Cento di queste stagioni – Rick Barry

Nel giorno del suo 73° compleanno, ripercorriamo la storia e la migliore stagione di un artista della palla a spicchi: Rick Barry

di Domenico Laudando
realclear.com

”[…] Ti solleverò dai dolori e dagli sbalzi di umore, dalle ossessioni delle tue manie […]”, parole e musica di Franco Battiato nel suo gioiellino ”La cura” del 1996. Ecco, se la tecnica di tiro libero di Rick Barry, tratto distintivo della leggenda del basket oltreoceano, cercasse la sua trasposizione poetica, questo verso del cantautore siciliano si candiderebbe a racchiudere la storia e i caratteri strutturali del singolare movimento di tiro eseguito dal figlio di Richard. Era la sublimazione del concetto di ”sollevamento”, associato perlopiù a uno sforzo muscolare accompagnata da , che Rick rendeva soave nello svolgimento del suo tiro dal basso, dotato com’era di una sensibilità nei polpastrelli ai tempi quasi sconosciuta per il ruolo di 3/4 che lo rendeva il play mascherato nella maggior parte delle squadre in cui ha giocato. Quell’accorgimento, figlio di un’insistenza del padre andata a segno per sfinimento, intervenne su di un tiratore da 70% ai liberi, percentuale discreta ma inaccettabile per chi era alla ricerca ossessiva dei mezzi per giungere alla vittoria. La scelta machiavellica ricadde sul tiro dal basso, per escludere il polso dalla meccanico, componente che i Barry avevano individuato come nocciolo del problema, e la storia racconta dei benefici che portò l’esecuzione di quel gesto. ”Do what’s best for you. Do in the way that you can make it” la consacrazione di coach Red in un video-documentario d’annata che mostrava Rick in azione di tiro libero. Chi ritiene sia un insulto all’estetica, si tenga pure gli Howard o i DeAndre di questo mondo che attentano alla salute dei ferri con tremende spingardate che fanno la fortuna di chi li rivernicia.

Circa l’aspetto genuinamente tecnico, davvero complesso trovare un difetto nel basket di Rick Barry, in quanto ad eleganza e visione di gioco da considerarsi un virtuoso della pallacanestro a cui aggiungeva una condizione atletica invidiabile per quel tipo di giocatore, anche se sempre passata in secondo piano rispetto alla maestosità del suo jumper, che lo discostava dalla dicotomia classica mano fatata-giocatore soft e che gli fece guadagnare il nickname di ”Miami Greyhound”, il levriero di Miami. La controversia sul sul suo personaggio scaturiva dall’aspetto psicologico, ”dagli sbalzi d’umore” che dissuasero i principali scout al momento del passaggio dal college di Miami al piano di sopra, essendosi reso protagonista di un paio di episodi atti a ledere l’incolumità degli avversari. La realtà dei fatti è che, quando giocava, come testimoniò uno dei suoi compagni Clifford Ray, Rick era totalmente pazzo, o meglio, entrava in una sfera agonistica tale che lo rendeva, agli occhi di coloro ai quali l’accesso a quella sfera era precluso, prossimo alla pazzia. Ma gli spasmi tipici di chi si discosta dalla realtà non si intravedevano, era anzi fatto tutto senza sforzo apparente, come tutti i grandi che si fanno incarnazione di un’arte. Come in una permormance di Battiato.

rantsports.com

Un altro dato acquisito fu che, nel bene ma soprattutto nel male, Rick Barry non uscì mai dall’occhio del ciclone mediatico, bramoso di vederlo cadere fin dai primi passi nel mondo del professionismo, e questo contribuì sensibilmente nell’ingigantire alcune sue scelte personali che diventarono presto oggetto di giudizio e di conseguente cattiva reputazione. Il suo coach a Miami (quella del college, altra scelta spiazzante del nativo del New Jersey), tale Bruce Hale, ex arbitro e giocatore NBA, metteva a disposizione tutta la tela possibile per far sì che Rick creasse il suo gioco per sé stesso e per gli altri, cosa che non accadde sotto la guida dell’icona bostoniana Bill Sharman nell’anno da sophomore con la maglia dei San Francisco Warriors, il quale volle applicare la ”Celtic Mentality” all’estro di Rick, imponendo di fatto una struttura innaturale al suo flusso di coscienza, come a voler limitare l’artista a colorare all’interno dei contorni. Lo stesso Barry disse che per la prima volta dopo tanti anni iniziò a vedere il basket come un lavoro più che come un gioco, e la cosa lo infastidiva. Nonostante tale insofferenza, i suoi numeri erano pazzeschi e le sue prestazioni, congiunte a quelle del fortissimo centro Nate Thrumond, portarono i Warriors fino in finale, persa poi contro i 76ers di Chamberlain malgrado una serie da 40.8 punti di media dell’incontenibile Rick.

Il rapporto con coach Sharman era ai minimi storici e questo, insieme ad un’allettante offerta economica, fu il motivo principale del suo passaggio nella neonata ABA. Il ritratto che ne venne fuori da quella vicenda fu quello di un traditore, di un uomo egoista ed attaccato al vil denaro, scia di critiche legittimata da una corte che gli diede il fermo agonistico di un anno per violazione di vincoli contrattuali. Rick racconterà poi che, con l’offerta degli Oakland Oaks sul tavolo, si recò presso l’ufficio di Pat Boone e della dirigenza Warriors assicurando che la loro migliore offerta sarebbe stata accettata, anche se dall’altro lato sul piatto della bilancia c’era anche la panchina affidata al vecchio mentore, coach Bruce Hale. Invece quell’offerta massima non arrivò e Rick, con tanta amarezza, fece il salto tanto vituperato. A cercare la verità si perde tempo, la conoscono letteralmente solo i diretti interessati.

Il primo anno in ABA fu subito vincente, anche se a causa di un infortunio fu costretto ad assistere dalla panchina alla sorprendente vittoria dei suoi Oaks in finale sugli Indiana Pacers, grazie alla profondità di quel roster che poté sopperire all’assenza del proprio astro. La favola immediatamente si ribaltò in dramma quando vennero fuori irreversibili problemi finanziari che costrinsero Oakland a spostarsi verso Washington D. C. Barry aveva un accordo verbale con la dirigenza che prevedeva la possibilità di tornare ai Warriors (che nel frattempo gli offrivano un contrattone) qualora la franchigia si fosse spostata dalla baia. Le beghe legali proseguirono e la mancanza di una testimonianza scritta costrinsero Barry ad accettare la sua nuova destinazione. ”I dolori” del giovane Rick si protrassero per un altro paio d’anni prima che, a seguito della mediocre esperienza a New York, riuscì finalmente a far ritorno nell’amata California, anche perché costretto da un giudice che gli intimò di onorare un contratto firmato tre anni prima. E, per una volta, accettò di buon grado una costrizione.

thecomeback.com

In seguito a due anni di sperimentazioni, il grande capolavoro di Rick Barry si concretizzò in un’impresa da tramandare ai posteri nella stagione 1974-1975, anno del suo definitivo ingresso nel gotha di questo sport:

Agli albori di quella incredibile annata, enorme scetticismo circondava la relativa versione dei Warriors, delocalizzati a Golden State, che, con l’intento di imperniare totalmente il loro sistema sul ”levriero”, sfoltirono il roster di tutti i veterani che lo avevano reso grande, in primis con la cessione di uno dei più grandi centri della storia della lega, quel Nate Thrumond che 8 anni prima aveva spaventato Chamberlain nella corsa al titolo di Philadelphia. Coach Al Attles insignì Barry del grado di capitano, responsabilizzando in pieno un giocatore tacciato dall’accusa di essere un cattivo leader, e lo circondò di giocatori funzionali e intercambiabili, tra i quali spiccavano la guardia Butch Beard e i giovani Clifford Ray, Jamaal ”Keith” Wilkes e Phil Smith. La principale preoccupazione era data dalla sostituzione di Thrumond con Ray, ma lo stesso Rick la identificò come la chiave del successo di quella squadra, non tanto per le capacità in campo, comunque spiccate, del giovane centro, ma più per l’intelligenza del ragazzo che fece da collante tra Barry e la squadra, capendone la psicologia e invitando gli altri a seguirlo e non prendere troppo a cuore qualche uscita figlia del carattere fumantino del capitano. Le medie stagionali di Rick furono spaziali e condussero Golden State fino in finale, dopo essere sopravvissuti alla settima partita nella serie precedente contro Chicago. I Warriors, alla vigilia della finale, erano unanimemente considerati come vittima sacrificale della corazzata Washington, capeggiata da una delle candidate ad essere la coppia di lunghi più forte di tutti i tempi, ovvero Wes Unseld-Elvin Hayes. Ma la favola in stile ”Cenerentola” stava per essere scritta, ”le sue ossessioni e le sue manie” si tradussero in un libero sfogo all’interno di una serie leggendaria. Rick Barry, il basket, la palla erano ormai un tutt’uno nel periodo della sua totale maturazione, il che lo rendeva totalmente padrone del proprio destino e di quello degli altri, e poco importavano le dimensioni degli antagonisti, il figlio di Richard aveva il controllo dello spazio e del tempo in quella stagione. Neanche la parte drammatica ebbe modo di esistere all’interno di quello script, con la convenzione che l’eroe debba risollevarsi da mille avversità prima di pervenire alla vittoria. La parte catartica fu sostanzialmente esclusa dalle prestazioni di Barry, che si trasformò in locomotiva che puntò dritto ad una vittoria schiacciante sui più quotati avversari, un ribaltamento di pronostico epico nei modi, chiusosi con un roboante 4-0. Certo, vi furono partite combattute, ma quando più contava il capitano fece sempre la cosa giusta visto che, dopo tanto e tanto ricercare, possedeva la chiave della vittoria. Una serie da 29.5 punti di media, ma segnare fu l’ultimo dei suoi problemi.

Un picco artistico, quello del massimo dispiegamento di energie, è identificabile proprio perché non può durare a lungo, e così l’anno successivo i Warriors passarono da essere ”Giant Killers” ad essere ”Giants Killed” per mano dei Phoenix Suns, e le celebrazioni fecero nuovamente spazio alle feroci critiche da parte di giornalisti locali e nazionali, accusando Barry di aver abbandonato i compagni nel momento della lotta. Ma questa è una storia vecchia come il cucco, una morale applicata a chi è troppo grande per rientrare in parametri standard, parlando di uno da considerarsi pioniere nell’elaborazione del ruolo di ”Point Forward”, che preferì, con un gesto di grande coraggio, passare ad avere davanti un microfono piuttosto che una lavagnetta, per insegnare ai ”mestieranti” che ne minarono continuamente la credibilità di uomo e giocatore, come andava fatto il lavoro di cronista sportivo e, considerando l’ottima carriera avuta dai figli, il ruolo di coach sarebbe stato nelle sue corde. Non una sorpresa, visto che da quelle corde affioravano solo suoni sublimi di chi, parafrasando ancora Battiato, conosceva le leggi del mondo e ne fece dono, ai fortunati che assistettero alla sua ascesa.

 

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy