Cento di queste stagioni – Bill Russell

Nel giorno del suo 83° compleanno, ripercorriamo la stagione di commiato del grande Bill Russell, conclusasi con l’inatteso 11° anello.

di Domenico Laudando
rantsports.com

Quella che potremmo chiamare Bill-Bashing, ovvero la pratica di sminuire tramite la punta dell’iceberg statistico della carriera di Bill Russell, sarebbe a dire il suo apporto in termini di punti segnati, è la testimonianza del carattere ostinato di alcune etichette, a tratti imperiture anche dinanzi all’evidenza dei fatti. Tranquillo, Bill: Freud con le sue teorie non giace tranquillo nemmeno nella tomba, sei in buona compagnia. Dagli anni della crescita, passando per le stagioni trionfanti a Boston, fino ai giorni nostri, analisti dalle ferree convinzioni o dalla provocazione facile hanno provato a farlo passare per sopravvalutato, gli stessi che molto spesso riducono lo sport a quella che in fin dei conti è una sua convenzione: vincere o perdere. ”Russell ha vinto tantissimo ma non nel modo in cui lo hanno fatto Magic e Jordan” e ”Le statistiche dimostrano come fosse addirittura deleterio in attacco” le accuse più gettonate, che esauriscono nella finitezza dell’assunto la loro verità, senza alcuna considerazione  della benché minima sfumatura.

Vale sempre la pena di sottolineare la contraddittorietà nell’affermare che tale giocatore vince o perde in uno sport di squadra, dimenticando l’incredibile importanza che può avere mezzo metro più a destra o più a sinistra nella posizione di chi gravita intorno alla stella di una squadra con palla in mano. Discorso ancor più attinente se applicato ai Celtics degli 11 titoli in 13 anni, sprovvisti di un Chamberlain o di un West nel loro roster, ma trasfigurazione cestistica di cinque sassolini lanciati in cinque punti diversi di uno stagno le cui onde concentriche, incontrandosi, ne formavano una di dimensioni maggiori di quella generata da una singola, enorme pietra. Prosaicamente detto, ognuno in quelle squadre aveva delle consegne che venivano svolte come meglio non si poteva, e Bill era pietra angolare, centro emozionale e totem difensivo di quel memorabile sistema targato Auerbach. Pur volendo cedere alla tentazione della discussione da bar sport, i numeri personali di Russell erano di tutto rispetto, con una carriera da 15 punti a partita e l’astronomica media di 22.5 rimbalzi, ma se in quest’epoca dove i numeri riescono sempre più ad imbastire un racconto ci sono ancora i cosiddetti intangibles, figuriamoci quanto poco potessero svelare in tempi in cui nemmeno le stoppate erano conteggiate.

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E così, dopo un percorso lastricato di allori e stagioni culminate col sigaro condiviso con coach Red, Russell si presentava alla seconda stagione da giocatore-allenatore con ancora, assurdo a dirsi, qualcosa da dimostrare. La stagione 1968-1969, la sua ultima a Boston, fu la peggiore in termini di punti segnati, con sole due partite (entrambe nella postseason) con più di 20 punti segnati, ma fu la prova che quel tronco d’uomo non seguiva le nostre stesse leggi temporali, con le conseguenti fisiologiche flessioni, e che la vittoria era un’entità da lui inscindibile:

Stanchi d’assistere all’ascesa verso le gloria degli eterni rivali, i Los Angeles Lakers affiancarono Wilt Chamberlain alle loro stelle Baylor e West, formando una corazzata come poche se ne sono viste nella storia della lega mentre i Celtics di Russell, emaciati, ansimanti e coi segni del tempo addosso, complice una serie fortunata di combinazioni nei playoff, si riportarono una volta di più alle Finals per la sfida più grande di tutte: quell’ultimo atto fu l’essenza di ogni Lakers-Celtics. La principale freccia all’arco di Bill non fu più il compagno di mille battaglie Sam Jones, ma quel John Havlicek che pazientemente scalò la gerarchia di franchigia, da specialista difensivo a mortifero attaccante. Per la prima volta all’interno della rivalità, L.A. partì col fattore campo a favore, che immediatamente capitalizzò portandosi sul 2-0 nella serie. Boston sembrò avere diverse marce in meno, con l’azzardo della single coverage sui fenomenali realizzatori californiani che non trovò esito positivo, con Jerry West inarrestabile autore di 53 punti e Chamberlain decisivo col canestro della vittoria in gara 1, e nemmeno mostrare i muscoli servì a molto, siccome anche ”a schiaffi” (cosa che non destava scandalo ai tempi) i Celtics uscirono male con i punti di sutura per Nelson e l’occhio gonfio di Havlicek. Per la prima volta la quercia sembrava incrinarsi sotto i colpi dei più talentuosi avversari, fino a che non rimise piede al Garden e quelle onde concentriche incresparono le acque fin lì calme degli avversari, scossi dall’energia sprigionata dal palazzetto, con il turning point della ”sporchissima” gara 4 decisa dall’agonismo del redivivo Sam Jones con un fortunoso tiro del sorpasso a fil di sirena, dopo che gli ospiti furono a un passo dal 3-1. Quando sembrava non potesse essere di nuovo possibile, ancora una volta i Celtics entrarono sotto pelle agli avversari, in attesa dell’occasione per colpirli nelle loro più profonde certezze, e all’alba della definitiva gara 7 (dopo una vittoria a testa nelle precedenti due) di certezze i Lakers e il loro stato maggiore ne avevano a tal punto da ordinare i palloncini celebrativi e tenerli raggruppati in cima al palazzetto. Russell fece la sua mossa annunciando a West, nel riscaldamento, che quei palloncini sarebbero rimasti lì dov’erano. Tutto l’ambiente Lakers era nevrastenico, e si vide la mano del vecchio Bill, che in gara 6 tenne Chamberlain ad appena 8 punti segnati. La partita fu punto a punto con Boston sempre leggermente avanti, ma a chi assistette sembrò di trovarsi dinanzi a un film già visto, concretizzatosi nell’esclusione di un nervosissimo Wilt dal finale di partita e dal canestro benedetto dalla buona sorte di Don Nelson per sancire il successo dei Celtics, da Celtics. Con l’anima di Bill a pervadere tutto ciò.

Stimare la carriera di Bill Russell in base ai freddi numeri è come valutare il fare all’amore in base alla sigaretta postuma. Accomodando il pensiero del suo mentore Red Auerbach: gli altri sapevano fare tutto meglio di Bill e compagni, meno che batterli.

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