Cento di queste stagioni: Hakeem Olajuwon

Cento di queste stagioni: Hakeem Olajuwon

Ripercorriamo assieme la miglior stagione della lunga carriera di un mostro sacro del basket mondiale, quel Hakeem Olajuwon capace di portare i Rockets sul tetto del mondo per due anni consecutivi, dimostrandosi uno dei migliori centri di tutti i tempi.

di Elia Trevisan, @EliaTrevisan5

È difficile raccontare la miglior stagione della carriera di una leggenda che ha dominato l’NBA degli anni ’90, assieme ad un certo MJ, vincendo 2 titoli di campione NBA. Il Sogno, The Dream, ha segnato profondamente la pallacanestro mondiale come pochi nel suo ruolo hanno saputo fare. Oggi compie 54 anni Hakeem Olajuwon, Il Sogno che ha cullato i tifosi di Houston per 17 lunghe stagioni.

La stagione NBA 1993/94 si aprì senza il volto più famoso dell’intera NBA, Michael Jordan. La lotta alla successione dei Chicago Bulls, reduci da tre titoli negli ultimi tre anni, era agguerritissima. Da una parte, ad Est, i temibili Orlando Magic di Shaq&Penny, i sempre pericolosi Pistons, i giovani Hornets e i Knicks. Dall’altra, ad Ovest, corazzate come San Antonio, Houston, Phoenix, Seattle e Portland diedero vita ad un’autentica tonnara per garantirsi un posto ai Playoff, tutte con la sensazione che il titolo di campione NBA sarebbe tornato sulle calde spiagge della West Coast.
Gli Houston Rockets erano una squadra quadrata, solida, con il giusto mix di veterani e giovani emergenti. Il quintetto era composto da Kenny Smith, Vernon Maxwell, Robert Horry, Otis Thorpe e The Dream. Olajuwon si presentò ai training camp della pre-season in forma smagliante, era stato lungamente criticato per non aver mai trascinato i Rockets abbastanza in alto e ora, senza MJ, era desideroso di tentare l’impresa. Sin da subito si caricò la squadra sulle spalle portandola ad avere il miglior record quando arrivò la pausa dell’All-Star Game. Ma che tipo di giocatore era The Dream? Qualcosa di mai visto prima: un centro con una rapidità e coordinazione fuori dal comune. Ovviamente dettava legge anche nella sua metà campo. I movimenti dal post-basso di Olajuwon ormai sono leggendari e dal suo enorme bagaglio tecnico hanno attinto (con risultati spesso alterni) in ordine: Kobe Bryant, Dwight Howard e LeBron James.
Tuttavia, l’etichetta di perdente gli era già stata appioppata dai media e dagli addetti ai lavori, visto che i suoi Rockets non avevano mai oltrepassato il secondo turno Playoffs tranne nel 1986; e per uno scelto con la prima scelta assoluta nel Draft di Michael Jordan tutto ciò costituiva un peso non da poco.

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La stagione 1993/94 costituì per lui quella della rivalsa. Terminò la regular season con 27.3 punti, 11.9 rimbalzi e poco più di 3 assist smazzati a partita, tirando con il 52% dal campo. Tutto ciò condito da delle statistiche paurose per quanto riguardava la metà campo difensiva, nella quale era stato capace di rubare quasi 2 palloni a partita e rispedire al mittente 3.7 tiri ogni sera. Inutile dire che il premio di Difensore dell’anno finì nelle mani proprio del n°34 dei Rockets. La corsa per il titolo di MVP della regular season lo vide fronteggiarsi con Charles Barkley e David Robinson, ma a spuntarla fu sempre lui, The Dream, che mise così in bacheca il suo primo ed unico titolo di miglior giocatore della stagione NBA.
Ai Playoff però i Rockets si presentarono con il secondo miglior record della Western Conference, solo i Sonics di Karl erano riusciti a fare meglio. Al primo turno, ancora giocato al meglio delle 5 partite, Olajuwon&Co si sbarazzarono di Portland in 4 lunghe partite. Le buone notizie però arrivarono da Seattle siccome i Sonics, autentica bestia nera dei Rockets, erano stati battuti dai Denver Nuggets di Mutombo (la prima volta nella storia NBA che una n°8 sconfiggeva una n°1) in gara 5. La strada sembrava spianata per raggiungere la finale NBA. La serie successiva non ammetteva errori, dall’altra parte della barricata c’erano i Suns di Sir Charles. Venne fuori una serie estenuante, ma mai noiosa. La squadra in casa vinse sempre ogni match durante la serie e così, arrivati a gara 7 a The Summit (Houston), i Rockets riuscirono a spuntarla. L’anno successivo i Suns avrebbero di nuovo perso a gara 7 sempre contro Houston grazie al “bacio della morte” di Mario Elie. La finale di Conference mise davanti a Olajuwon gli Utah Jazz di Stockton e Malone. Due squadre stanche, stremate dalle fatiche della stagione regolare e dai Playoff si fronteggiarono, ma a risultare vincente furono i Rockets, anche grazie ad uno straordinario Olajuwon, che mise la museruola al postino e trascinò i suoi alla Finale NBA.

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In finale si trovarono davanti i New York Knicks. Quello che si consumò fu uno scontro totale tra due grandi squadre costruite attorno a due altrettanto grandi centri. Olajuwon, infatti, se la dovette vedere con Patrick Ewing. La serie si protrasse fino a gara 7 e viene ricordata ancora oggi come una delle più equilibrate di tutti i tempi, mai uno svantaggio superiore ai 9 punti. Il n°34 dei texani mise a referto statistiche surreali: 29 punti, 11 rimbalzi, 4 assist, 2 recuperi e 4 stoppate di media a partita, demolendo pezzo dopo pezzo il centro avversario, di gran lunga più lento e statico di Olajuwon. Gli Houston Rockets diventarono così campioni NBA per la prima volta nella loro storia e Olajuwon mise in bacheca anche il titolo di MVP delle Finals NBA, diventando così l’unico giocatore della storia NBA a vincere nella stessa stagione il premio di difensore dell’anno, quello di MVP della regular season e quello di MVP delle finali. Si ripeteranno poi l’anno successivo a discapito degli Orlando Magic.

Questa è stata la miglior stagione in carriera di una leggenda che ha anticipato di gran lunga i suoi tempi. Tempi in cui il centro era ancora il ruolo fondamentale nella pallacanestro e che ora sta scomparendo sempre più. Panta rei, tutto scorre, dicevano.

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