La guida alla NBA Eastern Conference

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15) CHICAGO BULLS (41-41 e 8° posto nel 2016/17)

A cura di Nicolò Marchese

Quintetto base: Dunn, LaVine (inf), Zipser, Portis, Lopez.

Panchina: Pondexter, Payne, Grant, Valentine, Mirotic, Nwaba, Markkanen, Felicio, Holiday, Stone, Eddie, Johnson, Koenig.

Arenatosi il progetto delle “tre guardie”, con Rondo, Butler e Wade a dare vita al più grande controsenso della storia del basket NBA recente, i Chicago Bulls partono da un diktat ben preciso, il cui senso è racchiuso in una sola, semplice, parola: “ricostruzione”. Le ambizioni di playoffs, magari anche facendo strada nei mesi più caldi, sono state messe, almeno momentaneamente, nel ripostiglio. Piedi per terra, con l’obiettivo ben chiaro di far maturare i prospetti, alcuni dei quali molto interessanti, presenti nel roster. Proprio la partenza dei tre “maschi alpha”, di cui sopra si è accennato, potrebbe risultare decisiva ai fini dell’espressione di gioco di coach Hoiberg. Non si sono infatti mai viste, nelle due stagione con lui al timone, quelle caratteristiche per cui, fondamentalmente, era stato assunto come capo-allenatore dei Bulls. Innanzitutto il ritmo alto, un basket “up-tempo” sempre più comune nel panorama NBA, da adottare quando si ha il personale per farlo. Inoltre, nella passata stagione Chicago era 20esima per pace, e si cercavano spesso isolamenti trascurando il ball movement; l’attacco quindi risultava stagnante, insipido, contornando le partite dei Bulls da un velo di noia difficile da rimuovere.

I Bulls si sono ritrovati avanti 2-0 nella serie contro i Celtics, trascinati da uno spettacolare Rajon Rondo. Il suo infortunio, poi, ha spianato la strada a Boston per la rimonta. www.nesn.com

Il roster presenta elementi interessanti, il nome più suggestivo è quello di Kris Dunn. Arrivato dai Minnesota T’Wolves nello scambio che ha portato Jimmy Butler a Minneapolis, per la giovane point guard si configura un’occasione importante: ergersi a leader di una squadra che guarda più all’orizzonte che al presente. Le doti atletiche sono tutte lì da ammirare, velocità esplosiva, verticalità fuori dal comune e “senso tattico” interessante, solo da affinare. In più, le abilità difensive sono lampanti, serve solo maggiore continuità. Con Dunn, dai T’Wolves, è arrivato anche Zach LaVine. Teoricamente sarebbe lui il giocatore di punta della squadra, ma le incognite dopo il grave infortunio della passata stagione sono ancora da dirimere; dovrebbe partire infatti nel quintetto titolare, ma non prima di dicembre, periodo in cui è previsto il suo ritorno. Anche se in un contesto prettamente “giovanile”, non mancano gli elementi di esperienza. In primis Robin Lopez, chiamato alla prima, vera, stagione da “capobranco”, dopo tante annate da comprimario. Importante anche la riconferma di Mirotic, che aggiunge pericolosità dalla linea del tiro da tre punti, anche se le abilità difensive non fanno strabuzzare gli occhi. Occhi puntati su Lauri Markkanen, il nuovo fenomeno della pallacanestro continentale, protagonista di un ottimo Europeo con la sua Finlandia. Non è un neofita del basket d’oltreoceano, la sua militanza all’Università dell’Arizona può essergli utile per rendere meno traumatico il suo passaggio ad un contesto molto diverso e maggiormente pressante. Le abilità, le skills, sono tutte lì da vedere, un lungo capace di essere efficace spalle a canestro, oltre che pericoloso dalla media e lunga distanza. E’ un diamante grezzo che va fatto crescere, con calma e senza mettergli fretta.

Giocatore chiave: Zach Lavine

In un contesto molto “giovane”, l’uomo barometro può essere Zach LaVine. Ha esperienza NBA tale da potergli affidare le redini di una franchigia in ricostruzione. Non sarà mai, probabilmente, il giocatore capace di far compiere alla sua squadra il salto di qualità definitivo, ma in un contesto del genere può mettere a referto cifre importanti, magari anche una ventina di punti a partita. L’incognita, come detto sopra, è il suo stato fisico: la rottura del crociato che gli ha fatto saltare buona parte della passata annata potrebbe avergli fatto perdere qualcosina in termini di atletismo, per avere la prova provata della sua condizione bisognerà attendere le prime partite della nuova stagione. Si tratta del secondo infortunio grave della carriera, anche la reazione mentale a questo problema potrà essere importante. Le sue cifre dell’ultima stagione, sulla scorta di un numero di partite decisamente inferiore al normale, sono molto positive: quasi 19 punti di media, non pochi per chi non ha mai rivestito il ruolo di leader offensivo del suo team. A dover restare su alti livelli è la sua percentuale dall’arco: qualora riuscisse a mantenerla sugli standard degli anni passati (intorno al 40%) nonostante l’alto numero di possessi a disposizione, risulterebbe per le difese avversarie un’enigma di difficile risoluzione. Inoltre questo sarà il suo contract year: qualora facesse bene potrebbe risultare appetibile a cifre molto salate, e Chicago per forza di cose cercherà di blindarlo. Sarà suo compito stupire!

 

14) NEW YORK KNICKS (31-51 e 12° posto nel 2016/17)

A cura di Nicolò Marchese

Quintetto base: Jack, Lee, Thomas, Kanter, Porzingis.

Panchina: McDermott, O’Quinn, Kuzminkas, Noah, Hardaway Jr., Hernangomez, Ntilikina, Baker, Dotson, Beasley, Session, Hayes, Rathan-Mayes.

No Carmelo Anthony, no party? Beh, non che le cose siano andate granché bene con il numero 7 nel roster. Anzi. La sensazione è che New York abbia tirato un sospiro di sollievo dopo la cessione dell’ex Nuggets, quasi come ci si fosse liberati di una zavorra pesante, ingombrante, un’erbaccia che minava la salute dell’intero orto. Ovviamente, le responsabilità per le ultime fallimentari annate non possono essere imputate solo ed esclusivamente ad Anthony, ma è razionale dire che, quella che partirà a breve, sarà una stagione da “anno zero”, in cui tutto girerà intorno a Kristaps Porzingis. Il lettone, oltre a dare prova del suo enorme talento nelle annate passate, ha disputato un Eurobasket ai limiti della perfezione, da vero leader, ragion per cui non è utopistico pensare che possa ricoprire il medesimo ruolo anche in una realtà di gran lunga più pressante come New York. Desta curiosità l’arrivo di due giocatori come Jarrett Jack ed Enes Kanter: il primo da sempre playmaker di grande affidabilità, che ha peccato di continuità nella sua carriera, il secondo chiamato al salto di qualità definitivo. Offensivamente può essere letale per la varietà di soluzioni che possiede, difensivamente deve compiere passi in avanti evidenti, che smussino leggermente la tendenza al “panchinarlo” costantemente in alcuni frangenti.

Interessante il ritorno di Hardaway Jr. dopo la buona esperienza vissuta ad Atlanta: dovesse essere “cosciente” del suo ruolo, potrebbe diventare utile in uscita dalla panchina. Le scommesse non mancano, un nome su tutti, in questo senso, è quello di Michael Beasley, ancora una volta alle prese con i suoi fantasmi e con l’etichetta di “eterno incompiuto”: certo, New York non è l’ambiente più salubre per sbocciare, ma far bene in una franchigia del genere potrebbe essere rilevante, anche se sono più speranze che reali possibilità. Impossibile, poi, non menzionare la scelta “particolare” al draft di Frank Ntilikina. Si tratta di una guardia che ha del potenziale, soprattutto fisico, con velocità ed atletismo da vendere. Ha già esperienza, considerato che ha vissuto, con lo Strasburgo, contesti molto pressanti come i playoff e possiede un’innata voglia di migliorarsi. Di contraltare, c’è il suo poco utilizzo in generale, considerato che in Francia non era nemmeno titolare. Bisognerà dargli tempo: sicuri che a New York siano predisposti a farlo? Infine, menzione va fatta per Joakim Noah, ancora sotto contratto, ma lontano parente del delizioso giocatore, per intensità e carattere, visto a Chicago. I quasi 18 milioni di stipendio non sono “bruscolini”, anche in una Lega in cui di dollari ne girano parecchi. Probabile che il front office decida di liberarsene a breve, per non rischiare di dover pagare un elemento ritenuto, in fin dei conti, poco utile.

La situazione ambientale è come al solito spinosa. Sulle metro a NYC sono state raffigurate le pessime scelte prese negli ultimi anni da Dolan, proprietario storico della squadra. www.nydailynews.com

A proposito di front office, l’addio di Phil Jackson rappresenta un tema importante, soprattutto per Jeff Hornacek, libero finalmente dalle “catene” del famigerato triangolo e libero di dare sfogo al suo gioco “up-tempo”, basato su un ritmo sicuramente superiore rispetto a quello visto nelle ultime annate. Certo, il lavoro dell’ex coach dei Suns non potrà basarsi esclusivamente su una zona del campo: nella passata stagione i Knicks si sono posizionati 25esimi per defensive rating nella lega; urgono miglioramenti, anche se il “personale”, sotto questo punto di vista, è quello che è.

Magari il roster non sarà di primo livello, ma cambiare volto al modo di giocare della squadra potrebbe risultare utile anche per l’umore dei tifosi Knicks, che hanno lasciato intendere, in modo non troppo velato, di essere rassegnati aj risultati mediocri di una franchigia che non vede lustro da anni, nonostante la fama. Ma che la situazione ambientale sia complicata è un po’ il “segreto di Pulcinella”…

Giocatore da osservare: Tim Hardaway Jr

Troppo semplice dire Porzingis, che ha davvero la possibilità di ritagliarsi un posto fra gli All-Star. Se proprio bisogna indicare un giocatore che possa essere considerato “chiave” in un contesto così caotico come New York, meglio puntare su Tim Hardaway Jr. Dopo la buona esperienza con gli Atlanta Hawks, decidere di tornare ai Knicks potrebbe suonare come un autogol, considerata la situazione ambientale che si vive in città – autorete non certo da punto di vista salariale, ovviamente. Ecco perché, di contro, un buon impatto potrebbe far crescere la sua “immagine” nella Lega. Deve, però, ritagliarsi il ruolo giusto, capire che potrebbe anche uscire dalla panchina. Insomma, dovrà fare un lavoro su se stesso più mentale che fisico o tecnico, ma il materiale c’è, è solo da modellare. Le cifre della passata stagione, alla corte di Mike Budenholzer, sono state più che discrete: 14.5 punti a partita uscendo dalla panchina, con percentuali di tiro positive. A cambiare, rispetto al passato, è stata però la sua attitudine difensiva, di gran lunga superiore rispetto alla sua prima avventura newyorkese, che ha giovato della guida di un coach esperto e dalle idee chiare. Di certo, Atlanta ha una percentuale di “pressione mediatica” notevolmente inferiore rispetto alla “Grande Mela”: questa potrebbe essere una variabile di non poco conto.

 

13) BROOKLYN NETS (20-62 e 15° posto nel 2016-17)

A cura di Gianmarco Galli Angeli

Quintetto base previsto: Jeremy Lin, D’Angelo Russell, DeMarre Carroll, Rondae Hollis-Jefferson, Timofey Mozgov.

Panchina: Trevor Booker, Allen Crabbe, Caris LeVert, Jarrett Allen, Sean Killpatrick, Spancer Dinwiddle, Joe Harris.

Senza scelte al draft ma con una squadra non in grado di arrivare ai playoff: in questo modo si possono riassumere le ultime stagioni dei Brooklyn Nets, che tuttora stanno pagando la trade fatta con Boston per provare a vincere il titolo nel 2013. Dallo scorso anno però, e in particolare dall’All Star Game in poi, le cose sono decisamente cambiate, nonostante l’ultimo posto nella Eastern Conference dica l’esatto contrario: la squadra ha finalmente trovato un’identità e grazie allo spazio salariale libero può caricarsi sulle spalle qualche contratto ‘Albatros’ al fine di farsi aggiungere nel pacchetto un giocatore di ottime prospettive (vedi trade con i Los Angeles Lakers) o delle scelte al Draft (vedi quella con i Raptors). La spaventosa attitudine al lavoro mostrata da Kenny Atkinson farà il resto: l’ex assistant coach di Knicks e Hawks sa che la salita è appena iniziata ma ciò non lo spaventa come ha dichiarato durante la preseason (“Mi piace la crescita costante: è una maratona, non uno sprint”). La linea dell’head coach è condivisa anche ai piani alti, Dmitry Razumov ne è consapevole: “Siamo pronti ad essere pazienti. Abbiamo provato ad avere tutto subito e abbiamo fallito miseramente. Vogliamo migliorare partita dopo partita, l’importante è che i ragazzi crescano e possano esprimersi al meglio”.

Il mercato della franchigia newyorkese si è sviluppato proprio seguendo questo diktat: accaparrarsi giovani e scelte al draft, anche al costo di perdere i migliori cestisti della franchigia (Brook Lopez). Ad oggi in rosa ci sono nove giocatori che possono essere indifferentemente nello starting five e avere minuti preziosi dalla panchina. Questa situazione offre maggiore imprevedibilità ad una squadra sempre molto attenta alle novità che arrivano dal campo tecnologico: i Nets sono tra i primi ad aver applicato una restrizione di minuti calcolata sulle possibilità di ogni cestista, per farlo rendere al massimo; Randy Foye ha infatti ammesso che grazie a questo programma si sente pronto a giocare altri cinque anni.

Avendo perso Brook Lopez, go-to-guy della franchigia, anche la disposizione in campo sarà differente: è difficile pensare che Mozgov riesca a mettere nel giro di due mesi un tiro da tre affidabile come quello del centro dei Lakers, quindi Atkinson cambierà il principale destinatario degli schemi. La conclusione da dietro l’arco sarà sempre la chiave di volta della stagione dei bianco-neri (secondi per numero di triple tentate a partita ma ventiseiesimi per percentuale nella scorsa stagione): in quest’ottica la scelta di tiratori come Russell, Crabbe e Carroll può pagare i giusti dividendi. Resta però da capire come verranno occupati i due slot di Ala grande e Centro: inizialmente il compito dovrebbe gravare sulle spalle di Rondae Hollis-Jefferson e Mozgov ma non sono specialisti della conclusione da tre punti; è maggiormente probabile che nel corso della stagione Trevor Booker possa occupare uno dei due ruoli. In quintetto, a meno di grossi scoinvolgimenti, ci saranno sicuramente Lin e D’Angelo, due ottimi ball-handler in grado di ampliare le soluzioni del playbook dei newyorkesi: responsabilità maggiori ma condivise che possono regalare qualche gioia in più ai frequentatori abituali del Barclays Center (magari rispetto alle 20 dello scorso anno si riuscirà ad arrivare a 25-28 vittorie).

Se in difesa lasciano a desiderare, in attacco sono bellissimi da vedere. In Preseason sono riusciti anche a far segnare una tripla a Mozgov, che verrà incentivato a provarle per tutta la regular season.

DeMarre Carroll è invece chiamato a revitalizzare una carriera che dopo quella meravigliosa stagione con la jersey degli Hawks ha trascorso maggiormente in infermeria che sul parquet: in attesa che il recupero sia totale è probabile che il 3&D venga centellinato e che Crabbe possa trovare molto spazio anche nel ruolo di ala piccola. Caris LeVert deve ripetere quanto di buono fatto vedere nella seconda parte dell’ultima Regular Season dove, una volta essere stato inserito nel quintetto base, ha mostrato di essere un fattore in entrambe le metà del campo; Jarrett Allen è il rookie su cui ha fatto affidamento la dirigenza e che vuole ritagliarsi fin da subito uno spazio importante: il front office dei Nets punta molto su di loro e se il primo finora ha già ripagato la fiducia ricevuta, il secondo è pronto a farlo.

In conclusione, se state cercando una squadra che possa regalarvi gioie nel giro di un lustro, siete nel posto giusto: la scalata è appena iniziata e qualche anno di oblio ancora incombe sulla testa di questi giovani Nets ma il futuro inizia a sorridere alla squadra della Grande Mela. Brooklyn Grit.

Giocatore da osservare: D’Angelo Russell

Due anni di apprendistato alla corte di Kobe Bryant, qualche errore di troppo dentro e fuori dal campo ma tanto divertimento. Al Barclays Center sono pronti a gustarsi le mirabolanti giocate di D’Angelo Russell, giocatore capace di coniugare spettacolarità ed efficacia, seppur a fasi alterne. Non sarà il cestista con maggiore continuità della storia di questo sport però nel giusto contesto (e Brooklyn fa proprio al caso suo) può raggiungere quella sicurezza e dimostrare a tutti perché il 25 giugno 2015 fu scelto dai Lakers come seconda pick assoluta del Draft. Da allora il 21enne di Louisville ha messo a referto una cifra vicina ai 15 punti di media a partita, con la nuova jersey deve incrementare i suoi numeri e le sue responsabilità: a New York hanno già riposto la fiducia nelle mani di DLo, questo il suo soprannome, ed il prospetto di Ohio State sembra essersi ambientato alla perfezione con i nuovi compagni. Il legame c’è stato fin da subito, l’ex Lakers non ha visto la trade come una bocciatura ed anzi si è rimboccato le maniche in attesa della nuova stagione. L’uomo giusto al posto giusto? Ce lo dirà il tempo, ma intanto Russell sembra prontissimo per la nuova stagione.

 

12) ORLANDO MAGIC (29-53 e 13° posto nel 2016-2017)

A cura di Simone Angeletti

Quintetto base previsto: Payton, Fournier, Simmons, Gordon, Vucevic.

Panchina: Afflalo, Ross, Biyombo, Isaac, Hezonja, Augustin, Mack, Iwundu, Speights, Birch, Rudez.

C’è molto da fare ancora ad Orlando, ma le prime buone notizie cominciano a vedersi. La sesta pick di quest’anno ha portato ai Magic Jonathan Isaac. Il 19enne ex-Florida State parte subito dietro a Gordon nelle rotazioni e sarà interessante vederlo all’opera con i “grandi”. Sebbene abbia 19 anni, Isaac può tranquillamente essere classificato come un progetto grezzo di lungo molto mobile e dinamico, con uno shooting range abbastanza ampio per coprire il ruolo di stretch-4. Già con la divisa dei Seminoles ha dimostrato di avere abbastanza fiducia per poter tirare con i piedi fuori dall’arco (34.7% in 2.8 apg) e possiede doti fisiche veramente notevoli. La sua struttura fisica offre una versatilità difensiva che può spaziare almeno 3 ruoli, un eccellente footwork e con i suoi tentacoli nei paraggi (2,13 metri di wingspan) nessuno ha veramente la palla al sicuro. In attacco possiede già un buon arsenale (anche se c’è da lavorare sul jumper e sul decision making), sa giocare sopra il ferro ma soprattutto, sa correre il campo. Caratteristica importantissima l’ultima per l’idea di gioco che coach Vogel sta mettendo in piedi per questo roster, ma ci arriveremo dopo. Isaac è un talento che fa più o meno tutto in maniera ottima, è uno di quei giocatori che i coach adorano per la sua innata versatilità. Servirà del tempo per vederlo splendere ed adattarsi fisicamente e mentalmente all’NBA ma Orlando, con il roster oggi sotto contratto, non ha certo fretta.

Jonathan Isaac, la grande speranza dei Magic. www.nba.com

Guardando il materiale presente a disposizione, pensiamo che i Magic possano giocare ad un pace estremamente alto. Il quintetto titolare, che potrebbe vedere molto spesso Ross al posto di Simmons, è fatto per correre. Non avendo mostrato molta dimestichezza col concetto di spacing (26 tentativi a partita con 32,8% dal campo l’anno scorso, meglio della sola OKC), la soluzione migliore è chiudere le azioni il prima possibile, prevenendo una difesa schierata che potrebbe approfittare dell’intrinseca “gravitazione verso il ferro” dello starting five. Dalla panchina, però, si è fatto qualche passo avanti. Tra i nuovi arrivi (in sostituzione di Green, Watson, Garino e Georges-Hunt) sono arrivati Arron Afflalo, Marresse Speights, Shelvin Mack e Adreian Payne.  In contesti estremamente diversi ed ancor più diversi dall’Orlando di quest’anno, i primi due hanno messo in campo medie più che rispettabili dall’arco (41% su 2 tentativi e mezzo a partita il primo, 37,2% in 3,4 tentativi il secondo) che possono tornare utili quando questo progetto di “run and gun” dovesse trovare momenti di secca offensiva.

Sarà piuttosto interessante come Vogel gestirà la parte difensiva, soprattutto preventivando un buon quantitativo di palle perse e di contropiedi presi. A livello atletico i Magic sono messi benissimo con Gordon, Ross, lo stesso Isaac e Payton, che non si fanno problemi a correre all’indietro in situazioni difficili. La qualità di Elfrid nella lettura dei passaggi può essere un trigger importantissimo per i fastbreak di Gordon, Ross e Fournier. C’è da aspettarsi un ennesimo tentativo di scambio di Nikola Vucevic che sembra sempre più un corpo estraneo a questa squadra che un elemento rilevante. Il fit ideale per questo sistema sarebbe un centro atletico, forte difensivamente, ottimo bloccante e rim runner. I due profili migliori sono DeAndre Jordan e Rudy Gobert ma sono impossibili da raggiungere. Potrebbe essere un’idea Nerlens Noel (che è sotto qualifying offer e l’anno prossimo sarà free-agent) o magari lanciare Biyombo e il suo contratto nel quintetto titolare. In ogni caso, di rumors sul centro montegrino ne sentiremo ancora molti.

Da non dimenticare anche che Gordon e Payton sono al quarto anno di contratto e devono guadagnarsi considerazione per l’offseason. Per ora sono due bei talenti ma le ombre oscurano un po’ le loro luci. Gordon da AP è un esperimento completamente fallito e tirare sotto al 30% da fuori è ormai inammissibile per il suo ruolo. Payton ha un po’ lo stesso problema, prende pochissime conclusioni dall’arco e ne converte ancora meno. Vogel sembra essere quasi costretto a giocare attorno ai loro limiti perché parliamo di due giocatori che potenzialmente possono ambire all’All-Star Game. Ad oggi però i loro difetti sono eccessivamente pesanti per la feroce ricerca delle spaziature e di playbook che mirano a cancellare i midrange shot favorendo giocate dal lato debole. Serve uno scossone importante da parte loro per conquistare un posticino ai Playoffs altrimenti Lottery piuttosto alta.

Giocatore da osservare: Evan Fournier

La guardia francese dovrà essere il trascinatore offensivo dei Magic. Per prima cosa, dimenticare assolutamente la stagione scorsa (career low per percentuale da 3, 35,6%) ed esplorare quei margini di crescita che sono nelle sue corde. Serve più continuità nel lungo periodo (e spesso anche nella singola partita). Una guardia con le sue misure ed il suo atletismo può trovarsi molto bene in questa versione tattica, molto adatta alle sue sfuriate in contropiede. È uno dei pochissimi a garantire spaziature decenti contro una difesa schierata quindi avrà moltissimi minuti in campo garantendo versatilità offensiva. Spesso potrebbe essere usato anche come secondo portatore di palla dopo Payton; le doti da handler non gli mancano e vederlo in isolamento contro il suo diretto marcatore non è un attentato alla pallacanestro, anzi, tutt’altro. Con la partenza di Green, rimane praticamente l’unico a roster in grado di portare punti velocemente in circa qualsiasi situazione – almeno finché Hezonja non trova la sua nicchia. Sarà molto spesso il barometro di questi Magic: se la sua stagione sarà in equilibrio con la sua importanza ad Orlando, si può anche pensare a togliere gli Heat dai Playoffs, altrimenti sarà una vera missione impossibile.

 

11) DETROIT PISTONS (37-45 e 10° posto nel 2016-17)

A cura di Gianluca Lo Nostro

Quintetto base previsto: Reggie Jackson, Avery Bradley, Stanley Johnson, Tobias Harris, Andre Drummond.

Panchina: Ish Smith, Luke Kennard, Stanley Johnson, Lance Galloway, John Leuer, Anthony Tolliver, Boban Marjanovic

In una Eastern Conference con un livello così basso, i playoff sono l’obiettivo principale di quasi tutte le squadre. Per i Detroit Pistons, reduci da un’annata assai deludente, è ovviamente così.
L’estate ha dato e tolto alla franchigia del Michigan: dai Boston Celtics è arrivato Avery Bradley (in scadenza di contratto) in cambio di Marcus Morris. Per molti, questa mossa si rivelerà azzeccata, perché insieme a Jackson e Drummond, un giocatore così versatile potrebbe fare la differenza.

Il problema principale, però, è rappresentato dai due succitati: delle incognite assolute, specialmente dopo un 2016-17 tutt’altro che esaltante. Jackson, alle prese con un infortunio per metà della stagione, sarebbe dovuto essere il leader indiscusso del gruppo, mentre Drummond avrebbe dovuto confermare quanto dimostrato l’anno precedente.
Nessuno dei due è stato capace di ripetere le gesta quasi eroiche di quando sono riusciti a terminare il digiuno di post-season a cui si erano abituati i tifosi dei Pistons dal 2009, e adesso si profila un altro anno complicato per questa squadra. L’unica nota positiva è stata Kentavious Caldwell-Pope, la guardia giunta al quinto anno nella lega che lo scorso luglio ha firmato con i Los Angeles Lakers un contratto annuale dal valore di 18 milioni, cifra che evidentemente i Pistons non potevano garantire al giocatore.

Ritrovare l’intesa giusta in campo sarà fondamentale per loro e per i Pistons. www.defpen.com

In offseason, si è lavorato molto per allungare la squadra e permettere a coach Van Gundy di avere una second unit rispettabile. Le aggiunte di Luke Kennard, Langston Galloway ed Anthony Tolliver consentono all’allenatore di avere altre soluzioni. Questi nuovi innesti, infatti, limano un reparto già di per sé completo.
Inoltre sarà interessante scoprire se Stanley Johnson darà prova di essere quello che la stampa d’oltreoceano tanto decantava prima del suo approdo in NBA. La difesa, il suo punto forte, è ciò su cui dovrà concentrarsi di più. Maggior continuità servirà anche dall’altro lato del campo: in attacco ha quasi sempre faticato nei suoi primi due anni nella lega (36% dal campo e 30% da tre).

Giocatore da osservare: Reggie Jackson

Il difetto principale dei giocatori come Reggie Jackson è lo scarso QI cestistico che porta a prendere decisioni sbagliate. Quando l’anno scorso è tornato dall’infortunio al ginocchio, le sue partite erano quasi tutte segnate da grossolani errori d’impostazione. Tuttavia, nella prima parte della regular season, i possessi che partivano da lui erano pressoché rari. Il sistema di Van Gundy era antitetico alla natura di Jackson, che non ha molta dimestichezza coi movimenti senza palla.

Diversi mesi dopo il rientro, sono sorte delle problematiche sia atletiche, sia psicologiche. Ripetere sempre lo stesso schema, pick & roll su pick & roll, senza grandi risultati l’ha reso ravvisabile agli occhi di tutti gli avversari, perfino quelli meno svegli. Ciò che è mancato la scorsa stagione al playmaker dei Pistons era la proverbiale esplosività e agilità del suo stile di gioco. Naturalmente l’infortunio ha avuto degli effetti negativi, basti pensare al numero di WS (Win Shares) totalizzato l’anno scorso: solamente 1.9, contro il 6.9 di due stagioni fa che lo rendeva il giocatore più importante della squadra a pari merito con Drummond.

A questo c’è da aggiungere la perdita di leadership in favore di Caldwell-Pope, verificatasi intorno allo scorso gennaio dopo accese discussioni avvenute nello spogliatoio. Adesso che KCP non c’è più, le chiavi della squadra sono state implicitamente consegnate a Jackson. Non è stato facile per l’ex play dei Thunder riconquistare la fiducia dei compagni, e ora che al suo fianco ci sarà Avery Bradley, giocatore abituato a tenere poco la palla in mano, Jackson ha tutte le carte in regola per far ricredere tutti i suoi detrattori che hanno colto la palla al balzo criticandolo per il cospicuo contratto firmato prima di infortunarsi.