I 7 momenti indimenticabili del 2013 targato NBA

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E’ appena finito l’anno solare 2013 e qualcuno ne dovrà pur tessere le lodi. Noi lo vogliamo ricordare così. Ecco i sette momenti indimenticabili dell’annata appena trascorsa con conseguente analisi: 1. Marco Belinelli porta i Bulls al secondo turno di playoff battendo in Gara 7 i Brooklyn Nets di Deron Williams. L’esterno da San Giovanni Persiceto dona alla causa 24 punti più 15.000 verdoni come tassa per il gesto delle Big Balls. Scaviamo un po’ dentro all’evento più importante della storia NBA per un italiano. Belinelli, che in precedenza aveva già dato un buon contributo alla causa di Chicago, si rivela dominante e fondamentale nel match più importante. La partita è emblematica di come Marco sia migliorato dal punto di vista non solo tecnico, ma anche e soprattutto fisico. In questa gara mette in mostra doti di penetrazione a testa bassa, piuttosto insolite per un giocatore additato da sempre come monodimensionale e che non mette piede in area nemmeno se ti sta marcando da dietro Metta World Peace, ma anche un acume tattico cui sicuramente dovrà qualcosa al suo più grande coach negli ultimi cinque anni americani. Thibodeau? Nah. Christopher Paul, proprio quel signore dal fedelissimo numero 3 sulla schiena, che l’ha allevato in quel di New Orleans e che ha sempre messo una buona parola per il nostro Beli. E l’intelligenza di trovarsi sempre al posto giusto nello scarico, del prevedere blocchi e il conseguente movimento dei difensori, sommata alla sua discreta mano da fuori, gli hanno permesso di fare un bel venticinquello in faccia a Deron Williams. Come si dice in questi casi, una partita di cuore, testa e mani. Ma anche, e soprattutto, cojones. www.5thquartermag.com 2. Stephen Curry dei Golden State Warriors segna 22 punti nel terzo quarto di Gara 1 contro San Antonio, facendo mettere le mani nei capelli pure a Tony Parker, che di cuoio capelluto non se ne intende molto. Questa fu forse la partita che l’ha consacrato a livello mondiale, se non fossero già bastate prove come i 54 al Madison Square Garden di New York, o la serie contro i Nuggets dove è stato assoluto protagonista. Ora sta dominando con medie impressionanti e i suoi Golden State sono sempre più sulla cresta dell’onda, e varrebbe la pena spendere due parole su Stefano & co. Curry fino all’anno scorso poteva venire naturale pensare che fosse “semplicemente” uno scorer. Un magnifico e leggiadro scorer. Le medie dicevano del resto che metteva a referto solo 6 assist a partita. Lo Steph di Maggio, un giocatore che all’apparenza era un attaccante puro, è cambiato molto come interpretazione del suo gioco durante la stagione in corso. Sta acquisendo una filosofia di pass-first tipica dei Playmaker “veri” accumulando comunque gli stessi punti dello scorso anno. Il Curry che ci ha lasciato al secondo turno dei playoff sembrava destinato a far piovere cinquantelli a go-go quest’anno, non certo triple doppie. Eh sì, perché nelle serate in cui non fa più di 18 punti, si diverte anche a tirar giù rimbalzi e di gusto anche. Wardell Stephen Curry ci ha regalato emozioni a non finire quest’anno, e credo che l’immagine sotto spieghi tutto. Ora domina la lega, e si grida all’MVP, semplicemente perché il nostro Steph ci da i brividi ogni volta che butta in aria quel pallone arancione.

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3. Quante possibilità ha un giocatore di essere pescato al secondo giro del Draft 2009 dai Cavs (esatto, quelli che han preferito a Oladipo, Carter Williams, Porter, McLemore ecc. il signor Anthony “Faccio 5 a partita se mi va grassa” Bennett) e 4 anni più tardi stabilire il record di triple segnate in una serie finale dell’NBA e di strappare il primato a un diretto avversario, un certo Ray Allen? Nessuna, nessuna. Specie se il suddetto giocatore ha fatto schifo pure in Europa durante il Lockout. Nessuna. E invece no, ed è uno dei motivi per il quale val la pena ricordare il motto della lega di cui siamo innamorati: “Where Amazing Happens”.Il nome del nostro eroe è Danny Green. Daniel Green è un ragazzo americano che ha frequentato una se non LA miglior scuola di pallacanestro a livello collegiale che ci sia per tradizione e prestigio, parliamo ovviamente della mitica UNC, University of North Carolina at Chapel Hill, quella di Vincredible e di MJ. Col senno poi diremmo “E’ stato solo fattore C”. Sì, perché ora viaggia a medie inferiori a quelle del Beli, ma l’impresa resta negli annali e uno con l’età e le potenzialità di Green non possiamo darlo già per finito. Il pompaggio che ha ricevuto dopo l’exploit è sicuramente un maggior incentivo a sentirci delusi ma chi sa che non stia ancora riposando le manine? La determinazione di Danny Green, uno che il rispetto l’ha guadagnato sempre in campo, è fondamentale nel processo di “campionizzazione” (che è ancora lungo e faticoso). Uno partito sempre come sottovalutato, nella squadra dei sottovalutati per eccellenza, ha avuto i suoi 15 minuti di celebrità con l’umiltà di uno che sa che usciti dal sogno si ritorna a sgobbare. 15 minuti di celebrità che son durati una serie intera. Con la speranza di rivedere il nostro Danny tripleggiare in campi più nobili della Regular Season (che talvolta è più fasulla della Serie B calcistica nostrana, vedi la voce “tanking”), ecco la foto emblematica di un uomo che dopo delle prestazioni inumane abbiamo invocato come Jordan nel ’98, l’uomo che è stato a tanto così dal prendere a calci nel di dietro LeBron e co. , l’uomo che è andato a tanto così dal titolo di MVP delle Finali, un uomo che ora è tornato semplicemente un uomo. Ma tranquilli, per me ritorna…
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4. Cosa può scattare nella mente e nell’orgoglio di un uomo che si è appena fatto soffiare il record di triple in una serie finale NBA? Vi farei saltare direttamente al paragrafo successivo, tanto sapete già come andrà a finire. Ma il protocollo prevede che io vi parli anche di questo momento così elevato a livello spirituale che forse non avrei nemmeno il diritto e la competenza di parlarne. Senza usare giri di parole, penso che la tripla di Ray Allen in Gara 6 sia uno di quei momenti che restano impressi sotto la voce “Le cose che racconterai ai tuoi nipotini”. Ray Allen è un’artista della tripla, senza dubbio. Ma siam sicuri che Korver o Dunleavy (due roleplayer più che validi sul profilo “Bombe dall’arco”) quel tiro l’avrebbero messo? Io no. L’immagine del concetto di Clutch nei ’90 era The Shot di Jordan, nel Nuovo Millennio, credo che non ci sia immagine migliore di questa parabola che, sparata a qualche secondo dalla fine della Gara che sta per consegnare il titolo agli Spurs con Miami sotto di 3, porta la partita all’Overtime e spiana la strada verso il Rep-Heat di Lebron & Co. Questa partita, anzi, questo frangente di partita, sfata un grossissimo mito riguardante “Quello più inutile dei Big Three”, “Er Dinosauro”, insomma, Chris Bosh. Giocatore investito da una montagna di fango talmente alta da non riuscire più a respirare, ha tirato fuori i Maroon (non il gruppo di Adam Levine) e prendendo il rimbalzo decisivo per l’assist a Ray Ray, ha mostrato il suo dito medio ai suoi detrattori, alla grande aggiungerei io. Infine, non ci si può che inchinare di fronte al gesto Ray Allen, un semidio di questo gioco. Fieri di dirlo per la millesima volta, HE GOT GAME.
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5. All Star Game 2002, T-Mac, passa la palla. A chi? Al vetro. E bum, Re Tracy ci regala una delle più belle schiacciate di sempre, in uno dei contesti dove le stelle sono invogliate a dare il massimo non per vincere ma per dare spettacolo, “The big sleep” sembra assolutamente naturale. Anche i più grandi esperti dicono che T-Mac quanto a talento potrebbe addirittura non essere secondo a nessuno. Cambia la scenografia, si torna indietro nel tempo. 2001, gara 1, allo Staples Center. In maglia Sixers con il numero 3, gioca un piccoletto, munito di gambe da gazzella, treccine da afro e sorriso da borseggiatore colluso con qualche banda. Il nome? Allen Iverson. Lo marca un tipetto di nome Tyrone Lue, ma il nome in questo caso è superfluo. La palla ce l’ha proprio Allen. Lui come molti neri nati in contesti difficili degli Stati Uniti del Sud (lui è nato in Virginia), sa fare poche cose nella vita. Sa fare 80 yards dalla ricezione su un campo da football (scampagnate simili a quelle di Forrest Gump, per capirci), e sa umiliarti in uno contro uno. Crossover, Crossover, Crossover, finta, StepBack, tiro. Non ha il cervello per fare disequazioni fratte probabilmente, ma il modo in cui gioca questo nanerottolo è scientifico ma allo stesso tempo onirico, tribale. E’ scientificamente provato che arriverà al ferro, che ti avrà umiliato, ma ogni volta vuoi vederlo giocare, visto che non sai mai COME ti batterà. T-Mac e Iverson sono stati due talenti eversivi, genio e sregolatezza con un buon 50% di sfiga che renderà le loro carriere tutto sommato amare. In autunno entrambi lasciano la lega più bella del mondo. Ma mi piace pensare che la loro carriera senza anello abbia ricevuto una ricompensa moralmente più grande. Il fatto che non esista essere umano che quando li ha visti non abbia spalancato la bocca e non abbia pensato: “Questo è un alieno”.
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6. Alcuni amori non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano. Applichiamo questa famosissima frase di Venditti alla parola “infortuni” ed ecco che rivediamo il film delle ultime due stagioni, le Injury Seasons. Derrick Rose, Russell Westbrook, Kobe Bryant, Brook Lopez, Danilo Gallinari, e qui la lista proseguirebbe a lungo. Giocatori fondamentali per le rispettive squadre che han dovuto dire addio a parecchio tempo. Caratteristica che accomuna tutti quelli citati a parte il Gallo: il fatto di esser ricaduti dopo il ritorno in campo nella trappola degli infortuni. Rose, Kobe e Russell erano i big returns di inizio stagione. Rose avrebbe dovuto essere il trascinatore di Chicago che ha puntato tutto (scelleratamente) su Derrick. Kobe avrebbe dovuto invece barcamenarsi nella situazione ostile di Los Angeles nel Post-Howard ed erigersi a Salvatore della Patria. Westbrook che è stato assente dalla metà della serie contro Houston ad Aprile, è tornato a riformare con Kevin Durant il Dynamic Duo migliore della lega (non me ne vogliano Wade e Bron) per guidare i Thunder verso la prima piazza ad Ovest. Questi tre entro l’anno nuovo si sono rirotti, con responsi differenti. Kobe con una rottura del piatto tibiale riuscirà a cavarsela in 6 settimane, Westbrook salterà l’All Star Game mentre per Rose sarà un altro anno perso per colpa di un dannato menisco. Con la speranza che l’Adidas si accorga che tutti quei commercial su DRose hanno leggermente portato sfiga, diamo un augurio di pronta guarigione a questi campioni.
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7. Chiudiamo la Vetrina 2013 con la kermesse natalizia che ci ha offerto l’NBA. Federico Buffa ci regala grandi emozioni raccontandoci la storia di Michael Jeffrey Jordan, a seguire una ricca nottata NBA natalizia a base di t-shirt di dubbio gusto, alley oop tra Wade e LeBron, e soprattutto la tristezza e la delusione di vedere un Natale programmato per le sfide LBJ vs Black Mamba & DRose vs DWill, senza due di loro, di nuovo infortunati. Non ci sono tante parole da spendere sulle partite della notte ma è rigoroso mostrarvi l’Effigie del Natale: Jason Terry detto “Zebrone”.
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Il 2013 cestistico ci ha regalato tante emozioni, emozioni che solo lo sport più bello del mondo sa dare. Buon 2014!