Father Playoffs – Innocence and experience

Per le NBA Finals torna il nostro Father Playoffs, puntando forte su quei Miami Heat che hanno sorpreso – ma nemmeno troppo – grazie al giusto mix tra innocenza ed esperienza.

di Massimo Tosatto

“Vigila mentre lòro stanno in pace,
sapendo che il Pastore gli è vicino.”
William Blake, “Il pastore”

Una squadra necessita di innocenza e di esperienza. L’innocenza del giovane pensa di poter fare tutto, persino oltre le proprie capacità, mentre l’esperienza dell’adulto assolve il compito del maestro, del sensei, di canalizzare e massimizzare le energie, affinché non vadano disperse.

Innocenza ed esperienza devono essere ben amalgamate. L’innocenza deve anche essere capace di ascoltare l’esperienza, e l’esperienza non deve incolpare l’innocenza dei propri errori, anzi, li guarda con condiscendenza, ricordando i propri.

Jimmy Butler ha impiegato del tempo per trovare il posto adatto. Se ne è andato da Chicago, una realtà disfunzionale in cui aveva dato tutto, per Minneapolis. Ai Wolves, ha trovato una realtà con giocatori giovani ma senza guida, tra campo e scrivania, e senza possibilità di crescita. Troppa innocenza, poca esperienza.
Jimmy è uno che quando la madre gli disse che non voleva più vederlo, lasciò la casa, a 13 anni, e visse la sua adolescenza sotto i ponti, letteralmente. Non era un problema cambiare fino a quando non trovasse il suo ambiente.
Da Minneapolis, a Phila, portandosi dietro l’etichetta di piantagrane e prima donna, mentre era solo un uomo che cercava il proprio approdo.
A Phila, una squadra strana, asimmetrica, con talento ma senza guida sia dalla panchina che dalla scrivania. In più delle stelle poco innocenti nell’anima, frutto di un ambiente che ha dimostrato di non saper crescere i giocatori, ma al tempo stesso con poca esperienza. Insomma, gente che si comportava da adulta, ma essendo ancora ragazzi.
A Miami, l’approdo. Jimmy non è Ulisse, il furbo. Se lo fosse, se ne sarebbe andato dai posti in cui era lasciando scie di rimpianto. Jimmy è Enea, fuggito da Troia in fiamme per approdare in una terra ancora tutta da costruire, giovane, che attende la sua guida.

A Miami trova due elementi chiave: l’allenatore e il “capo”. Il rapporto tra Erik Spoelstra e Pat Riley è qualcosa di più che tra un padre e un figlio. Pat ha fatto crescere Erik e lo ha lasciato al suo posto anche quando l’arrivo di LeBron e Bosh gli consegnarono una squadra fortissima, ma in grado di disarcionare chiunque.

Diversamente da Apollo, che lasciò al figlio il carro del sole, da cui fu travolto, e da Urano, che si mangiava i figli, Pat ha saputo crescere Erik con pazienza, e lo ha fatto diventare un uomo, un signore adulto a cui i panni del giovane allenatore ora vanno stretti.

Miami è un mercato medio-piccolo. Un luogo meraviglioso che attira i giocatori per le bellezze naturali e la spiaggia meravigliosa. Avrà anni fantastici seguiti da altri difficili, ma segue una traiettoria che periodicamente la riporta in alto, grazie a una gestione ottimale dei giocatori e alla volontà di scegliere il personale per ragioni cestistiche, non solo di marketing.

A 17 anni, Jimmy Butler venne raccolto dalla signora Michelle Lambert, che di figli, dal suo primo matrimonio e dal primo matrimonio del marito, ne aveva già 6. A tavola Jimmy ritrovò una famiglia e un’atmosfera allegra, piena di ragazzi. Una classica storia americana, o dickensiana, con l’approdo dell’orfano a una stabilità che gli restituisce la speranza nel futuro.
Gli Heat devono avergli ricordato quell’ambiente. Una società ben costruita, con ruoli chiari, giocatori giovani che lo vedevano come la stella arrivata a guidarli. Un play vero, Dragic, con tecnica e punti nelle mani, e un linguaggio cestistico altruista, fatto di passaggi, sacrificio, voglia di lottare e quel mix di innocenza e di esperienza capace di trovare il proprio equilibrio.
Innocenza ed esperienza.

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Il risultato si è visto contro Boston, una squadra sulla carta più forte degli Heat, ma crollata nel momento decisivo. Boston possiede due anime, quella di Tatum e quella di Brown, in lotta costante tra di loro. Giocano su lati opposti, non si passano molto la palla. Jaylen Brown gioca con lo sguardo torvo dell’arrabbiato, si muove a scatti, cerca di uscire dall’ombra di Jayson Tatum.

Tatum, in ossequio al suo nome, Giasone, come l’eroe degli Argonauti, sembra uno trascinato dal fato. Gioca con occhi aperti, innocenti, senza sapere bene come comportarsi, in che momento gridare assumere la guida della squadra. Segna, è fortissimo, ma gli manca ancora l’esperienza, è troppo innocente nel gioco per incidere quando fa male.
Dopo gara-2, questo clima è esploso nel grido di Marcus Smart, che nello spogliatoio si è messo a inveire contro i leader della squadra. Innocenza, al suo meglio, lasciata uscire nel grido di disperazione del figlio che invoca una guida.

In una squadra i ruoli sono sempre ben fissati. Il leader naturale coniuga forza e intelligenza, sa quando spingere sull’acceleratore, litigare, estrarre dagli altri il sangue. E non può essere un comprimario, un Sancho Panza, deve essere il leader vero della squadra.

Smart ha implorato di essere guidato, perché lui è uno del branco. E il branco ha bisogno di un capo che gli dica che cosa fare. Se Smart giocasse in Italia, sarebbe lui il capobranco. Ma in NBA ci deve essere uno più forte di lui in grado di coniugare l’innocenza e l’esperienza.
Boston è forte. Abbastanza da battere Toronto, squadra che ha perso Kawhi Leonard ma non il suo spirito. Questo perché Kawhi non incarnava lo spirito dei Raptors, che batte invece nel petto di Kyle Lowry, di Fred Van Vleet, di Marc Gasol. Ma per battere una squadra più debole ha impiegato sette partite, e questo perché, pur essendo più debole, Toronto assembla innocenza e esperienza come poche altre squadre.

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Ai Clippers, Kawhi ha dimostrato i suoi limiti, umani, almeno, dato che quelli cestistici forse li dobbiamo ancora vedere. Chiuso nella gabbia del petto, sigillato dalla timidezza, il suo cuore ha ruggito solo dentro, incapace di trasferire ai suoi compagni quello spirito guerriero che solo vince le partite.

Il fatto è che l’esperienza necessita di tempo. Quando Larry Bird e Magic arrivarono in NBA, erano ancora perfettamente innocenti, ma calati in squadre con Kareem Abdul-Jabbar, Tiny Archibald, Jamaal Wilkes, Cedric Maxwell, che fornivano l’esperienza necessaria.
Dopo qualche anno, loro possedevano l’esperienza necessaria. Ci vuole tempo, sempre. E ci vuole un’organizzazione in grado di assemblare intorno un cast equilibrato, con gli ingredienti corretti, il giusto mix di esperienza e innocenza.

Per chi ama il basket, i playoff di Butler sono stati un godimento unico. Al di là delle triple di Herro, delle entrate di Dragic, le stoppate di Adebayo, in ogni azione Jimmy ha messo un tocco unico di esperienza, di consapevolezza, circondato da compagni che erano davvero come gli argonauti di Giasone. Il giovane Herro, l’esperienza di Dragic, la saggezza di Iguodala, il tiro di Duncan Robinson, la fisicità di Bam Adebayo.
Butler si è incuneato nella difesa di Boston, ha valorizzato i suoi compagni, tanto che è stato il quarto marcatore degli Heat nella serie. Ma non importa, perché a un certo livello di esperienza i numeri svaniscono, e rimangono le scelte, la leadership, la leggerezza di giocare con confidenza dove gli altri si sentono a disagio, perché solo così il tuo equipaggio ti segue fino in capo al mondo, dove nemmeno tu sei stato prima.

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