Cento di queste stagioni – Chris Webber

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Sporting News

Non sempre il tifoso si innamora dei vincenti. I Sonics di Kemp e Payton non superarono mai Jordan e nemmeno Stockton e Malone ebbero mai la meglio sui Bulls; così come i Suns di Nash guidati da D’Antoni, costretti a osservare da lontano i successi degli Spurs. A volte sono le medaglie d’argento a farci divertire di più, i perdenti di lusso. A Chris Webber la definizione calza a pennello. Un predestinato. Fenomeno al college coi Fab Five di Michigan, quintetto delle meraviglie e autentici eroi generazionali, ma senza mai tagliare la retina. Due sconfitte in finale, la più bruciante che lo tormenta ancora come un incubo; sotto di due punti a dieci secondi dalla sirena, con la palla in mano chiama un timeout quando il suo coach li aveva già esauriti. Fallo tecnico e vittoria consegnata a North Carolina. Poi prima scelta assoluta tra i professionisti ma una carriera che tarda a sbocciare, tra gli attriti con Don Nelson e la parentesi a Washington. Per sua sfortuna, il suo momento migliore coincide con quei tre anni in cui Shaquille O’Neal decide di dedicarsi a tempo pieno alla pallacanestro. Tra tutti i rivali dei Lakers del three-peat i suoi Kings furono tra i più agguerriti ma si guadagnarono al massimo una gara 7; quella epica del 2002, persa in casa.

Come statistiche individuali Chris Webber aveva raggiunto il picco l’anno precedente. Era stato una macchina da doppie doppie fin dal suo approdo in NBA, col vizio dell’assist per giunta, ma nel 2001 si superò con oltre 27 punti e 11 rimbalzi di media. L’anno di grazia dei Kings però è il 2002, 61-21 è il miglior record della lega e della storia della franchigia, con Mike Bibby, Peja Stojakovic, Doug Christie, Hedo Turkoglu e Vlade Divac degni compagni di Webber in una squadra esplosiva. Per C-Webb la stagione è una marcia costante, priva di acuti eccetto i 39 di una sconfitta con Seattle. Segna sempre in doppia cifra e flirta con la tripla doppia, ma l’attacco di Rick Adelman è più equilibrato e non c’è bisogno di prestazioni come il 51+26 dell’anno precedente, all’overtime contro Indiana. L’obiettivo è fare strada nei playoff e i Kings ci riescono. Jazz e Mavericks si arrendono senza opporre eccessiva resistenza, Webber si accanisce in particolare con Dallas a cui rifila 31 punti conditi da 15 rimbalzi in gara 3. In finale di conference, manco a dirlo, ci sono i Lakers che nel 2001 avevano servito lo sweep a Sacramento. Si comincia con un piglio diverso, i Kings stavolta hanno il fattore campo, ma cedono la prima alla ARCO Arena. La vendetta non tarda, in gara 3 sono gli uomini in viola ad espugnare lo Staples Center e le due squadre proseguono a scambiarsi cortesie fino alla sfida decisiva, coi Kings che per 4 miseri punti non approfittano del match point in trasferta. Per C-Webb la serie non è una passeggiata. In difesa soccorre Vlade Divac per contenere l’irresistibile Shaq, in attacco si sobbarca il peso dell’assenza di Peja Stojakovic, rientrato in corso d’opera. Oltre a un Kobe Bryant in grande spolvero Los Angeles vanta una panchina profonda e un supporting cast d’eccezione, mentre il quintetto dei Kings cede alla distanza puntellato solo dal serbo e da Bobby Jackson. Nelle ultime due partite Webber è generosissimo. Gara 6 è magistrale, 26+13 con 8 assist e il 54% abbondante dal campo, 5 falli spesi sugli avversari, ma non basta. La tensione di gara 7 piega le gambe anche a lui, tira male e si limita a 20 punti, ma coinvolge i compagni quando vede che la difesa gli si chiude intorno. Gli 11 assist sono il massimo in stagione ma sul filo di lana Stojakovic e Christie non li concretizzano dalla distanza. Si va all’overtime ma Sacramento ha la spia della riserva accesa. Un fallo dello stesso Webber manda in lunetta O’Neal, che nel frattempo dominava a rimbalzo, e il Diesel sigla un inconsueto 2/2 ai liberi. Sarà ancora una volta anello per i Lakers.

Il 2003 sembrava l’anno buono per riprovarci, infatti la dinastia dei gialloviola si chiuderà lì, C-Webb disputa un’altra stagione da purosangue e si guadagna la quinta convocazione di fila all’All Star Game. Si parla di lui anche come candidato all’MVP, ma il ginocchio fa crac sul più bello, nei playoff, e i Kings privi della loro stella si arrenderanno a Dallas.

Nella sua carriera ci sarà ancora tempo per un bel duello coi T’Wolves di Garnett, chiuso anche questo con una gara 7 perdente, un rapido passaggio a Philadelphia e il ritorno alla città natale, Detroit. Deve rinunciare allo storico numero 4, appeso al soffitto del Palace in onore di Joe Dumars, ma è felice di accontentarsi perché coi fortissimi Pistons di quegli anni C-Webb fiuta ancora una volta la vittoria. Nel 2007 tocca però a LeBron James soffiargliela da sotto il naso in finale di conference.

Dismessi i panni da giocatore Webber non ha perso tempo a vestire giacca e cravatta pur di continuare a lavorare col basket. Un predestinato come lui non poteva che diventare un fuoriclasse anche col microfono in mano; nel giro di pochi anni ce lo ritroviamo tra i cronisti più richiesti del business. Ci fa piacere ritrovare la sua faccia familiare, il suo carattere che si fa notare anche quando è seduto dietro una scrivania. Oggi compie 44 anni e Chris Webber è ancora in grandissima forma. A volte ci innamoriamo anche dei perdenti, e il suo successo dentro e fuori dal campo dimostra che non è soltanto un anello al dito a definire il valore di una carriera. Auguri C-Webb!

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