Cento di queste stagioni – Michael Jordan

Nel giorno del 54esimo compleanno di Sua Maestà, ripercorriamo la migliore stagione della sua carriera.

di Simone Zurlo, @Simone0593

Avete presente quando entrate nella vostra pizzeria preferita e nello scegliere quale pizza prendere siete indecisi perché sono tutte fantastiche?
Ecco, decidere quale sia la migliore stagione di Michael Jordan è ancora più difficile, perché ogni anno ha qualcosa da raccontare, qualcosa di mai visto prima, qualcosa di unico.
A soli 23 anni è stato in grado di chiudere una stagione con 37.1 punti e 3 recuperi di media, dando inizio ad un dominio decennale che tutti conosciamo.

Detto ciò, scegliere l’ultima stagione in maglia Bulls è quasi d’obbligo, perché porta con sé un carico di emozioni indescrivibili, è l’epilogo di una carriera (già, perché dopo la vittoria del titolo arriverà il suo secondo ritiro), di un’epoca, del dominio di uno dei personaggi sportivi più influenti e ‘ingombranti’ della storia dello sport.

Di come vada a finire la stagione ’97-’98 è quasi inutile parlarne, la palla rubata a Malone ed il successivo tiro della vittoria del titolo sono noti a tutti. Così come sembra inutile parlare di numeri, perché i 28.7 punti stagionali di media sono anche pochini visti i suoi precedenti.
La sua storia, e la storia che lui ha scritto indelebilmente in NBA, va oltre le cifre (seppur pazzesche), va oltre i record infranti e ridotti in brandelli, va oltre le vittorie, va anche oltre la sua immagine di Campione con la C maiuscola, perché sembra quasi un film uscito alla perfezione, sembra un racconto di fantascienza, sembra qualcosa di impareggiabile soprattutto per tutto ciò che lo circonda.
No, non si sta esagerando, semplicemente è davvero difficile parlare di MJ e dire qualcosa che non si sia mai detta di lui, come è difficile augurargli solo ‘cento di queste stagioni’, perché tutti nella vita, nel passato e nel futuro, avrebbero meritato e meriterebbero di assistere alla sua carriera giorno per giorno, notte dopo notte, canestro con la lingua da fuori dopo canestro con la lingua da fuori.

Però proviamo lo stesso a fare un viaggio attraverso la stagione ’97-’98, perché rivivere i bei ricordi è sempre bello, anche dopo che se n’è parlato centinaia di volte.
Dopo i tre titoli consecutivi tra il ’91 ed il ’93, i Bulls vincono altre due stagioni di fila tra il ’96 ed il ’97, con la possibilità di compiere di nuovo il ‘three-peat’.
Si preannuncia come l’ultima annata di MJ con la canotta #23 dei Chicago Bulls e gli avversari più quotati sembrano essere di nuovo gli Utah Jazz di Stockton e Malone, nonostante gli Indiana Pacers di Reggie Miller non scherzino affatto.
Michael parte con il freno tirato, estraendo gli artigli solo nei momenti in cui conta e la prima occasione per farlo è la sfida che si decide all’overtime contro i Clippers: 49 punti, 5 rimbalzi, 5 assist e tutti a casa.
Il suo minutaggio non si riduce, nel mese di dicembre sbaglia un paio di partite chiudendole con 4/16 dal campo, ma finché i Bulls le vincono con almeno 27 punti di distacco, neanche si nota.
A gennaio inizia a riscaldarsi, supera per quattro volte quota 40 e si presenta al suo ultimo All-Star Game con la solita voglia di vincere anche quando non c’è nulla di rilevante in palio. In quell’occasione avviene una specie di passaggio del testimone con un ragazzino che qualcosa nella sua carriera la farà, ma le immagini rendono meglio l’idea.

La strada verso il primo posto ad Est ormai è spianata, il 13-1 di marzo spazza via le speranze di Indiana e Miami e Jordan si appresta ad affrontare forse per l’ultima volta l’atmosfera della post season.
Già, la post season, che poi chiamarla ‘Jordan Time’ non sarebbe del tutto sbagliato, difatti si parte con un 3-0 secco rifilato ai New Jersey Nets. Ah, per His Airness fate pure 39+32+38 con il 53% dal campo nei tre incontri.
Alle semifinali di Conference è il turno di Charlotte, anche qui non c’è storia: 4-1 con un bel trentello di media e Charlotte costretta ad inchinarsi al Re.
Gli Indiana Pacers però sono un bell’ostacolo, MJ lo sa e fa del suo meglio per portarsi sul 2-0 con 72 punti complessivi. In trasferta però qualcosa non va, Reggie Miller prima e Rik Smits poi trascinano i Pacers sul 2-2 con due vittorie in match tiratissimi (entrambi decisi per due lunghezze), e questo potrebbe essere un colpo pesante per i Bulls ed una spinta ulteriore per i loro avversari.
Jordan, Pippen e Kukoc rispondono con un bel +19 in gara-5 ma non riescono a chiudere la contesa in gara-6, nonostante il 2/13 di Miller ed i 35 di MJ.

Si va a gara-7. Chi avrebbe mai il coraggio di pensare che la carriera di Michael potesse chiudersi con una sconfitta in gara-7 davanti ai propri tifosi? No dai, non è cosa, finisce 88-83, i Bulls sono nuovamente in finale, l’incubo per Stockton e Malone è tornato.
Siamo in chiusura, perché le Finals NBA del ’98 sono qualcosa di visto e rivisto, parlare dei 45 punti in gara-6, del titolo vinto, del canestro forse più famoso della storia della pallacanestro sarebbe poco sensato.
Giunti a questo punto facciamo parlare le immagini, ancora una volta, perché come detto in precedenza, delle magie di Michael Jeffrey Jordan non ci si stanca mai.

Auguri, Leggenda!

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