NBA Advanced Stats: la seconda vita di Monta Ellis

Nel quarto appuntamento della rubrica, analizziamo come si sta comportando Monta Ellis agli Indiana Pacers.

di Andrea Piazza

In una competizione sportiva tipicamente americana come l’NBA, lo status di un giocatore è motivo di ego e orgoglio, ed è un indice importante per apparire meglio di fronte agli addetti ai lavori, dai media agli ufficiali in campo. Secondo la Treccani, «può essere ascritto oppure acquisito, cioè ottenuto attraverso gli sforzi e le capacità personali», ed è sostanzialmente la posizione che un determinato elemento occupa all’interno di una società.

Se per società noi intendiamo la National Basketball Association, i nostri primi metri di giudizio per ‘etichettare’ un giocatore si innescano quando si ha la possibilità di vedere in che modo esso entra nella lega, da Drafted o da Undrafted. Nel primo caso, è opportuno fare un’altra distinzione tra chi ha varcato l’ingresso dalla porta principale – le scelte in Lottery, dalla 1 a alla 14 – o da una adiacente ad essa  – tutti gli altri, ma in particolar modo le picks dalla 31 alla 60 – evitando così sin da subito le luci della ribalta.

Il discorso in merito sarebbe da approfondire meglio in un articolo a parte; per questo ora ci limitiamo ad analizzare un giocatore che per diversi anni ha mantenuto un duraturo stato di equilibrio, che lo ha portato ad essere riconosciuti come un valido starter all’interno delle sue squadre, ossia Monta Ellis.

Durante la regular season in corso, per la prima volta si è trovato di un fronte un allenatore che gli ha mutato la sua condizione di quiete perenne, spostandolo dal quintetto iniziale alla panchina. Per questo, abbiamo deciso di analizzare sotto la lente di ingrandimento delle Advanced Stats in che modo essi si sia adattato a questa nuova condizione sociale.

L’involuzione 

Monta Ellis non è più il giocatore che siamo stati abituati a vedere nelle ultime stagioni. Quella guardia drive-and-kick che a Golden State aveva messo in ombra Steph Curry, che a Milwaukee formava con Jennings uno dei duo più imprevedibili offensivamente della lega, e che a Dallas sembrava aver definitivamente compiuto il processo di maturazione.

Dopo l’esperienza coi texani, nel 2015, gli Indiana Pacers bussano alla sua porta e gli offrono un quadriennale da 44 milioni di dollari, consapevoli di poter acquisire il sostituto perfetto di Lance Stephenson, accasatosi agli Charlotte Hornets nella stessa offseason. Monta è una guardia atletica che non ama giocare particolarmente offball, in virtù di un tiro da fuori mai migliorato nel corso della carriera (31% di media dall’arco). La sua situazione offensiva tipo ideale, infatti, lo vede coinvolto in un pick-and-roll come ball handler, dove può scegliere se attaccare il ferro, servire il rollante oppure correre baseline, per scaricare sui tiratori presenti sul perimetro, in particolare negli angoli. I Pacers vedono in lui il partner perfetto per George Hill, una Point Guard amante del gioco senza palla e dei catch-and-shoot, e Paul George, che può essere così sgravato di responsabilità offensive costanti, proprio come succedeva con Born Ready.

Esempio lampante di come la palla deve essere sempre tra le sue mani.

Nel corso della stagione regolare 2015-16, Frank Vogel decide di doverlo insignire dei compiti da Point Guard a tutti gli effetti, migliorando così un attacco spesso troppo statico, stagnante, e dipendente dagli isolamenti di PG13. George Hill, una minaccia costante per le difese avversarie sul perimetro, viene agevolato da questo cambio di ruolo, come testimoniato dalla percentuale alta (40%) di triple in catch-and-shoot coadiuvate dal numero 11.

Chi beneficia di più del nuovo Ellis, però, sono i lunghi dei Pacers, o, meglio, i rollanti che vengono coinvolti dal nostro nei P&R. Ian Mahinmi, a fine anno, si ritrova con una irreale percentuale dal campo (87.5%) nei tiri assistiti da Ellis. Il dato che più salta all’occhio sono i punti creati dai suoi assist a partita (11.4), più alti rispetto alla passata stagione con i Mavericks (10.2), nonostante i lunghi dei gialloblu siano dei partner meno ideali sulla carta rispetto a quelli dei texani.

Dal punto di vista individuale, la sua media punti (13.8) cala notevolmente – era sceso sotto i 16 solamente nell’anno da rookie -, facendo storcere il naso alla dirigenza dei Pacers, che si aspettava un contributo maggiore sotto questo punto di vista. Larry Bird, però, crede che la causa di tutto ciò sia Vogel, reo di non essere riuscito a instaurare un sistema di gioco offensivo brillante, a differenza di uno difensivo molto efficiente, e così decide in estate di cambiare diverse pedine, dall’allenatore (McMillan) alla point guard titolare. George Hill, in scadenza di contratto, passa ai Jazz in uno scambio a tre squadre che coinvolge Hawks e Pacers, che ricevono, oltre alla scelta in lottery di Utah, Jeff Teague, anch’esso nel contract year.

Lo scenario per Indiana e Ellis ora muta notevolmente, perché la nuova point guard arrivata a Indianapolis ha caratteristiche completamente differenti rispetto a quella precedente. Innanzitutto, è un vero e proprio creatore di gioco, come testimoniano i suoi 6.5 assist di media registrati nelle ultime 3 stagioni con gli Hawks, e si avvicina molto di più ad un tradizionale playmaker rispetto a Hill, che coi Pacers viaggiava a 3.9 assist di media, con un picco di 5.1 nel 2014-2015 – regular season in cui Paul George ha giocato solo 6 partite per infortunio. A differenza dell’ex Spurs, però, Teague non è un grande difensore e nemmeno un tiratore dal campo così eccezionale – 45% in carriera come Hill – da poter condividere il backcourt con un altro grande rebus nella metà campo difensiva come Monta Ellis.

La difesa aggressiva di Monta Ellis su questa scoppiettante penetrazione di Rodney Hood.

Supposizione, quest’ultima, confermata dal pessimo inizio di stagione 2016-17 che le due guardie hanno avuto quando sono stati costretti a condividere il campo insieme: in 824 minuti, questo backcourt produce un defensive rating di 108.5, e un net rating di -2.7. Quando invece Teague viene abbinato ad una guardia diversa da Ellis, i risultati sono decisamente migliori: con Glenn Robinson III la differenza canestri è positiva (3.1) e il defensive rating più basso (105.7); con C.J. Miles, invece, la difesa peggiora (106.7), ma l’offensive rating si alza (107.8), producendo così un net rating sempre positivo.

Ratings decisamente migliori senza Ellis in quintetto.
Ratings decisamente migliori senza Ellis in quintetto.

L’incompatibilità tra Ellis e Teague è evidente agli occhi di tutti, e infatti quando il primo è costretto ad andare ai box per 8 partite causa infortunio (4-4 il record in questo lasso di tempo), i Pacers sembrano creare spaziature migliori, a fronte dei soliti risultati altalenanti. Quando Monta rientra il 28 dicembre contro i Wizards, infatti, esce dalla panchina, e da lì in poi non riuscirà più a conquistarsi un posto in quintetto.

Il passaggio alla second unit, anzi, peggiora addirittura le sue statistiche: prima della partita contro i Cleveland Cavaliers dell’8 febbraio – l’inizio, per lui, di un mini risveglio – Monta ha messo a referto 6 punti di media, tirando con un orrendo 38.7% dal campo, e un orribile 28.7% dall’arco. Incredibilmente, il ragazzo non si prende più responsabilità offensive uscendo dalla panchina, lasciando addirittura il compito di iniziare l’azione ad un’altra point guard, Aaron Brooks. In entrambe le situazioni, quindi, si è trovato a giocare off ball, l’habitat, come sappiamo, peggiore per lui.

La mancanza di fiducia nei propri mezzi è ormai palese, ma perché i Pacers decidono all’improvviso di farlo giocare come una shooting guard qualsiasi? Il motivo è semplice: fino alla partita con Cleveland, Monta commette 1.9 palle perse a gara, il terzo dato più alto della squadra dopo Paul George e Jeff Teague. Le sue scelte in attacco appaiono molto discutibili, e per questo McMillan decide di affidarsi ad un giocatore più ordinato come Brook, lasciando il nostro a vagabondare sul perimetro, per la tristezza dei suoi fan più accaniti.

Give him the damn ball.

Durante la partita contro i Cavaliers, però, Monta si risveglia da un lungo letargo e mette a referto 13 punti in 24 minuti. Inizia per i Pacers una striscia di 6 sconfitte consecutive, ma inizia anche una seconda vita per la guardia dei Pacers, incredibilmente molto più coinvolto nel’attacco della squadra. Contro i Wizards segna 8 punti, ma assiste 8 canestri, toccando la palla tantissime volte. In questo arco di 6 incontri, le sue medie sono aumentate notevolmente: 12 punti, 5 assist, e un buonissimo 60% dal campo. Le palle perse sono ancora un po’ altine (1.7), ma la sensazione che si ha guardandolo nelle ultime uscite è quella di un giocatore ritrovato, che ha accettato il suo ruolo all’interno della squadra e che è pronto a tornare ad essere esplosivo come un tempo.

Monta, fa che questo poster non sia un caso.

Se le nostre ipotesi saranno corrette, gli Indiana Pacers potrebbero avere tra le mani uno dei migliori sesti uomini della lega, in termini di impatto e completezza offensiva. Molto probabilmente non tornerà ad essere uno starter, perché la squadra sembra girare meglio con un 3&D di fianco a Teague, ma in un sistema up tempo come quello in cui si ritrova, un Monta in fiducia, e in condizione atletica, potrebbe essere il segreto oscuro di coach McMillan, per raddrizzare una stagione che era partita con ben altre aspettative, sia per i Pacers, sia per Ellis.

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