30×30: i Toronto Raptors

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Il 1° Novembre 1946 Oscar “Ossie” Schectman, ebreo figlio di emigrati russi, segna il primo canestro della allora Basketball Association of America (BAA). Siamo ai Maple Leaf Gardens, casa leggendaria dell’hockey su ghiaccio canadese: qui i New York Knickerbockers di Schechtman sono infatti impegnati contro i Toronto Huskies, franchigia che vede la luce tra il disinteresse dei media e difficoltà dirigenziali. Nel 1949, la BAA si espande fino a diventare la nostra cara NBA, ma il disastro economico e tecnico degli Huskies scrive la parola “Arrivederci” sul basket professionistico nello stato della foglia d’acero.   E così, bisogna aspettare fino al 1993, anno in cui la NBA annuncia di voler espandere le sue propaggini al di fuori degli USA. Prima tocca ai Toronto Raptors, già, Raptors e non Huskies (e a breve spenderemo due parole su questo cambio di nickname) e un anno dopo ai Vancouver Grizzlies che, dopo appena sei stagioni, si sposteranno in Tennessee diventando gli odierni Memphis Grizzlies. L’evoluzione del logo dei Raptors     La notevole somiglianza tra i lupi grigi (logo dei Minnesota Timberwolves) e gli huskies, rende però difficile la creazione di un logo che ben caratterizzi la franchigia di Toronto: come spesso accade in questi casi, è l’opinione pubblica a scegliere la nuova denominazione e, se oggi parliamo dei Raptors, in gran parte bisogna ringraziare la popolarità dei dinosauri di Jurassic Park (film cult in quegli anni).   Il presidente è il magnate delle comunicazioni John Bitove, il GM una leggenda del basket NBA come Isiah Thomas che, tradendo il suo passato da Bad Boy, nomina head coach Brendan Malone (a lungo assistente ai Detroit Pistons): inizia così l’avventura di Toronto nel mondo NBA e, fatto inevitabile per una squadra che nasce con un expansion Draft (chiedere ai Bobcats/Hornets di oggi per ulteriori conferme), il processo di affermazione come realtà cestistica rischia di essere lungo e laborioso, nonché costellato di insuccessi e cattivi risultati. Questi Raptors trascorrono i primi quattro anni della loro avventura in mezzo ad un complesso processo di assestamento della proprietà, e le uniche note liete sul parquet rispondono al nome di Damon Stoudamire (Rookie of the Year 1996) e un ragazzo molto promettente, un certo Tracy McGrady.       L’AVVENTO DI CARTER Considerata la spietata competizione della lega, si può dire che Toronto abbia bruciato le tappe nella scalata verso il successo: cambio di proprietà nel 1998, nuova location casalinga (Air Canada Centre), nuovo GM (Greg Grunwald, al posto del dimissionario Thomas). Ma soprattutto, in sede di Draft i canadesi scelgono Antawn Jamison per scambiarlo immediatamente con Vince Carter, forza della natura destinata a cambiare il concetto di “esplosività”. Con la presenza dell’esperto Antonio Davis nel frontcourt, con guardie di spessore quali Muggsy Bogues, Dell Curry e Doug Christie nel backcourt, oltre alla crescita esponenziale di T-Mac, Toronto centra il suo primo accesso ai Playoff della Eastern Conference nella sua storia (45-37 il record, terzo posto nella Central Division). In offseason, McGrady si accasa ai Magic, ma i Raptors del neo-coach Lenny Wilkens stabiliscono il record di franchigia con 47 vittorie e si presentano nuovamente ai Playoff; trascinati da un sontuoso Carter autore di 59 punti tra gara 4 e gara 5, Toronto ribalta la serie contro i Knicks e vendica la sconfitta al primo turno dell’anno precedente. La semifinale della Eastern Conference del 2001 si consacra come una delle serie più combattute degli ultimi anni, risolta dopo sette intensi episodi e uno sfortunato tiro sulla sirena di Vinsanity, morto sui ferri di Philadelphia: il duello a distanza tra Carter e Allen Iverson ha le stimmate della leggenda, con quest’ultimo autore di prestazioni statistiche al di fuori delle possibilità umane. Tanto per mettere sul piatto due numeri, due cinquantelli nella serie e 16 assist smazzati nella decisiva gara 7 dal play dei Sixers.   IL PERIODO NERO(PT.1): Nonostante questa parentesi entusiasmante, Toronto non riesce a bissare e a migliorare le Semifinali 2001, precipitando in una spirale di infortuni (di Carter in primis) e fallendo l’esperimento “Olajuwon”, lontano parente del The Dream dei fasti in maglia Rockets. La firma del leggendario lungo africano non portò infatti la consistenza sperata nel frontcourt, fino a toccare il punto più basso nella disastrosa stagione 2003 da 58 sconfitte. Ciò consente ai Raptors di ottenere una scelta alta nel Draft di quell’anno, pick che viene spesa su Chris Bosh, destinato a diventare il futuro uomo franchigia: con Carter che inizia a manifestare segni di insofferenza verso la dirigenza, scelte discutibili al Draft 2004 (su tutti Araujo, autentico bust), esplode il malcontento con la cessione di Vincredible ai New Jersey Nets. L’ala grande in uscita da Georgia Tech diventa così il volto nuovo dei canadesi, sulle cui spalle poggiare le fortune e le ambizioni del nuovo GM Babcock…Peccato che dopo solo un anno dall’insediamento, Babcock paga i postumi della trade di Carter e un andazzo sempre più negativo del rendimento in campo, venendo licenziato.   “RIVOLUZIONE FIBA”: Il rilancio parte prima di tutto da una ristrutturazione dell’organico dirigenziale, e l’uomo chiamato a risollevare le sorti dei Raptors è Bryan Colangelo. Premiato come Executive of the Year nel 2005 per il lavoro magistrale svolto a Phoenix, diventa nel Febbraio del 2006 il nuovo General Manager dei canadesi.

Andrea Bargnani,simbolo della svolta europea della franchigia
E con l’avvento di Colangelo, Toronto guarda all’Europa: proseguendo la strada imboccata un anno prima con le firme di Ukic, Slokar e Calderon, dalla Benetton Treviso arriva Maurizio Gherardini come viceGM e, contemporaneamente, Andrea Bargnani viene scelto con la prima scelta assoluta al Draft del 2006. A completare il quadro di giocatori provenienti dal mercato FIBA si aggiungono Anthony Parker (dominatore dell’Eurolega con il Maccabi Tel Aviv dal 2003 al 2006) e Jorge Garbajosa, ala spagnola dai grandi mezzi tecnici in uscita da Badalona. Con la crescita esponenziale di Bosh e la firma di T.J. Ford in cabina di regia, Toronto centra il primato nella Atlantic Division (in cui milita dal 2005): Colangelo è nuovamente nominato Executive of the Year, Sam Mitchell guadagna il riconoscimento di Coach of the Year e i Raptors ritornano ai Playoff della Eastern Conference. Nonostante la sconfitta 4-2 proprio contro il grande-ex Vince Carter e i suoi Nets, Toronto sembra finalmente pronta a tornare a competere nell’élite della Eastern Conference. Eppure, come sappiamo bene, le cose vanno diversamente: il progetto Bargnani non esplode mai, per problemi fisici e tattici, gli infortuni si abbattono sul roster limitandone le aspettative e non consentendo di andare oltre un primo turno di Playoff contro i Magic, malamente concluso con un 4-1. Da qui in poi, la situazione precipita con l’esonero di Sam Mitchell e l’inadeguatezza di elementi quali Shawn Marion e Jermaine O’Neal, non idonei per garantire il giusto upgrade attorno al talento smisurato di Chris Bosh. Inevitabilmente, anche Bosh saluta i Raptors nell’estate 2010 e si accasa a Miami lasciando un cumulo di macerie ed incertezze sul parquet dell’Air Canada Centre.   IL PERIODO NERO(PT.2) E LA RINASCITA: #WETHENORTH Nella calda estate dei free agent e della chiacchierata Decision di LeBron James, Toronto si trova ora di fronte ad un nuovo punto interrogativo sul suo futuro. Dopo due annate (2010-2011 e 2011-2012) di puro tanking e, falliti gli approdi, in due offseason consecutive, di Tyson Chandler e Steve Nash, i Raptors provano a ripartire dal Draft: le scommesse si chiamano Jonas Valanciunas (quinta scelta assoluta nel 2011) e Terrence Ross (ottava scelta assoluta nel 2012).
Riuscirà DeRozan a trascinare i Raptors ad un successo?
Con la firma di Lowry e la partenza di Calderon in un maxi-scambio che porta Rudy Gay a vestire la canotta rosso-argento, appare chiaro come il backcourt sia affidato alle mani di Lowry e DeRozan (scelto nel 2009), pronti a portare in dote alla causa atletismo e grandi mezzi tecnici. Nel frattempo, durante la scorsa offseason, prende le redini della dirigenza l’ex-GM dei Denver Nuggets, Masai Ujiri: pronti, via e con un’abile mossa decide di sacrificare Bargnani spedendolo a New York in cambio del nulla o quasi(da un punto di vista tecnico) ma liberando prezioso spazio salariale. Ma la mossa determinante avviene il 9 Dicembre 2013, quando Ujiri dà il via libera alla trade di Rudy Gay (messo così alla porta dopo nemmeno un anno), portando alla corte di coach Casey l’esperienza di un veterano quale Salmons, la fisicità di Patrick Patterson e il fosforo in fase di playmaking con Vasquez. Da qui in poi, Toronto mette il turbo: 10-3 il record immediatamente successivo alla trade e, traguardo fondamentale, arrivano i Playoff per la prima volta dal 2008 (addirittura da campioni della Atlantic Division). #WeTheNorth è il grido di battaglia di una squadra improvvisamente tornata combattiva, simbolicamente i Raptors sono “Il Nord” geografico della Lega e, metaforicamente, minacciano di spazzare i parquet della Lega con il gelido vento dell’Ontario. Per questa stagione, l’avventura si ferma, per uno scherzo della sorte, ancora contro i Nets (proprio come nel 2007), ma le prospettive per il futuro meritano una attenta analisi, necessaria per cercare di capire se Toronto proseguirà nella sua consacrazione o se rischia di ricadere nel baratro dopo una rinascita furiosa. La situazione più spinosa sembra essere quella di Kyle Lowry che, secondo rumors di queste ore, sembrerebbe vicinissimo ad un accordo con i Miami Heat: è lui l’uomo chiave del backcourt e Ujiri ha dichiarato di provare a trattenerlo a tutti i costi ma, in caso di partenza per Miami o un’altra contender, le alternative sono Vasquez e De Colo. Entrambi restricted free agent, non è sicura la loro permanenza in Canada ma, alla luce delle scelte appena compiute al Draft, tutto lascia pensare che Toronto proverà a rifirmare entrambi, a maggior ragione se partisse Lowry. In posizione di guardia, la certezza è DeRozan, sempre più in via di consacrazione definitiva; alle sue spalle c’è lo scomodo contratto di Landry Fields (6.2 milioni di $ per la prossima stagione), scomodo soprattutto in relazione al suo impatto sul parquet (finora scarso). Sia lui che Steve Novak (altro roleplayer impiegato pochissimo da coach Casey) potrebbero però giovare della partenza di John Salmons, non più nei piani della dirigenza così come Tyler Hansbrough, che libererà spazio sotto i tabelloni; è invece atteso alla consacrazione Terrence Ross che dovrà, prima di tutto, trovare il giusto equilibrio con DeRozan. Il vero punto interrogativo viene però dal Brasile: Toronto ha sorpreso tutti scegliendo alla posizione n°20 Bruno Caboclo, noto praticamente a nessuno al di fuori dello staff di Ujiri e sbarcato come un autentico oggetto misterioso. La sensazione è che i canadesi abbiano scommesso tanto su di lui, un po’ come successo quest’anno a Milwaukee con Antetokounmpo, ma che un posto di rilievo nelle rotazioni gli spetti di diritto. Posto che invece non dovrebbe essere garantito per l’altra scelta di questo Draft, quel DeAndre Daniels fresco campione NCAA con UConn ma evidentemente considerato ancora acerbo per la causa. Più sicura la situazione in posizione di ala-grande/centro, con Amir Johnson e Valanciunas confermatissimi e con il probabile ritorno di Patterson. Queste le carte in tavola a Toronto: ad oggi è difficile pensare ai Raptors come a una contender ma, qualora esplodesse Caboclo e venisse aggiunto qualche prezioso tassello in free-agency, lo slogan #WeTheNorth potrebbe ritornare di stretta attualità.