Cento di queste stagioni – Marco Belinelli

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Getty Images

Anno di grazia 2014.

Un ragazzo ormai da sette stagioni nella NBA con una carriera finalmente pronta al decollo dopo i primi anni disperso nelle panchine di Warriors e Raptors approda nella migliore organizzazione cestistica del mondo, i San Antonio Spurs, caduti qualche giorno prima ad un passo – 5 secondi, un rimbalzo, una magia: decidete voi come etichettare quel “passo” – dal titolo per mano di Ray Allen in gara 6 e di LeBron James in gara 7.

L’immediata free agency non dà agli Spurs granché, ma per noi italiani la firma di Marco Belinelli con i neroargento è significato molto, convinti che quella scelta da parte della dirigenza potesse finalmente far risplendere la carriera della guardia bolognese, che già veniva da buone stagioni tra New Orleans e Chicago. Ma questa sarebbe stata l’Occasione, con la O maiuscola.

Parte subito forte, dimostrando di capire e di assimilare in fretta il sistema di coach Popovich, inserendovisi alla perfezione. Nel primo mese va sette volte in doppia cifra, otto a dicembre con un high di 28, tirando con il 63%, in casa di quegli Warriors che per anni lo hanno relegato in fondo alle rotazioni. A gennaio sono solo due le partite in cui non finisce con almeno dieci punti: il mese inizia con il suo career high di 32 punti – 75% al tiro con 6/9 da 3 – nella sconfitta del Madison Square Garden. A febbraio inanella dieci gare consecutive con 12+ punti, compresi quattro ventelli. A Boston, il 12 febbraio, addirittura sfiora la sua prima tripla doppia in carriera con 16 punti, 11 rimbalzi e 8 assist, conditi dal 50% al tiro. Rimbalzi e assist sono record in carriera.

Pochi giorni dopo vola a New Orleans, città che gli permise di iniziare a risollevare la sua carriera, grazie ai consigli di gente esperta come West e soprattutto Paul. La percentuale stagionale dall’arco gli vale una chiamata per la gara del tiro da tre, ma da quest’anno cambiano delle regole: intanto gli otto partecipanti sono divisi per conference di appartenenza e quindi Afflalo, Johnson, Beal e Irving per l’Est e Love, Lillard, Curry e il nostro Belinelli per l’Ovest; poi, ci sarà un carrello di sole “money balls” cioè quelle che valgono doppio e che il giocatore decide dove collocare. Al primo turno passano solo i vincitori, da una parte Beal e dall’altra proprio Beli che fredda al fotofinish Lillard. In finale i due pareggiano a quota 19 e allora si va allo spareggio: l’apoteosi arriva dopo una serie in cui è “caldo come una stufa”, prendendo le ormai celeberrime parole di Tranquillo. Belinelli è solo il terzo europeo a vincere la gara, dopo Stojakovic e Nowitzki.

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Si riprende a giocare e da marzo fino a metà aprile ha una serie di alti e bassi, sebbene qualche giorno dopo il suo compleanno contro Denver tocca quota 27 con 67% dal campo e 6/9 da oltre l’arco. Chiude la stagione con i 17 a Houston.

È ora di Playoffs, che San Antonio affronta da favorita, almeno per quanto riguarda la Western Conference. 22 punti totali nelle sette gare del primo turno contro Dallas gli dimostrano che l’intensità di questa fase di stagione è tutt’altra cosa rispetto ai mesi precedenti. Si sblocca contro Portland con 32 punti nelle prime due gare casalinghe, stravinte, dove tira con quasi l’80% dal campo. Saranno le uniche gare in doppia cifra per lui nella postseason, dove Popovich gli toglie molto minutaggio in favore dei suoi pretoriani.

Per la prima volta un italiano supera il primo turno Playoffs. Per la prima volta anche un secondo turno. Per la prima volta gioca le Finali di Conference e le vince. Per la prima volta un italiano approda alle NBA Finals.

In gara-1 contro Miami LeBron James non riesce a sopportare il guasto al sistema di aria condizionata e deve abbandonare la gara per crampi: da lì in poi gli Spurs dominano e chiudono sul 110-95, con 9 punti della guardia bolognese. Torna LBJ e Miami espugna San Antonio pareggiando la serie: male il nostro con 1/5 al tiro.

Si vola a South Beach e, anche se Beli gioca la miseria di 10′ totali, gli Spurs azzannano la serie e non lasciano nessuno spazio di manovra agli Heat. Importantissima una bomba dell’italiano nel terzo quarto di gara-3 quando, dopo la rimonta di Miami dal -21 al -7 ricaccia i padroni di casa sotto in doppia cifra, distanza dalla quale non sono più riusciti ad avvicinarsi.

Si torna in Texas, solo per finire il lavoro. Come nel terzo appuntamento, anche in gara-5 il Beli segna un canestro letale per le speranze degli Heat di rientrare. Segnato quel jumper dalla media, Miami ha sostanzialmente alzato badiera bianca.

Per gli Spurs la vendetta dell’anno precedente è compiuta e per la prima volta un italiano è campione NBA, nella squadra più internazionale di tutta la lega.

Le emozioni, le gioie, le lacrime, le parole ai microfoni di SKY hanno sprigionato anni di sacrifici e di delusioni, puntando il dito verso chi non credeva più in lui.

“Alla fine ho vinto”, diceva.

Alla fine, quella stagione noi non la dimenticheremo mai.

Buon compleanno Marco!

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