Cento di queste stagioni – Deron Williams

0
Foxsports.com
deronwilliams.com

Il modo peggiore per approcciarsi a un giudizio sulla carriera ormai al viale del tramonto di Deron Williams, è farlo tenendo conto delle esagerate aspettative che si erano addensate sopra la sua testa a un certo punto del suo percorso professionistico. Il play nativo della West Virginia, per educazione ricevuta dall’atleta di famiglia, mamma Denise a cui Deron deve per intero la sua formazione nella classica storia afroamericana del padre fuggiasco, ha sempre dato un’interpretazione classica al suo ruolo, ovvero quella di non osteggiare la palla bensì muoverla velocemente per dettare i ritmi dell’attacco. Chiaramente rispetto ad altri meri organizzatori di gioco, articolo ancora in commercio all’epoca del debutto di Williams, il talento realizzativo di ”D-Will” era più spiccato, come testimoniano i numeri alla voce punti segnati da quando prima al College, e poi nella Lega, ha preso il posto in pianta stabile nei quintetti dei suoi allenatori.

Gli anni ruggenti a Illinois, in una squadra molto sbilanciata nella distribuzione di talento tra backourt e frontcourt, culminati con la finale del torneo NCAA persa da North Carolina al suo terzo anno. I suoi compagni di reparto erano l’effervescente Dee Brown, quello che più degli altri si guadagnava le prime pagine e che maggiormente si caricava il peso offensivo sulle spalle, e il tiratore scelto Luther Head. Nella veste di saggio direttore d’orchestra Williams si esprimeva al meglio, pur senza tirarsi indietro quando c’era da assumere qualche iniziativa personale, dimostrando una capacità di organizzare tempi e spazi misteriosa per un ragazzo della sua età. Tre anni erano più che sufficienti per rendersi eleggibile al Draft 2005, e la padronanza del gioco che mostrava sul parquet gli valse la terza scelta assoluta da parte di Utah, prima nel ruolo, davanti anche a Chris Paul.

thesportsbank.net

Ora, parlare di limitati mezzi tecnici riferendosi a Deron Williams è blasfemia, parlarne in relazione a quelli a cui fu forzatamente accostato può avere diritto di cittadinanza. Il paradosso della lega più importante del mondo, è che molte volte non premia la conoscenza del gioco quanto il talento puro e cristallino e magari più impulsivo. Il repertorio di Williams, come anche la sua forma mentis, era probabilmente più indicato per un basket più manualistico come quello collegiale che per un basket professionistico che chiede a chi percepisce un determinato salario di incidere molto di più non tanto a livello statistico (le sue cifre sono spesso state ragguardevoli) quanto a livello di comando, se non addirittura dominio all’interno del sistema. Prima che si arrivasse a pretendere ciò da lui, Deron si esibì in un anno da sophomore in cui riuscì a fare il meglio possibile per se stesso e per il gruppo, ovvero la stagione 2006/2007, quella di una finale di Conference sorprendentemente raggiunta dai suoi Utah Jazz:

Dopo un anno di ambientamento al piano di sopra, Deron Williams venne scelto da Jerry Sloan come principale esecutore delle sue idee cestistiche, all’interno di un gruppo giovane e completo che vantava la multidimensionalità di Kirilenko, la presenza nel pitturato di una solida coppia di lunghi come Boozer-Okur e il lignaggio di lifer NBA quali Fisher e Harpring. Esistono grandi attori solo al cospetto di grandi film, e i Jazz di quell’annata erano materiale cinematografico, addirittura da romanzo per la mirabolante avventura di Fisher nella postseason, e Williams era quel tipo di giocatore, che riusciva ad essere grandioso nelle grandi squadre, e le sue statistiche (soprattutto quelle dei punti) erano tutte da interpretare e il suo impatto in quella cornice molto più rilevante di quello di un giocatore da 30 punti di media in una squadra da 30 vittorie. Nell’arco della stagione regolare andò spesso e largamente sopra la doppia cifra negli assist, fungendo perfettamente da alchimista tra le forze in campo del suo team, fino a quando, giunti alla postseason, alzò anche l’asticella da realizzatore risultando uno dei migliori scorer di Utah nell’epopea di quei playoff, tra i più ricordati della storia recente, che li vide sopravvivere a una gara 7 in trasferta al primo turno contro i Rockets ed eliminare le schegge impazzite degli Warriors, giustizieri della favoritissima Dallas, in 5 gare prima di soccombere ad una squadra strutturata per vincere come San Antonio, che infatti colse il titolo a fine anno. Una sconfitta rotonda che non vietò a Deron di imporsi tra i protagonisti della serie, giocata però più da attaccante da metronomo, frutto delle diaboliche scelte difensive di coach Pop.

fabwags.com

Seguirono anni di soddisfazioni individuali, tipo le convocazioni in serie nel Team USA e alla gara delle stelle, ma le sue squadre peggiorarono di anno in anno, in parte anche per via del fatto che fu proclamato go-to-guy uno che non aveva l’abitudine ad esserlo e che probabilmente nemmeno puntava a diventarlo, e che ha sofferto di qualche infortunio e delle prime tracce di cambiamento che si scorgevano nella concezione di playmaker, con la comparsa delle prime forme di point guard-primo realizzatore che hanno poi portato alle odierne macchine da punti nel ruolo da 1. Veniva chiesto questo a Deron, ma non incorporava le caratteristiche confacenti alla nuova filosofia che faceva capolino nelle scuole cestistiche d’oltreoceano, e che hanno fatto di lui un’anima in pena (ben retribuita) stagnante sul fianco del monte Olimpo, figlio di un dio minore, ma pur sempre di un dio, la qual cosa lo pone, pur senza il riconoscimento del titolo (ok i due ori olimpici, conquistati però in squadre dominanti), come giocatore degno di essere ricordato.