Il nostro Kobe, il Kobe di tutti

Il nostro Kobe, il Kobe di tutti

I pensieri di alcuni membri della nostra redazione, a poco più di una settimana dalla tragica scomparsa del Black Mamba.

di La Redazione

Una settimana, poco più, è trascorsa da quella maledetta domenica che ci ha portato via Kobe Bryant. Bryant è stato certamente più che un eccellente giocatore di basket. Ognuno di noi ha un pensiero, un aneddoto, una storia che lo che lega al #24 (o all’#8): abbiamo provato a riassumerne alcune per rendere il giusto omaggio al “Black Mamba”.

Mai stato un tifoso di Kobe, così come non lo sono mai stato di Jordan, o non lo sono di LeBron. Ma la grandezza di Kobe è talmente sfolgorante da rendere impossibile non ammirarla; lui è la lampadina e noi siamo le mosche, attirate anche controvoglia.
Dopo il suo ritiro, ho imparato ad amarlo. Prima lo rispettavo, ma negli ultimi anni ho cominciato ad amarlo. Forse anche grazie al fatto che la sua immagine pubblica fosse cambiata: aveva dismesso il costume da supereroe (quello che prima aveva l’8 e poi il 24) e si era mostrato semplicemente come uomo, padre, rimanendo un incredibile esempio per tutti.
Nel 2016 mi si presentò la possibilità di andarlo a vedere al PalaLido, non potevo lasciarmi scappare l’occasione. Quel sorriso che solo Magic aveva, quella voglia genuina di aiutare gli altri a migliorarsi, saranno i miei ricordi di un campione.

di Marco Morandi, Caporedattore Sezione USA

David Stern premia Bryant come MVP della stagione 2007/08.

Kobe Bryant è quello che quando si prende un tiro marcato ti fa urlare “ma che diavolo stai facendo?”. Poi segna e lo mandi a quel paese. Poi segna di nuovo e ha ragione lui. Poi segna di nuovo e capisci che quel tiro lui sa che entrerà, perché l’ha rifinito fino a tarda sera anche il giorno prima.
Kobe mi ha accompagnato fin dalla mia prima stagione della “droga” targata NBA, quando amavo Dirk e tifavo Mavericks: sbam, 62 punti Kobe contro i 61 dei Mavs. In tre quarti.
Kobe non si fidava mai troppo dei compagni soprattutto perché non lavoravano quanto lui. Kobe è quel giocatore che non ho mai amato ma che ho sempre ammirato, anche “fisicamente”, per il poster ad altezza reale che da una decina d’anni è affisso alla porta in camera.
Ho sempre sognato di avere la sua cattiveria agonistica, quello sguardo che ti azzanna, quell’etica lavorativa…

di Ario Rossi, Caporedattore Sezione USA

Dopo un terzo quarto da 30 punti, al 36′ Kobe ha 62 punti a referto, i Mavericks 61.

Dear Kobe, quanto cavolo ci hai fatto soffrire. Eravamo rimasti alle lacrime di commozione in occasione dell’ultima tua immensa partita contro i Jazz, non un’ultima banale partita, ma un addio alla Kobe con un 60ello. Ti ho sempre reputato come la “cosa” più vicina a Michael. Due giocatori in un’unica carriera. L’8, devastante atleticamente, un mostro di esplosività e potenza. Il 24, un maestro della tecnica e dell’eleganza cestistica. Proprio come MJ, Be like Mike.
Punto di riferimento per un’intera generazione e non, Kobe è stato un riferimento per tifosi, addetti ai lavori, giocatori e non, insomma per tutti.
Love you Mamba, Mamba out.

di Matteo Andreani, Caporedattore Sezione Basket Europeo

Kobe durante l’ultima partita in carriera. Per lui al termine 60 punti. via NBA.com

Avevo 16 anni quando comprai la canotta col numero 8 di Kobe Bryant. Era ancora 6° uomo per Eddie Jones e già dava assaggi di quello che avrebbe fatto vedere in seguito.
Ma la verità è che non l’ho mai idolatrato, nonostante lo apprezzassi. Probabilmente negli anni non capii molte cose di lui, del suo carattere, di alcuni aspetti del suo gioco… Ma più lo osservavo, più mi rendevo conto di quanto fosse unico, elegante, irripetibile. Al di là delle sue “instant classics”, mi rimasero impressi i suoi 33 contro i Pelicans il 13/11/2014 con 4 triple di fila nel 1 quarto, a 36 anni e tendine di Achille appena risanato.
Mi sentii invecchiato di colpo quando vidi la sua ultima partita, con l’amarezza di non poterlo più vedere dove era stato per 20 anni; imparagonabile al vuoto che sento ora che se n’è andato per sempre. Lui che al Basket e alla vita ha dato sicuramente molto più di quanto abbia colto. Mi mancherà.

di Simone Efosi, Collaboratore Sezione USA

Kobe Bryant ha posto fine alla mia gioventù, di nuovo. Stavolta nel modo peggiore possibile, in un’imboscata divina in quel cielo a cui, reificando le sempiterne parole di Bill Russell, ha ambito come pochi altri nella storia del basket, venendo punito come un moderno Prometeo.
Ero un suo hater convinto (nonché tifoso sfegatato dei Celtics) per via di un egocentrismo a cui, dal basso della mia vulnerabile personalità di adolescente, interpretavo come mero culto di sé e forma di prevaricazione sulle persone con cui condivideva il campo. In una delle gare della serie finale 2010, non ricordo bene quale ma di certo si giocava al Garden, mi è impossibile dimenticare il suo terzo periodo, quello in cui di solito i verdi spaccavano le partite, giocato interamente “sull’isola”. E solo quando il suo tsunami ebbe a chetarsi mi resi conto che avevo passato un’ora abbondante in piedi, smosso dall’apatia provinciale, sognante il suo stesso cielo per provare a fermarlo, sorridente di orgoglio per essere stato battuto da cotanto avversario. Li capii che oltre ai colori di appartenenza ci sono delle verità incontestabili, e tra queste il fatto che l’isola è una condanna derivante dal merito, necessaria se gli uomini a cui il buon Prometeo donò intelligenza e memoria, avessero smarrito la strada tracciata.
A 5 giorni dall’evento, ho realizzato di avere 31 anni. E nell’impresa in cui lavoro e che gestisco, fanno 5 giorni di fila passati in piedi.

di Domenico Laudando, Collaboratore Sezione USA

Da solo sull’isola. Finals 2010, Gara 5. Quella serie culminerà con il quinto anello di Kobe.

Staples Center, 4 marzo 2012.
I Los Angeles Lakers (anno I dell’era post-Jackson, con Brown e Messina in panchina) affrontano i Miami Heat (anno II dell’era LeBron).
All’epoca il match della domenica era trasmesso in diretta da Sportitalia, e costituiva il mio appuntamento settimanale con l’NBA. Ad aggiungere interesse ad una sfida già di per sé imperdibile ci pensa l’All Star Game disputato qualche giorno prima.
In una partita giocata quasi sul serio (almeno negli ultimi minuti) la spuntano quelli dell’Ovest 152-149. Bryant ne mette 27. Dall’altra parte James fa 36-8-6. Eppure quella partita passa alla storia per via di un fallo di Wade (peraltro in tripla doppia da 24-10-10, con 11/15 al tiro) su Bryant. Un fallo inspiegabilmente duro per una partita del genere – talmente duro da risultare in una frattura del setto nasale per Kobe.
Ma torniamo a quel 4 marzo. Bryant indossa la maschera protettiva e il suo inizio non lascia dubbi sulla condizione mentale con cui affronterà la partita; segna i suoi primi 5 tiri dal campo (e contro un Wade che vuole difendere) e chiude il primo quarto a 18 punti segnati. Finirà con 33 punti (tirando col 61% dal campo) in una vittoria per 93-83, mettendo del tutto fuori partita un fenomeno come Wade (7/17 al tiro e fuori per falli). Ricordo di essere stato in grande difficoltà – essendo Wade il mio giocatore preferito – nel guardare la partita e cercare di non ammettere a me stesso e a mio padre che Kobe lo stesse semplicemente distruggendo.
Qualche anno dopo lo stesso Wade ha rivelato un retroscena riguardante quei giorni.
All’indomani dell’All Star Game il capitano di Miami chiamò Bryant per scusarsi, e sentendo poi una risposta che probabilmente soltanto Kobe avrebbe potuto dare:
“Bro, I love it”
“You what?”
I love it

di Leonardo Zeppieri, Collaboratore Sezione USA

Mi piace ricordare Kobe con in mano la statuetta del Premio Oscar, vinta per il corto “Dear Basketball”. 5 titoli NBA e 1 Oscar. Nessuno come lui. Perché Kobe era molto più di un giocatore di basket. Aveva intelligenza, energia, carisma e carattere per riuscire in ogni campo. E lo stava facendo. Si stava costruendo una brillante carriera da imprenditore e storyteller, oltre all’impegno per insegnare basket ai più giovani con la Mamba Academy. Prima dell’impensabile. Prima di un maledetto 26 gennaio 2020, ore 10 antimeridiane circa. Prima che sulle chat di WhatsApp e sul resto dei social iniziasse a propagarsi la notizia virale che mai avremmo voluto leggere. Credo che ci ricorderemo tutti cosa stavamo facendo nel momento in cui abbiamo saputo dello schianto dell’elicottero su cui viaggiavano Kobe, Gianna e altre 7 persone, in una nebbiosa domenica mattina nei dintorni di Los Angeles.

di Francesco Mecucci, Collaboratore Sezione Basket Europeo

Kobe Bryant e Glen Keane ritirano l’Oscar 2018 per il miglior cortometraggio animato.

Per me Kobe è l’amico con cui sono cresciuto.
È l’amico che mi ha fatto scoprire quanto è bella la pallacanestro, la mia più grande passione, la costante che illumina ogni giorno della mia vita.
Per me Kobe Bryant è un maestro a cui rendo grazie per tutte le emozioni che mi fa vivere. Un maestro cui sono profondamente devoto per la legacy, per il patrimonio d’inestimabile valore che ci lascia in eredità.
Per me Kobe Bryant è la pallacanestro.
È il mio giocatore preferito di sempre, un manuale del Gioco, un supereroe.
È vivere la propria vita 24 secondi per volta, all’8 in fadeaway… All’infinito.
Ma non solo: per me Kobe è soprattutto ispirazione per la vita quotidiana.
È la Mamba Mentality. È passione incondizionata, ossessiva, che ti spinge a dedicare ogni giorno tutte le energie psicofisiche a disposizione, per la “‘cosa” che più ami al mondo. Grazie di tutto, Black Mamba.

di Filippo Stasi, Collaboratore Sezione Basket Europeo

Non posso dire di essermi avvicinato al basket grazie a te in quanto eravamo quasi coetanei.Posso però dire che TU sei stato il giocatore che mi ha fatto esclamare “questo è il basket “.
Sei stato un esempio di talento, professionalità, amore per il gioco e fame di vittoria che difficilmente si potrà rivedere su un parquet.
Questa estate, durante una delle nottate in bianco che spesso capitano a noi neo papà, mi misi a rivedere con mio figlio la tua gara d’addio.Riguardando quegli ultimi minuti, quella tenacia e quella determinazione nell’ottenere l’ultima W della propria carriera, guardai mio figlio e gli dissi:”vedi amore,se tu nella vita avrai almeno 1/4 della determinazione del #24 potrai ottenere tutto ciò che vorrai”.
So bene che mio figlio non avrà capito nulla avendo avuto solo 3 mesi,ma il mostrargli un esempio di professionalità e talento come Kobe mi sembrava doveroso. E poi si sa, gli idoli vanno tramandati alle nuove generazioni.
Ecco, Kobe per me sei stato tutto questo…un esempio di professionalità, un campione da ammirare, talento puro, amore per la palla a spicchi e recentemente, anche un ricordo padre/ figlio che custodirò gelosamente.

di Michele De Luca, Collaboratore Sezione Basket Europeo

Kobe Bryant è un risarcimento, per chi è nato a fine anni ’80 o negli anni ’90 e non ha avuto il privilegio di veder giocare Michael Jordan. Bryant è stato il nostro Jordan, il giocatore che più ha fatto sognare la nostra generazione. “Be Like Mike”: crescendo, ho sentito queste tre parole una marea di volte. Le ha sentite anche Kobe nella sua vita, ma le ha sempre rifiutate. Lui non ha mai desiderato essere come Jordan, lui ha sempre voluto essere meglio di Jordan. Un’ossessione per il 23, morbosa, che lo ha reso il giocatore che è stato. E anche se non è arrivato ad essere come Jordan, né tanto meno a superarlo, non importa.
Kobe è entrato nella lega come “nuovo Michael Jordan” e ne è uscito come “primo Kobe Bryant”. E questo ha un valore indubbiamente superiore. “Be like Mike”, un tempo si diceva. Lo si dirà ancora, ma da ora diremo anche “Be Like Kobe”. Lo diremo ai nostri ragazzi, ai nostri amici. Lo diremo, soprattutto, a noi stessi.
Be Like Kobe.

di Fabio Rusconi, Collaboratore Serie A Brescia

Kobe Bryant e Michael Jordan all’All Star Game 2003.

Per chi ama la pallacanestro come posso amarla io l’aver perso Kobe è come aver perso un familiare facendoci provare lo stesso effetto di quando ci viene a mancare una persona cara e questo non può essere definito normale. Non sarà facile da metabolizzare e da spiegare a chi ci sta vicino che magari non vive di pallacanestro come noi, ma che in questo momento prova a capire le nostre emozioni e ci rispetta anche se noi Kobe in fondo non l’abbiamo mai conosciuto. Tante le notti passate in piedi, tanti i giga consumati per vedere e rivedere i suoi video, tante le partite ai videogames prendendo sempre e solo i Lakers perché c’era lui, tanti soldi spesi per avere subito il suo ultimo modello di scarpe, tante cose mi porterò dentro, ma niente rimpianti, ma solo un grazie Kobe.

di Marco Muffatto, Collaboratore Serie A Venezia

Non ho aneddoti da raccontare su di te, non ti ho mai conosciuto. Eppure ti ho amato, Kobe. Non so se si può piangere così per qualcuno che non hai mai incontrato, eppure ho pianto come se avessi perso un amico. Non ti ho mai conosciuto, Kobe, ma tu per me eri un sogno. Il sogno di chi voleva volare ma non ha potuto, e allora tu hai volato per noi. Il sogno di chi voleva vincere e non ha potuto, e allora tu hai vinto per noi. Quello che sei stato vivrà, certo che vivrà. Ma quel sogno si è spezzato. E ogni volta che vedrò un elicottero volare, penserò a quel maledetto giorno. E ogni volta che vedrò l’8 o il 24 penserò al tuo sorriso. E ogni volta che vedrò delle ragazzine giocare a basket, penserò a Gianna. Niente sarà più lo stesso, perchè un sogno si è spezzato e non smetterà mai di fare male. Allora da lassù mandaci un po’ della tua forza, e un po’ del tuo sorriso. Che tu te ne sei andato, ma noi siamo rimasti qui, e ne abbiamo davvero bisogno. Non ti ho mai conosciuto Kobe. Ma diamine quanto mi mancherai.

di Martina De Angelis, Collaboratore Serie A Roma

Bryant esulta dopo il buzzer beater contro Phoenix. Primo Round, Playoff 2006, Gara 4

Per questioni anagrafiche non ho avuto la fortuna di ammirare a pieno le tue gesta, ma uno dei motivi per cui sono entrato in contatto con questo meraviglioso sport, sei proprio tu. Avrei davvero tante parole da scrivere nei tuoi confronti e a dir la verità difficilmente riuscirò del tutto a digerire questa tua scomparsa, ma i giorni passano e aumenta la sensazione di aver perso un uomo con la U maiuscola, un padre, un icona sportiva che ha dato tutto se stesso per pallacanestro e per lo sport. In questo momento vorrei solo ringraziarti; grazie perché sei stato e continuerai ad essere fonte di ispirazione, esempio di vita, passione e duro lavoro e grazie per le mille emozioni che hai suscitato in me, vedendoti con quel pallone tra le mani. Grazie di tutto Kobe, ti porterò sempre con me, Mamba 4 life.

di Gianluca Rota, Collaboratore Serie A Brindisi

La grande maggioranza di tutti noi potrà non averti mai visto di persona, ma chiunque conosce e conoscerà il tuo nome: sei stato uno dei migliori giocatori di pallacanestro, anzi, sei La Pallacanestro. Qualsiasi appassionato di basket della mia generazione, avrà almeno una volta nominato il tuo nome, giocando coi propri amici al campetto, provando ad imitare qualcuno dei tuoi movimenti e questo è solo uno dei segni che hai lasciato in eredità a tutto il mondo appassionato di questo sport. Ho avuto la fortuna di poter guardare qualche tua partita, rimanendo sbalordito ogni volta, a vedere i mille e uno modi di smarcarti e segnare mettendo in mostra quella mentalità da campione che ti contraddistingue: ho sempre tifato per i tuoi nemici di Boston, ma sarebbe inutile nascondere una notevole ammirazione per un giocatore, ed una persona come te. Concludo riprendendo una frase che circola sui social in questi giorni, ma che per me è molto significativa: “Da tifoso dei Boston Celtics, quando ti sei ritirato, ho pensato che non avresti mai più potuto spezzarmi il cuore, ma evidentemente mi sbagliavo”

di Alessandro Kokich, Collaboratore Serie A Pesaro

Kobe Bryant bacia la medaglia d’oro di Londra 2012, la sua seconda in carriera.
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