La guida alla NBA Eastern Conference

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10) ATLANTA HAWKS (43-39 e 5° posto nel 2016/17)

A cura di Giuseppe Corrao

Quintetto base previsto: Schroeder, Bazemore, Prince, Dedmon, Ilyasova,

Panchina: Belinelli, Plumlee, Collins, Babbitt, Muscala, Bembry, Dorsey, Brussino, Delaney, Cook.

Budenholzer può fare il miracolo un’altra volta? Sempre la solita storia ad Atlanta, tante partenze e tutto da rifare, sempre la sensazione di dover ricostruire da macerie, poi un’altra stagione vincente. Stavolta l’impresa però pare davvero ardua.

In questi anni Atlanta ha visto partire tutti e quattro i suoi All-Stars della magica stagione 2015 che l’ha portata in cima all’Est: Teague, Horford, Korver e Millsap. Il quinto giocatore di quel quintetto, Carroll, è andato via lui pure in tempi non sospetti. Quest’estate, dopo l’ennesimo viaggio ai Playoffs, sono andati via Dwight Howard (al netto degli ormai enormi difetti) e Tim Hardaway Jr., due dei giocatori più produttivi.

Chi è arrivato? Il nuovo General Manager Travis Schlenk ha preso dal draft un prospetto niente male come John Collins, Miles Plumlee e Marco Belinelli via trade nella stessa serata.  Per Marco, il compito di uscire dalla panchina e probabilmente dare pericolosità dal perimetro dato che col suo 37.7% in carriera è nettamente sopra il dato dei titolari (32% Prince, 35% Bazemore, 33% Schroeder). Lui, Muscala-Ilyasova da lunghi per aprire la scatola e probabilmente Luke Babbitt, modesto giocatore che però sa tirare da piazzato (oltre il 40% in carriera, tre quarti del suo attacco da situazioni di catch & shoot) dovranno assicurare un po’ di tiro da tre a una squadra che per percentuali la scorsa stagione era 23esima in NBA. E sicuramente deve migliorare un attacco per efficienza 27esimo nella Lega.

Stiamo solo girando attorno all’argomento che è: chi è il giocatore guida? Gli eventi in fase di offseason consegnano le chiavi della squadra indiscutibilmente a Dennis Schroeder, che le prove generali di leadership le ha fatte ad Eurobasket con la Germania Nowitzki-less. Risultati buoni per un giocatore che a piccoli passi sta migliorando nelle scelte (la sua percentuale di palle perse su 100 possessi è scesa ancora la stagione scorsa) e comunque la scorsa stagione ha fatto un piccolo passo per scacciare le accuse di monodimensionalità, troppo primo passo ed esplosività e poco tiro, tirando un rispettabile 45% sui long-2. Il tedesco è chiamato a fare un altro salto di qualità dopo la bella serie di Playoffs contro gli Wizards dell’anno scorso.

24.7 punti, 7.7 assist, 46% dal campo, 43% da tre, 84% ai liberi. Queste sono le medie registrate da Schroeder nelle 6 partite disputate in postseason contro Washington. www.nba.com

Nel quintetto, detto pure di Ilyasova (solido ma che di certo non fa strappare i capelli ai più), la più grande curiosità è valutare l’impatto di Dedmon, arrivato in estate più o meno con poche alternative reali sul mercato. Nella disperata ricerca di ampliare le soluzioni offensive dietro l’arco, un discreto giocatore di pick and roll è stato mentalizzato da coach Bud in estate per provare più tiri da tre (Dedmon ha preso un tiro in oltre 3270 minuti NBA in carriera): auguri per la sfida.

A ogni modo, Atlanta rimane una formazione che dovrà, per far strada, contare sulla sua incredibile difesa: quarta per rating ed efficienza, ottava per percentuale dal campo concessa, terza per palle perse avversarie forzate la scorsa stagione. Tutti dati da cui partire per una squadra sempre più “blue collar”.

Rebuilding? Fin quando c’è Budenholzer (tra l’altro slegato da compiti dirigenziali, questa stagione) in sella non si può mai dire. Aspettiamoci comunque qualche movimento di Shlenck in chiave futura, per garantire flessibilità salariale: in estate il buyout di Jamal Crawford ha portato a un risparmio netto a libro paga in vista della stagione 2018/2019 (a Crawford andranno corrisposti 2.3 milioni) e a occhio uno sacrificabile potrebbe essere Kent Bazemore, che ha numeri difensivi eccellenti, ma è ancora impegnato per circa 54 milioni. Non proprio un accordo per una squadra in rebuilding.

Giocatore da osservare: Taurean Prince

La scommessa più affascinante di Atlanta è sicuramente la proiezione in quintetto del secondo anno Taurean Prince. Gli Hawks hanno lavorato bene con la scelta numero 12 al Draft 2016, non dando nulla per scontato, facendolo sviluppare durante la stagione e poi lanciandolo a marzo e nei Playoffs. Prince ha risposto con 11.4 punti nello stretch finale di regular season in cui è stato impiegato e un numero di poco simile (11.2) in postseason, tirando però il 55% quando le partite sono diventate caldissime e risultando per efficienza il miglior rookie dei Playoff, facendo meglio persino del Rookie of the Year Malcolm Brogdon. Taurean è un giocatore capace di mettere punti a referto, ma ancora più impressionanti sono i numeri difensivi che l’hanno piazzato quarto nel Defensive Plus-Minus tra le ali piccole, davanti a difensori conclamati come MKG o Thabo Sefolosha, il giocatore a cui ha soffiato il posto la scorsa stagione.

È un cestista dal fuoco dentro, probabilmente dato dall’incredibile esperienza di vita: all’età di 12 anni, col padre povero in canna e reduce da un divorzio (ottenendo però l’affidamento di TP) ha passato trenta giorni a vagare da senzatetto per le strade di San Angelo, in Texas. Qualche volta c’era posto al locale Esercito della Salvezza, altre volte la strada era il luogo dove passare la notte. Taurean, durante quei trenta giorni, sarebbe stato accolto tranquillamente dalla madre, basta una chiamata. Mai fatta. Il motivo? «Tra di noi abbiamo un motto, LIE. Ci crediamo fortemente: “Loyalty is Everything”», ha detto Anthony, papà Prince. Loyalty che ora il figlio di Anthony è pronto a mettere al servizio di Atlanta.

Dai progressi dell’ex Baylor passa anche la resa del quintetto degli Hawks: lui dice di aspettarsi la postseason; noi crediamo che anche il suo mentore in panchina non abbia abbandonato quell’obiettivo. Nonostante tutto.

 

9) INDIANA PACERS (42-40 e 8° posto nel 2016/17)

A cura di Giuseppe Corrao

Quintetto base previsto: Collison, Oladipo, Bogdanovic, T.Young, Turner.

Panchina: Jefferson, Stephenson, Sabonis, Robinson III, Joseph, J. Young, Wilkins, Leaf, Anigbogu, Sumner.

La vita dopo Paul George e Larry Bird. La franchigia dell’Indiana, dopo l’eliminazione ai Playoff per mano di Cleveland la scorsa stagione, riparte senza due pietre angolari e con un nuovo ciclo inaugurato dalla promozione a President of Basketball Operations di Kevin Pritchard e dalla nomina di GM di Chad Buchannan. Quando si perde la star di riferimento la prima domanda legittima è: smantelliamo o rimaniamo nel limbo? Pritchard e Buchannan sono stati ai Blazers per anni e dunque hanno più familiarità con la seconda direzione, assieme a una franchigia che nelle ultime tredici stagioni ben dieci volte ha finito tra le 35 e le 45 vittorie. E si vede l’estate è stata contrassegnata da addii più o meno dolorosi, ma Indiana si è mossa e ha messo in serbatoio nuovo carburante da giocatori con tanti punti di domanda ma validi.

Nessuno piangerà per il rilascio di Monta Ellis, più dolorosa forse la partenza di CJ Miles ma è vero che nella sign-and-trade con Toronto per la guardia è arrivato un buon giocatore come Cory Joseph. La batteria dei play, perso un Jeff Teague comunque lontano dagli standard di Atlanta la scorsa stagione, vede adesso a spartirsi minuti il canadese e Collison, firmato per due anni a venti milioni: una scelta opinabile (diciamo che il buon Darren da anni non è proprio una point guard proveniente da sistemi vincenti, e ha 30 anni) ma in linea con un libro paga che vede pochi impegni di lungo termine con diversi giocatori del “core”, escluso Myles Turner che andrà blindato. Nella stessa categoria di firma mettiamo pure Bojan Bogdanovic, che onestamente allo scrivente non dispiace e pare, almeno offensivamente, un bel giocatore da aggiungere al sistema. Rimane insomma in una situazione salariale super-flessibile un solo contratto “indigesto”, quello di Victor Oladipo.

Victor ha dichiarato di non voler più essere considerato un “Mister Nice Guy”, e di vedersi ora come un maschio alpha, pronto a ereditare il vuoto di leadership lasciato da Paul George. www.indianasportscoverage.com

Il nome Oladipo rimanda ovviamente alla trade dell’estate, quella che ha spedito Paul George agli Oklahoma City Thunder in cambio dell’ex giocatore dell’università dell’Indiana (mossa geopolitica?) e Domantas Sabonis: difficile in questi casi stabilire se si poteva far fruttare meglio un asset come George, ma cosa è arrivato lascia troppe perplessità. Qualità-prezzo Sabonis, lungo perimetrale che non sporca il foglio e ha ottime basi tecniche, pare un complemento di gran qualità. Ma Oladipo? Impegni 84 milioni per un giocatore che dovrebbe esser la tua guida ma si è adattato male anche a fare la seconda opzione in un attacco Westbrook-centrico e non è che ai Magic splendesse. Victor viene da una stagione in cui ha chiuso 205esimo nell’indice PER, dietro a gente come Humphries, McConnell e…CJ Miles; 124esimo per Value Added dietro Ish Smith, Jeremy Lin e Trevor Booker; coi Magic è andato sempre negativo per Net Rating (attacco/difesa). Il profilo di un giocatore inconsistente, il cui contratto può velocemente tramutarsi in un cattivo accordo.

In definitiva che Pacers vedremo? Non è una squadra da tanking ma da “limbo”, ci sono tanti giocatori validi ma non gente che fa la differenza. Servirà un sistema di pallacanestro valido: aggiungiamo sibillini che forse Frank Vogel sarebbe stato l’uomo adatto, non il discutibile Nate McMillan. Molto dipenderà dalla tenuta fisica di Jefferson (come al solito) e dallo sviluppo come giocatore guida della franchigia di Myles Turner, alla grande chiamata per l’elitè della Lega, dopo una stagione in cui dietro George è stato il migliore della squadra a 14, 7 rimbalzi e 2 stoppate in 31’. E probabilmente oltre a lui e a quanto detto in precedenza, servirà anche il sacro fuoco del giocatore per noi da osservare.

Giocatore da osservare: Lance Stephenson 

Abbiamo detto di Turner, dei nuovi arrivi, della tenuta di Jefferson. Ma noi scegliamo Lance Stephenson per due motivi: il primo, venale, perché l’aria di Indianapolis evidentemente gli fa bene ed è praticamente resuscitato nelle dieci partite giocate la scorsa stagione; il secondo perché a 27 anni non si può ancora etichettare come bollito, è ancora il giocatore con più istinti da campione tra gli esterni e onestamente nei momenti caldi nel finale della scorsa stagione è stato quello che più di tutti (forse anche più di George) ha messo l’elmetto, ha lottato pur con rivedibile stile e anche scaldato il cuore all’ambiente. Tanto che la serie con Cleveland, pur persa 0-4, ha visto Stephenson andare a numeri da “Buon Lance” con 16 punti, 5.3 rimbalzi e 2.8 assist nelle quattro partite contro i Cavs. Ora si ricomincia da zero, può andare malissimo o benissimo, può esser inconsistente come nell’anno a Charlotte che ha fatto seguito alla sua esplosione o fare il padrone del vapore.

Nella prossima stagione, Lance sarà di fatto il sesto uomo dei Pacers, investito da Pritchard che ha speso un gettone importante per il paragone: «Lance mi ricorda Ginobili un po’ di tempo fa», riferendosi soprattutto all’abilità non solo di creare per sé ma trovare anche passaggi geniali per i tiratori, prendere qualche rischio, «Certo, può esser un po’ pazzo qualche volta, ma mi piace, scalda i compagni». Sempre per il secondo aspetto di cui dicevamo poco fa, quell’effetto “locura” che ai Pacers sembra avere clamorosamente un senso. Il diretto interessato, nel suo solito stile non proprio velato, non ha perso tempo per spiegare il motivo della sua involuzione lontano da Indianapolis: «Sono solo contento di avere un ruolo, gli scorsi tre anni non l’avevo. Aspettavo di averlo, ora ce l’ho». Prendere o lasciare, da “Born Ready” ci si può aspettare di tutto.

 

8) PHILADELPHIA 76ERS (28-54 e 14°posto nel 2016/17)

A cura di Giuseppe Corrao

Quintetto base previsto: Fultz, Redick, Covington, Simmons, Embiid.

Panchina: Saric, McConnell, Bayless, Stauskas, Luwawu-Cabarrot, Korkmaz, Anderson, Okafor, Johnson, Holmes.

The Process is back, e non viene manco via a buon mercato. La notizia più calda di questi giorni è sicuramente il rinnovo di Joel Embiid, con un massimo salariale da 148 milioni su cinque stagioni: considerato che il pivot del futuro dei Sixers ha giocato 31 partite in carriera, fanno 4.8 milioni per partita giocata. Il rinnovo, per intenderci è nettamente superiore ai 100 milioni per quattro anni che l’anno scorso i Jazz hanno investito per Gobert, con la differenza che il lungo francese ha giocato 188 partite! I numeri impressionanti per un rookie (20.2 punti, 7.8 rimbalzi, 2.5 stoppate) spiegano come in proiezione la dirigenza abbia voluto blindarlo nonostante i problemi di fragilità, grazie anche a delle protezioni presenti nel contratto. Joel ha avuto il via libera la scorsa settimana per lavorare 5-contro-5, dopo l’infortunio che ha chiuso anzitempo la sua stagione, ma senza voler fare i menagramo quanto riuscirà a restare al 100%? La certezza è che a fare le spese dell’imbarazzante caso della scorsa stagione è stato lo staff medico dei Sixers, che è stato rinnovato in estate nella speranza di mettere fine a una gestione medica un tantino alienante, non solo di Embiid.

Allo stesso modo, la fragilità di ‘The Process’ è stata suo malgrado mostrata la scorsa stagione da Ben Simmons. Il rientro della prima scelta dello scorso anno procede decisamente più spedito, tanto che in preseason ha fatto registrare medie di tutto rispetto, come nell’ultimo incontro disputato contro i Milwaukee Bucks. Tutti segnali che rendono probabile l’impiego del rookie come point forward e punto focale dell’attacco di Philadelphia.

Lavoro semplificato, in questo modo, per Markelle Fultz, l’altro rookie prodigio. Point Guard con una sospetta inclinazione alla palla persa ma scorer nato, per Fultz la possibilità di prendere meno decisioni ma poter scatenare tutto i suoi istinti offensivi potrebbe renderlo il fit ideale. Per il resto, Phila si presenta migliorata ma ancora abbastanza povera di qualità tra gli esterni. Quando coach Brown dovrà guardare alla panchina, oltre al pretoriano TJ McConnell, Bayless e qualche soluzione esotica, c’è ancora un po’ poco. Quantomeno, ora nello starting five c’è JJ, di cui andremo a parlare a breve.

L’Hype a Philadelphia ha ormai raggiunto i massimi storici. www.gramunion.com

La panchina, appunto: la scorsa stagione Philadelphia si è piazzata quarta per punti dal pino, con 39.7 punti a gara. E riparte da un punto fermo, perché Dario Saric, al netto di un Europeo non splendente, può assumere i contorni di una certezza: tra i finalisti al rookie of the year, Dario ha messo assieme 12.8 punti, 6.3 rimbalzi e 2.2 assist la scorsa stagione, esplodendo soprattutto nella fase finale della scorsa stagione. Cioè quando ha dovuto fare il salto di qualità per l’assenza dai campi di Embiid: coincidenze?

Di certo i mezzi di Saric sono considerevoli e i Sixers, sulla carta, sembrano ben assortiti, completi e con qualità unita a profondità dei lunghi (vedi anche la presa di Amir Johnson), in grado di essere la sorpresa della stagione, o mal che vada giocare per qualcosa che valga più delle ping-pong balls. Diversamente, soprattutto se l’infermeria dovesse risultare piena, coach Brown e la dirigenza potrebbero esser costretti a ingoiare un altro boccone amaro.

Su cosa deve lavorare Phila per far bene quest’anno? Come detto, l’attacco. I rookies dovranno dare un po’ di imprevedibilità a una squadra che pur giocando con il sesto pace della Lega è stata la peggiore per punti realizzati, per efficienza offensiva, per palle perse sui 100 possessi. Il miglioramento in attacco passa anche da una maggior efficienza da tre punti, dove i 76ers sono stati venticinquesimi per percentuale la scorsa stagione.

Giocatore da osservare: J.J. Redick

J.J. Redick è con Markelle Fultz la soluzione che i Sixers hanno cercato per mettere un po’ di sostanza nel reparto esterni, dopo anni passati a scegliere giocatori interni, a lanciare D-Leaguers o a tamponare con soluzioni, rispettabili tra l’altro, oltreoceano (Rodriguez). Con la firma di Redick per un anno a 23 milioni Phila si assicura un giocatore unico senza palla, da 41.5% da tre in carriera: un giocatore spettacolare off the screens, che l’anno scorso è finito terzo dietro a Beal e Thompson per punti segnati in questa particolare situazione, e terzo dietro Durant e Curry per efficienza uscendo dai blocchi.

Redick è sicuramente un’aggiunta importante per il tiro da fuori, forse meno per la difesa, ma probabilmente la sua presenza consiglierà a coach Brown di puntare ancora forte in quintetto su Robert Covington, per accoppiare JJ a un giocatore con eccellente wingspan e dare un solido difensore sugli esterni a un quintetto che potrebbe solo contare sulle mani veloci di Fultz: Covington l’anno scorso ha chiuso con il miglior Defensive Plus-Minus della Lega e al quarto posto per recuperi. Proprio l’accoppiamento con lui probabilmente potrebbe esaltare l’attacco di Redick e nascondere i suoi limiti difensivi dovuti principalmente al fisico.

Mancherà a J.J. stare nel sistema di un giocatore come Chris Paul (i suoi numeri ai Clippers con o senza CP3 in campo sono, ma non è escluso che anche con un già ottimo giocatore di pick-and-roll come Fultz a guidare l’attacco possa fare bene, dando un’affidabile scarico sugli esterni e sconsigliando al difensore diretto di staccarsi per l’aiuto. Insomma, la sua solo presenza potrebbe essere un beneficio per i 76ers.

Per non parlare del ruolo che ricoprirà, con Amir Johnson, da modello e da veterano: un giocatore che dovrà anche fare da chioccia considerata l’età media della squadra e la scarsa esperienza ad alto livello NBA di…praticamente tutti. Trust JJ.

 

7) MIAMI HEAT (41-41 e 9° posto nel 2016-17)

A cura di Massimo Tosatto

Quintetto base previsto: Goran Dragic, Dion Waiters, Justise Winslow, James Johnson, Hassan Whiteside.

Panchina: Tyler Johnson, Josh Richardson, Rodney Mc Gruder, Kelly Olynyk, Bam Adebayo.

L’anno due DW (dopo Wade) comincia a Miami sotto auspici leggermente migliorativi rispetto all’anno passato. Il 41-41 ha permesso agli Heat di sfiorare i playoffs, e le prospettive di miglioramento hanno convinto Riley e Spoelstra a non cambiare la strada, mantenendo il nucleo intatto e prendendo giocatori a completamento di un roster già adeguato.

In panchina e scrivania, Spoelstra e Riley sono due dioscuri. Si conoscono bene, collaborano, e l’allievo, Spoelstra, è dotato di un ottimo fiuto cestistico. Di tankare non se ne parla, almeno a prima vista, nemmeno se l’arrivo di Doncic al draft potrebbe far alzare più di un sopracciglio, nella speranza di ricomporre il magico duo dell’europeo sloveno. Ma è probabile che questi siano pensieri più da europei, che da americani. Per ora, Goran Dragic ha di fianco Dion Waiters e tanto basta, con Justise Winslow in ala piccola e James Johnson, arrivato alla primavera cestistica alla non verdissima età di 29 anni, con 12,8 punti e 5 rimbalzi a partita, intorno al totem Hassan Whiteside (17 ppg, 14 rpg e 2,1 bpg).

Non è un basket complicato quello degli Heat. In difesa, portano l’avversario al centro dell’area, dove Hassan è pronto a ripulire qualsiasi cosa sopra i 3 metri; in attacco, le gambe al fulmicotone di Goran devono arrivare al centro dell’area per o segnare, o rimandare all’esterno delle traccianti per i tiri da tre.

Uno dei duo migliori della Eastern Conference. www.bleacherreport.com

Il 2016-17 ha visto una vera e propria rivoluzione in Florida. Oltre a Wade, i problemi di salute di Bosh, che hanno messo fine alla sua carriera, e l’infortunio a Justise Winslow, che ha fermato alla sua stagione dopo 18 partite. E la prima parte di stagione ha fatto vedere tutti i limiti: 11-30, con un trend che non sembrava cambiare. Poi un’incredibile serie di vittorie consecutive, che ha ribaltato la classifica per arrivare a un degno 41-41. Ragioni? Difficile a dirsi. Waiters è diventato un cecchino da tre. James Johnson ha perso una ventina di chili e ha cambiato il suo modo di giocare, diventando un 4 versatile in grado di guidare le transizione offensive e di gestire i pick-and-roll. Goran si è preso sulle spalle la squadra, mostrando la leadership che ha poi applicato anche all’europeo.

Per questo non si è cambiato molto. Kelly Olynyk dovrebbe aprire meglio il campo, al posto di Josh McRoberts, mentre il rookie Bam Adebayo ha mostrato segni incoraggianti in preseason. Si spera che i segnali delle ultime 40 partite non siano stati troppo ottimistici. Un 30-11 che ha lasciato ottime speranze, ma che non deve illudere sulla difficoltà di questo campionato. Ma i dioscuri hanno analizzato bene la situazione e poche squadre hanno tanto fosforo tra campo, panchina e scrivania, come questi Miami Heat.

Giocatore da osservare: Dion Waiters

Lo scorso anno, Waiters ha dimostrato un’evoluzione imprevista. Ha cominciato a passare la palla e a migliorare le sue scelte di tiro, costituendo con Dragic una delle ragioni della seconda parte di stagione ottima degli Heat. Miami è una franchigia che sembra far bene tecnicamente ai giocatori. Si lavora sulle loro caratteristiche e si ha pazienza, cosa che a Waiters prima non era successa, né a OKC né a Cleveland. Inserito in una squadra più affiatata, Waiters può far risaltare ancora di più le sue caratteristiche.

Interessante notare che Dion ha migliorato enormemente il tiro da tre lo scorso anno, arrivando a segnare nei dintorni del 40% dopo un inizio non esaltante. I problemi fisici lo hanno costretto a disputare solo 46 partite durante la regular season, ma gli Heat hanno riconosciuto il suo impegno, aumentandogli il contratto fino a 11 milioni di dollari, e fidandosi che questa sua attitudine continui. I 16 punti di media totali dell’anno scorso, con un sostanziale miglioramento verso la fine, promettono bene.

 

6) CHARLOTTE HORNETS (36-46 e 11° posto nel 2016-2017)

A cura di Simone Angeletti

Quintetto base previsto: Walker, Batum (inf.), Kidd-Gilchrist, Kaminsky, Howard.

Panchina: Carter-Wlillams, Lamb, Monk, Zeller, O’Bryant, Graham, Williams, Stone, Bacon, Harrison.

Charlotte si presenta ai nastri di partenza come una delle pochissime squadre ad Est a non aver stravolto il roster dello scorso anno. Delle sei partenze registrate fino ad oggi, infatti, l’unica ad aver rilievo nelle rotazioni è quella di Marco Belinelli (partito per Atlanta), a cui si contrappongono gli arrivi di Michael Carter-Williams, Dwight Howard e del rookie Malik Monk.

Il roster degli Hornets  ha la concreta possibilità, almeno sulla carta, di poter arrivare in postseason con relativa tranquillità, ma c’è ancora molto potenziale da concretizzare prima di puntare a qualcosa più del primo turno. Iniziare col puntellare la questione del backup di Kemba Walker (che tra l’altro si è operato in estate al menisco) è un discreto inizio. I due candidati sono Michael Carter-Williams e Julyan Stone. Quasi certamente non avranno un impatto rilevante nelle prime settimane ma, considerando la fondamentale importanza di Kemba, servono come il pane due backup che non siano Sessions o Weber. Anche MCW e Stone possiedono però delle caratteristiche piuttosto diverse rispetto all’ex guardia degli Huskies. Tralasciando un attimo Stone, che non gioca in NBA dal 2014, la shotchart di Carter-Williams è abbastanza indicativa delle sue difficoltà nel concludere lontano dal canestro mentre quella di Walker è molto più varia e riflette alla perfezione la qualità del suo jumpshot.

Abbiamo visto shotchart migliori. www.vorped.com
Abbiamo visto shotchart migliori. www.vorped.com

Se MCW non può dare qualità allo spacing nell’attacco di Steve Clifford, può farlo Malik Monk. Monk potrebbe tornare molto utile, ottimo tagliante, sa segnare in molti modi (ottimo jumper, sa giocare in uscita dai blocchi, sa mettere palla a terra ed è un buon contropiedista) e può giocare assieme a Batum (con il francese da AP) oppure in sua sostituzione. Proprio l’ex Blazers (che ha speso parole al miele per Monk) è il barometro delle ambizioni di questa squadra. Atteso ad una “comeback season” dopo un anno non esaltante (40% dal campo, career-low), Batum è il perfetto complemento per Walker, buono come secondary playmaker e difensivamente è un mismatch vivente per tutti i suoi pariruolo. Problema non da poco però, il suo infortunio recente al legamento del gomito. La timetable stimata è di circa tre mesi, non esattamente una gran notizia per le speranze della squadra.

Ora o mai più. www.nba.com

Qualche parola merita Dwight Howard, in uscita dagli Hawks. Il nativo di Atlanta può dare molto a questa squadra, rispetto ad i vari Jefferson e compagnia, in termini di protezione del ferro ed il pick’n’roll con Walker apre un ventaglio di soluzioni offensive molto ampio. Ciò che contraddistinguerà Charlotte, però, siede in panchina. Steve Clifford si è dimostrato un allenatore molto capace ed in grado di adattare la sua “quick decision offense” ai roster che la dirigenza gli offre. Il concetto alla base è molto semplice: è fondamentale eseguire con intelligenza e velocità, a patto che ciò che stai per fare abbia un senso logico. Praticamente, i giocatori non devono tassativamente fermare la palla, che sia una transizione, un pick’n’roll o un passaggio, la palla deve correre. È una visione molto spettacolare ed interessante, volta a creare azioni dinamiche nei primi secondi prima degli adattamenti difensivi, ma richiede una concentrazione mentale ed una visione di gioco a livelli estremamente alti.

Comunque, la conferma del core della squadra, con innesti mirati nell’offseason, è un vantaggio da non sottovalutare soprattutto all’inizio della stagione. In particolare, con lo spettro degli infortuni che aleggia su Charlotte, torneranno utilissimi Jeremy Lamb (sia per spaziature che per la produzione offensiva in continuo aumento) e Cody Zeller, fondamentale l’anno scorso. Con una Eastern Conference piuttosto debole un posto ai Playoffs è alla portata di questa squadra. Mancheranno le armi per affrontare la postseason perché ad oggi non sembrano essere una squadra attrezzata per fronteggiare l’èlite della Eastern ma saranno un bello spettacolo da vedere.

Giocatore da osservare: Frank Kaminsky

L’ex Wisconsin sta piano piano progredendo verso il ruolo di stretch-5, avendo aumentato nel tempo minutaggio, tentativi e punti segnati. Avere un bigman efficace fuori dall’arco è fondamentale per far rendere al meglio i suoi compagni e, data la presenza di Kidd-Gilchrist e Howard, è necessario avere minacce fuori dall’arco. Potrebbe essere un ottimo fit per gli Hornets di quest’anno (che utilizzeranno spesso il pick’n’roll Walker-Howard) come bersaglio per gli scarichi in angolo di Kemba. La sua altezza lo rende difficile da marcare e ha un’ottima mobilità in rapporto alla stazza, sa giocare da pick’n’roll ed è un maestro nei backdoor per tempismo e tracce di corsa.

Nell’ultimo anno ha lavorato molto sul tiro, espandendo la sua pericolosità da fuori anche agli angoli. In buona sostanza, è un giocatore unico per caratteristiche nel roster degli Hornets ma allo stesso tempo fondamentale per importanza tattica. Soprattutto ad inizio anno (senza Batum in campo) ricadranno su di lui molte responsabilità offensive.