaco e da quel giorno nei giardini delle case di Portland, spuntarono migliaia di Rose che caratterizzano tutt’ora la città. www.nba.com I Portland Trail Blazers nascono ufficialmente il 6 febbraio del 1970 assieme ad altre due franchigie: i Buffalo Braves (ora Los Angeles Clippers) ed i Cleveland Cavaliers. Nei primi 6 anni la squadra fallisce l’approdo ai Playoffs nonostante avessero la scelta numero 1 al Draft del ’72, selezionando LaRue Martin, e del ’74, selezionando il futuro hall of famer Bill Walton. Il capitolo Draft tornerà spesso di attualità anche negli anni a venire. L’ERA BILL WALTON: IL PRIMO ED UNICO TRIONFO La stagione 76-77 si apre con la fusione tra ABA e NBA che provoca l’approdo di moltissimi giocatori tramite una sorta di Draft a sé stante dove Portland seleziona Maurice Lucas mentre sulla panchina si siede Jack Ramsay. I due, con la stella Bill Walton, formano un terzetto straordinario e non solo arrivano per la prima volta alla post season, ma arrivano fino in fondo superando i Lakers di Kareem Abdul Jabbar con un secco 4-0 ed i 76ers in rimonta per 4-2. Walton fu ovviamente l’MVP delle Finals, registrando in Gara 6 una prestazione da 20 punti 23 rimbalzi 7 assist e 8 stoppate!

Bill Walton e Jack Ramsay con il titolo NBA – www.wikimedia.org
La stagione seguente sembra già segnata con Portland che chiude con un record di 50-10 ma Walton si infortuna per due volte al piede ed i Trail Blazers non riescono a ripetere la cavalcata del ’77. Nell’estate del 1978 i Trail Blazers ottengono nuovamente la prima scelta assoluta al Draft ma ecco il primo grande errore: chiamano Mychal Thompson, centro bahamense di Minnesota lasciandosi alle spalle il primo grande rimpianto che porta il nome di Larry Bird, scelto alla #6 dai Boston Celtics. I malumori di Walton condizionano le successive due stagioni al termine delle quali la squadra viene completamente smantellata. L’ERA CLYDE DREXLER: CLOSE BUT NOT CIGAR Dopo qualche annata trascorsa nell’ombra, nel Draft del 1983, Portland seleziona Clyde “The Glide” Drexler con la #14, che diventerà in seguito il punto di riferimento della squadra per oltre una decade. L’anno seguente i Trail Blazers ottengono la scelta #2 alle spalle della già scontata #1 di Olajuwon ai Rockets. Portland chiama Sam Bowie, centro da Kentucky così Chicago alla #3 chiama un certo Micheal Jordan: verrà semplicemente ricordata come la scelta peggiore di tutti i tempi. Ad onor del vero tutti i GM dell’epoca avrebbero scelto Bowie considerato un predestinato che venne purtroppo frenato da gravi infortuni alle gambe; la semplice dimostrazione di come il Draft non fosse e non sia una scienza esatta nella quale entrano in gioco milioni di variabili.
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La squadra non decolla ma nel 1988 Paul Allen decide di acquistare la franchigia completando una vera e propria rivoluzione. La squadra passa in mano a Rick Adelman e complici due trade che portarono in Oregon Jerome Kersey, Kevin Duckworth ma soprattutto Buck Williams, la squadra trova una grande intesa e guidata da Drexler raggiunge le Finals nel ’90 e nel ’92; sfortunatamente Portland si trova davanti prima Isaiah Thomas ed i suoi “Bad Boys” di Detroit, poi i Bulls di quel Jordan a cui avevano preferito Bowie. Come Walton nel 1979 anche Drexler inizia a perdere fiducia nell’organizzazione e nel 1995, nonostante l’ingresso di Bob Whitsitt come general manager ed il trasferimento verso il nuovo Rose Garden da 20 mila posti, The Glyde viene trasferito a Houston e Portland torna a navigare nei bassi fondi della classifica per un paio di anni. THE JAIL BLAZERS: GENIO E SREGOLATEZZA Con una serie di scelte azzeccate sul mercato i nuovi Blazers tornano ai vertici della lega raggiungendo le finali di Conference nel 1999 sotto la sapiente guida di Mike Dunleavy e guidati in campo dall’estro di Stoudemire e Wallace, e dal più grande secondo violino di sempre ovvero Scottie Pippen, ormai a fine carriera. L’anno seguente raggiungono nuovamente le finali di Conference ma sbattano contro i futuri campioni dei Los Angeles Lakers in una Gara 7 passata alla storia come una delle più grandi rimonte di sempre.
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Whitsitt non aveva di certo badato a spese nel tentativo di riportare Portland sul tetto del mondo, ma le forti personalità in quello spogliatoio non riuscirono a convivere più di tanto ed ecco l’origine dei “Jail Blazers”: Wallace, Stoudemire e Woods vennero scoperti in possesso di Marijuana, Randolph e Patterson instaurarono un incontro di boxe durante un allenamento e Bonzi Wells venne multato di 50 mila dollari per queste dichiarazioni:” We’re not really going to worry about what the hell (the fans) think about us. They really don’t matter to us. They can boo us everyday, but they’re still going to ask for our autographs if they see us on the street. That’s why they’re fans, and we’re NBA players”. Da quel momento l’afflusso di pubblico al Rose Garden iniziò inevitabilmente a diminuire, tanto da non lasciare altra scelta a Paul Allen se non quella di vendere la franchigia per acquistare la squadra NFL dei Seattle Seahawks. Whitsitt venne allontanato e la squadra lasciata allo sbando fino al 2006. ROY E ALDRIDGE: LA RINASCITA MANCATA Durante il Draft del 2006, il nuovo team president Steve Patterson riuscì ad ottenere la seconda e la sesta scelta tramite due trade con i Chicago Bulls ed i Minnesota T’Wolves, riuscendo così a mettere le mani su LaMarcus Aldridge e Brandon Roy. Guidata dai due rookie, la squadra migliora il record di 11 vittorie e Roy viene eletto Rookie dell’anno. Il cerchio sembra completarsi l’anno seguente quando Portland vince la lottery, ottenendo quindi la prima chiamata nel Draft 2007 in cui selezionano il centro da Ohio State, Greg Oden, da tutti considerato il nuovo Shaquille O’Neal. Il problema è che alla #2, Seattle chiama Kevin Durant e non avete bisogno di me per sapere oggi chi ha fatto la scelta migliore. In questi 7 anni Oden ha passato più tempo dal chirurgo che in campo, dopo aver sofferto di numerosi infortuni alle ginocchia ed ai piedi mentre KD è stato recentemente votato MVP della lega.
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Non solo, ma anche Brandon Roy viene falcidiato dalla malasorte e costretto spesso ai box, tanto da dichiarare il suo ritiro nel 2011 a soli 27 anni. La società quindi decide di ripartire nuovamente da zero, o meglio da LaMarcus Aldridge, dopo che la sfortuna ha impedito il formarsi chissà, di una possibile dinastia. LILLARD E LA RINASCITA TANTO ATTESA? L’estate del 2012 è ricca di cambiamenti: Larry Miller torna alla Nike e lascia il posto a Neil Olshey che affida la panchina a Terry Stotts, assistente di Carlisle ai Mavericks freschi campioni NBA. Dal Draft si pesca alla grande con Damian Lillard che verrà eletto ad unanimità Rookie of the Year, ma la squadra è ancora una volta falcidiata dagli infortuni che colpiscono 3/5 del quintetto: Aldridge, Batum e Matthews.
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La stagione 13-14 si conclude finalmente senza infortuni ed i nuovi, giovani e freschi Trail Blazers possono finalmente dimostrare tutto il loro valore guidati da uno degli assi play-pivot più incisivi della lega: Lillard e Aldridge, ormai a tutti gli effetti due All-Stars. Con Robin Lopez, Batum e Matthwes a completare il quintetto e con giocatori di talento dalla panchina come Barton e McCollum, Portland torna finalmente ai Playoffs dove supera la più quotata Houston in Gara 6 con un’autentica prodezza di Lillard sulla sirena, ma al secondo turno viene sconfitta per mano dei futuri campioni dei San Antonio Spurs. Con i ritocchi giusti, questa squadra può davvero ambire al traguardo più importante nei prossimi anni.

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