Cento di queste stagioni – Josh Howard

Cento di queste stagioni – Josh Howard

Le tappe della carriera di Josh Howard, tra gli intoccabili dei fortissimi Mavericks di inizio millennio, con un occhio particolare alla stagione 2005/2006

di Domenico Laudando

Da una frattura all’altra, e in mezzo una carriera dignitosa da giocatore di sistema dalla grande esuberanza fisica, con qualche picco qua e la come la convocazione alla settimana delle star anno 2007, arrivata a seguito degli infortuni di Yao Ming. Il tema degli infortuni, in un modo o nell’altro, è stato costante irriducibile della carriera di Josh Howard, non che sia una sorpresa in una lega logorante come poche, ma nel suo caso tali fatalità hanno segnato i punti nodali di una carriera.

La prima frattura, indotta, il piccolo Joshua Jay Howard la subiva da infante a seguito di una malformazione alle gambe talmente grave da spingere il medico curante alla drastica soluzione di romperle scientemente per poi riassestarle per favorire un corretto sviluppo. Duro colpo per una madre single, già costretta a tirar su un figlio in assenza del padre che aveva rifiutato la responsabilità genitoriale. La classica storia afroamericana a stelle e strisce. Certo mamma Nancy non poteva sapere che quella delicata operazione avrebbe rappresentato la rampa di lancio verso una carriera professionistica nel mondo del basket a livelli d’eccellenza, però nel corredo genetico del piccolo Josh ben presente vi era la predisposizione verso il gioco, l’unico aspetto per cui ha dovuto ringraziare il padre, tale Kevin Robinson, leggenda locale del playground.

Aspettare il proprio momento, ecco una dote che non ha mai fatto difetto ad Howard: così fu quando, ai tempi di Glenn High School a Kernersville, era di gran lunga più alto dei suoi coetanei ma non aveva ancora preso confidenza col suo corpo in continua evoluzione. La goffaggine nei movimenti era però compensata da una grande forza di volontà e da una pacatezza misteriosa per uno della sua età, virtù che esercitava una grossa influenza su tutto il team. Per questi motivi si guadagnò un posto in squadra, anche se da scaldapanchine, in attesa di capire come controllare l’impressionante macchina che si ritrovava al di sotto del collo. Nel suo anno da junior mente e corpo limarono le loro distanze e Josh iniziò a far parlare il campo, diventando l’uomo di punta di coach Napoleon Cloud, che a dispetto del nome da applicazione mobile era considerato un mammasantissima del basket dei fondamentali in North Carolina.

Le difficoltà scolastiche spinsero la famiglia a mandarlo all’Hargrave Military Academy, dove entrò agevolmente nella squadra di basket e finì sotto le cure di coach Scott Shepherd che ne rimase impressionato ma, come si conviene ad una scuola militare, lavorò sulla psiche del ragazzo al fine si renderlo più intenso, sempre all’interno delle regole del gioco, ovviamente. In quella squadra si giocava una difesa a uomo con pressing a tutto campo, e fu la sua interpretazione dei precetti di quel sistema il passaggio chiave che lo rese uno dei migliori difensori nell’arco della sua militanza in NBA. La stagione fu un successo e Josh conquistò il tanto agognato ”pass” per il college. Ora, gli atenei interessati erano diversi, il ragazzo era quasi unanimamente considerato un prospetto dal sicuro avvenire, e ce n’erano di molto importanti rispetto al relativamente piccolo Wake Forest, che un po’ di lustro aveva acquistato in quegli anni per via della comparsa di Tim Duncan, un Gronchi rosa in quella struttura. Ebbene, le influenze ambientali sono tutto nella vita di un adolescente, e Josh ricordava benissimo quanto aveva sognato di entrare in una squadra di basket collegiale quando, facendo compagnia alla mamma che lavorava da domestica a casa di un avvocato nella zona nord di Winston-Salem, passava davanti ai cancelli di Wake Forest, il college della sua città, un angolo di buona istruzione nella città industriale sede dell’impero del tabacco firmato Camel. E ”Demon Deacon” fu, per la gioia di tutti.

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La sua carriera universitaria, che ha visto anche un cambio di coach nel mezzo, è stata soddisfacente ma con qualche disavventura nei momenti decisivi che iniziò a far affiorare qualche dubbio sulla tenuta mentale del ragazzo, come quando in una sfida cruciale contro Maryland chiamò un timeout che Wake Forest non aveva provocando un fallo tecnico e il successivo libero che valse la vittoria agli avversari. Il secondo dei due coach fu Skip Prosser, con il quale il gioco di Howard fece l’effettivo salto di salto di qualità, anche da un punto di vista professionale, trasformandolo da un atleta tendente al pigro in allenamento ad un vero e proprio animale da palestra, fornendo al suo coach la passione che egli chiedeva ai suoi giocatori. Il suo gioco esterno continuava a latitare, ma nei pressi di entrambi i ferri era una forza dominante. Il titolo di miglior giocatore dell’ACC conquistato nel 2003, non diede seguito ad un successo di squadra, una squadra in cui Josh Howard era dichiaratamente il go-to-guy, essendo la grande maggioranza dei suoi compagni freshmen o sophomore. La stagione regolare fu tra quelle storiche per Wake Forest, ma nel torneo NCAA, al quale si presentarono come seconda testa di serie, Josh non brillò in nessuno dei due turni e se i suoi riuscirono a cavarsela contro East Tennessee State nulla poterono contro Auburn in una delle peggiori partite dei Demon Deacons di quell’annata. Dopo quattro anni comunque memorabili, si dichiarò eleggibile per il Draft.

A dispetto dell previsioni, quella che doveva essere un’attesa di pochi minuti si rivelò essere una di ore, quando pian piano giocatori più giovani o provenienti da altri continenti furono scelti prima di Josh. Racconterà lui che la rabbia aveva raggiunto livelli d’emergenza, fin quando la 29esima chiamata dei Dallas Mavericks ricadde su di lui, e fu una commistione di orgoglio e sollievo. Nel suo anno da rookie ebbe un ruolo marginale, palesando limiti e pregi già noti ai tempi del college, patendo qualche piccolo infortunio che ne frenò la crescita e subendo qualche maltrattamento dai fenomeni della lega che si ritrovava a dover marcare. Ah, è vero, gli infortuni: all’inizio dell’anno da sophomore Howard appariva fuori dalle rotazioni di coach Nelson, in quanto Michael Finley veniva utilizzato come small forward titolare, Jerry Stackhouse come 2/3 uscente dalla panchina e Marquis Daniels racimolava i minuti che restavano. Ma, una volta di più, Josh seppe aspettare l’occasione che si presentò con le soste in infermeria di Stackhouse e Daniels, che lo lanciarono titolare nel ruolo e le sue ottime prestazioni convinsero il vecchio Don a scalare Finley nel ruolo di guardia. Josh ne aveva talmente più degli altri che diventò l’uomo dei primi quarti, quando ai blocchi di partenza le barre d’energia di tutti erano livellate, e preparava il terreno per i veterani come ”Stack” che facevano il loro ingresso in campo solitamente in una buona situazione di punteggio. La stagione dei Mavs, dopo un soffertissimo primo turno superato ai danni di Houston grazie al contributo decisivo di Howard,  si infranse sui Phoenix Suns di un monumentale Steve Nash. Il profilo da giocatore umile e versatile gli fece mantenere il posto da titolare negli anni successivi, schierato talvolta nel ruolo di ala grande consentendo un quintetto di maggiore pericolosità offensiva con Nowitzki da 5. Al suo terzo anno era ormai un punto fermo ed arrivò anche la grande occasione per l’anello nella postseason 2006, giocata da protagonista nella sua miglior stagione da professionista:

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Coach Avery Johnson era il tipo che non si faceva problemi a togliere dalla partita anche Nowitzki se avesse visto che il campione tedesco non si impegnava in difesa, che da l’idea di quanto potesse amare uno come Howard, la cui capacità di tenere alta la concentrazione andrebbe resa oggetto di studio. In attacco il nativo di Winston-Salem capì come rendersi un’arma, ovvero facendosi trovare sempre in condizione dinamica, sempre attaccando le spalle di un difensore e armonizzando i suoi movimenti in modo apprezzabile con quelli dei compagni. Era uno dei segreti di quei Mavericks che eliminarono in ciabatte i Grizzlies al primo turno, vinsero una strepitosa gara 7 contro gli odiati Spurs al secondo e si vendicarono dei Suns nella finale di Conference in 6 partite. Le finali del 2006 sono storia recente, e anche se non lo fossero state sarebbe risultato comunque difficile dimenticarsene, con Dallas che gettò alle ortiche una gara 3 in trasferta dopo le due vittorie interne, e il filotto di 4 successi di O’Neal, Wade e il resto dei Miami Heat sancì la sconfitta di quelli che erano considerati i più logici favoriti. Howard fu forse il migliore dei suoi all’interno di quella serie stregata, eccezion fatta per la disastrosa gara 4 in cui Dallas venne asfaltata. Non tanto magra consolazione il fatto che il ragazzo, tra quelli al terzo anno nella lega, il più pronto.

La capacità di attendere di Josh non venne poi premiata con un titolo: infatti la scia di scoramento che lasciò quella serie portò i Mavericks a smarrire la fiducia e a deludere nei momenti clou di quelle annate. Da aggiungere pure la beffa di esser ceduto l’anno prima che la franchigia di Mark Cuban pervenisse al riscatto col titolo NBA 2011. Un ultimo infortunio, che in tale occasione lo riguardava direttamente, fu quello che sostanzialmente pose fine alla sua carriera: fu il ginocchio sinistro a cedere dopo soli 9 giorni dalla trade attraverso la quale Dallas l’aveva mandato a Washington, un tipo di infortunio insostenibile anche al rientro per chi basava il proprio gioco sull’atletismo. La storia non gli ha dato merito, lo script era dei più comuni con lui fido scudiero di una squadra di talenti offensivi che nell’amalgamarsi dovevano portare a un’impresa. Il copione non fu rispettato in quel 2006, ma l’asticella di Howard fu altissima, ma il gregario affida i suoi destini ai capitani, che quella volta non furono capaci a condurlo verso la gloria.

 

 

 

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