La Befana plana in Nba: a chi i dolci e a chi il carbone?

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Domani la Befana planerà sulle case di tutto il mondo per riempire le sue consuete calze. Di leccornie o di carbone? Questo rimarrà un mistero fino alla fine, dipenderà dal comportamento tenuto in questi ultimi mesi. Pensiamo che un giro in America la vecchietta più famosa del mondo possa farlo, così da poter fare qualche previsione o supposizione sulle star della palla a spicchi. Tre mesi sono abbastanza per cominciare a fornire i primi responsi: a chi spetta una calza zeppa di dolci? chi farà i conti con l’odiato carbone e chi invece vedrà il suo calzettone spaiato equamente diviso fra premi e punizioni? Abbiamo voluto prendere 5 personaggi (o squadre) della Nba per “categoria”, provando a spiegare le ragioni che spingeranno la befana a distribuire in questa maniera le sue provviste.

Calza tutta dolci:

Jason Kidd: secondo anno da allenatore e seconda avventura diversa per l’ex play dei Dallas Mavericks. Dopo il flop di Brooklyn, quest’avventura a Milwaukee, squadra destinata alle parti basse della Eastern Conference, non sembrava l’opportunità migliore per rilanciarsi. Giasone e i suoi uomini stanno però stupendo tutti. La squadra è sorprendentemente sesta e macina sia gioco che ottimi risultati. Kidd sta rivalutando giocatori in crisi nelle ultime stagioni e sta facendo maturare degli ottimi prospetti. Tra l’altro, l’infortunio serio di Jabari Parker, pietra miliare della rifondazione, non ha influito minimamente. Senza troppe pressioni addosso e con giovani che pendono dalle labbra di un campione come lui, Kidd sta tirando fuori anche la stoffa del vero coach. 

Jimmy Butler: la nuova stella dell’Nba. Questo è ciò che ha sentenziato l’inizio di stagione. Se è vero che i vari Davis, Curry, Harden sono cresciuti molto, altrettanto insindacabile è che questi giocatori avevano già uno status o una predestinazione da star. Butler invece, da ottimo comprimario, sta quasi diventando il leader di una contender come Chicago. Le sue medie, le sue giocate e la sua crescente leadership sono diventati più che dei fattori x per i Bulls. Nonostante il ritorno di Rose e un Gasol su livelli di nuovo ottimi, c’è chi lo considera la vera star della squadra. Ha ancora mesi davanti per confermare ciò.

Golden State Warriors: sarebbe stato riduttivo per la signora Befana portare una calza al solo, ma ottimo esordiente coach Kerr, o ai due Splash Brothers. La squadra californiana è un sistema che funziona a meraviglia, che vola, che sorprende e che, soprattutto, comanda per ora l’Nba. Curry è un plausibile Mvp, Thompson è un secondo violino micidiale, Lee e Bogut sono una coppia di lunghi completa, Green e Barnes quei fattori che non ti aspettavi e Igoudala una riserva che vorrebbero tutti. Protagonisti non così prepotentemente annunciati. Qualche camino in più è doveroso farlo.

Atlanta Hawks: anche qui bisognerà fare un giro più lungo, visto che c’è più di qualcuno da dover accontentare. Atlanta è prima ad Est, è la potenza che non ti aspetti, ma da cui non rimani troppo sorpreso se li osservi giocare. Budenholzer aveva mostrato qualcosa già lo scorso anno e in questa stagione sta sempre più modellando il suo mosaico. Al Horford e Millsap sono una coppia di lunghi perfetta, Teague è un play forse troppo sottovalutato e lo sparring partner non delude, tanto che un semplice Pero Antic riesce addirittura a brillare. Nessuna vera star, ma un trionfo del collettivo. 

Mark Cuban: dopo aver fallito gli assalti alle principali stelle delle ultime free agency, quest’anno il vulcanico proprietario dei Mavs ha lavorato bene dietro le quinte per costruire quello che, probabilmente, è il quintetto migliore della Lega. Chandler è stato un ritorno a dir poco azzeccato, così come la firma di Parsons. Rondo è la ciliegina sulla torta, il play di spessore che mancava. Quando tutti si chiedevano se potesse andare ai Lakers o ai Rockets, è arrivata la vantaggiosa trade che non ti aspetti. Ha messo a disposizione di Carlisle un materiale invidiabile sul quale lavorare. 

Calza metà dolci e metà carbone:

Kobe Bryant: i dolci sono per il record raggiunto nella classifica dei marcatori all time, traguardo meritato da un campione gigante e vincente. In mezzo ai tanti punti segnati però, ci sono anche i canestri sbagliati, il record dei tiri non andati a segno e tante piccolezze che rendono la sua stagione un po’ sfumata. Il riposo gli ha fatto bene, è il leader di una squadra scarsa, ma deve saper convivere in campo con i suoi compagni. I numeri, però, sono e saranno sempre dalla sua parte. Qualche caramella in più sarà presente nella calza.

Stan Van Gundy: Sembrava che le scorte di carbone non dovessero bastare più per lui, barzelletta assieme ai suoi Pistons dei primi mesi di Nba. L’insistenza sui tre lunghi e su un adattato Smith era inconcepibile; ha fatto però in tempo a redimersi. Il taglio di Smith è stato inaspettato, coraggioso e decisivo allo stesso tempo. Ora la franchigia è in striscia positiva da diverse partite e lui può iniziare a costruire un progetto futuro di spessore.

I rookies: sono sfortunati, maledettamente sfortunati, ma dire che ci si aspettasse qualcosa di più non è illecito. Gli infortuni sono una scusante giusta o un simbolo di una classe di ragazzi sui cui si è parlato troppo? Qualcuno diventerà grande e ha tempo per farlo, ma altri rimarranno nel limbo della mediocrità. La befana li tratterà come tutti i ragazzi, viziandoli un po’, per premiarli dell’impegno e consolarli dalle difficoltà, e un po’ punendoli, per non aver rispettato le tante attese riposte. 

San Antonio Spurs: va bene gli infortuni, va bene l’età che avanza, va bene il gestirsi per quando conta, ma il settimo posto non se l’aspettava nessuno. Andranno ai playoff, ma al momento guardarsi alle spalle è necessario. La fiducia su di loro è sempre alta, ma anche quando hanno lottato sino alla fine sono arrivate delle sconfitte. Non è sempre vino ciò che invecchia. In compenso sono i campioni, qualche dolce è lecito, anche con il benestare del sergente Pop.

LeBron James: come fai a fare un bilancio senza James, il giocatore più chiacchierato delle ultime annate, nel bene e nel male. Stavolta più nel male: una bella scorta di carbone è in arrivo a Cleveland. Forse dovrebbe spartirla con dei compagni che faticano a trovarsi tra di loro e con lui, con un allenatore che non si sta adattando in fretta e come ci si aspettava, ma il grosso è da tenere per sé. La scelta di tornare non è stata imposta da nessuno e se risultasse sbagliata non può biasimare nessuno. Le ultime dichiarazioni sul coach non sono state all’insegna della massima collaborazione e serenità. In compenso come giocatore è sempre tanta roba, se i Cavaliers sono almeno quinti, lo devono principalmente a lui. 

Calza tutta carbone:

Josh Smith: si è capito che fosse il vaso di Pandora di Detroit, sarà anche quello di Houston? Crediamo di no, ma a “Motor City” non ha lasciato nulla di positivo. Il suo addio è stata una liberazione, un principio di ripartenza. In Texas potrà dare di più giocando nel suo ruolo? Forse, ma dovrà adattarsi ad essere il terzo violino e giocare meno per sé stesso. Ci riuscirà?

New York Knicks: una carrellata di carbone sulla Grande Mela. Sicuri che basti una scopa a trasportarla? Non c’è nessuno che si salvi da questo spettacolo indegno. Anthony è un leader inconsistente, il resto della squadra sembra una massa senza senso. Fisher rischia di fare seriamente la figura del dilettante allo sbaraglio. Jackson macchierà la sua carriera con questa avventura presidenziale?

Mikhail Prokhorov: dopo un anno sembra che gli sia già passata la voglia. Ha speso mari e monti per vincere subito ed ora ammira, si fa per dire, una mesta stagione della sua Brooklyn. I playoff arriveranno per la pochezza della Conference, ma sarà una comparsata triste e poco degna delle passate ambizioni e di alcuni nomi vantati nel roster. Vittima e in trappola per gli errori commessi. Quando i soldi non fanno la felicità, ma solo carbone.

Lance Stephenson: si pensava che in un altro contesto, molto funzionante e con un certo Jordan a capo, “Born Ready” potesse fare il salto di qualità definitivo e trovare le motivazioni per essere il leader di una squadra. Speranze vane. Stephenson gioca male e ha peggiorato il discreto giocattolo degli Hornets. Non ha fatto in tempo a giocare un mese, che già si parlava di trade per riportarlo in Indiana. Esame di maturità fallito. Se ti bocciano ti becchi solo carbone.

Ray Allen: chiusura ad effetto, ma il comportamento del più grande tiratore da tre punti nella storia del gioco non sembra consono ad un campione della sua caratura. Cosa sta aspettando per decidere dove giocare? Andrà nella squadra che, nel momento tipico, sarà quella costruita meglio per consentirgli di afferrare il terzo anello? Scegliere un progetto vincente dall’inizio sarebbe stato sicuramente più elegante. Forse una calza tutta nera potrà fargli capire che è giunto il momento di prendere una decisione e darsi una mossa.

 

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