NBA Amarcord/2: Il Ballerino dalla Windy City, Tim Hardaway

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Agli albori degli anni 90′, fa il suo ingresso nella Lega un giocatore dal talento cristallino, non necessariamente un O’Neal per stazza (183 centimetri distribuiti per 89 chili, stando alle misurazioni NBA) ma con dei movimenti che farebbero impazzire chiunque. Rapido, fulmineo ma allo stesso tempo inebriante, pensi di poterlo fermare ma il suo oscillare a destra e sinistra ti rende ammaliato, e mentre lo ammiri lui ti colpisce con un crossover. Letale come un cobra, elegante come un ballerino.

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L’INFANZIA DIFFICILE TRA ALCOLISMO E VIOLENZA

Timothy Duane Hardaway nasce il 1 Settembre 1966 a Chicago, città che di point guard ne sforna (Isiah Thomas, Derrick Rose e il meno talentuoso Will Bynum), proprio nell’anno in cui i Bulls vengono fondati. Casualità o meno, inutile dire che per il basket è vero amore, sfociato tra i campetti della South Side della Windy City.
Non è un’infanzia facile comunque (come ogni storia a stelle e strisce, del resto), detto da lui stesso: “Growing up in Chicago, you’re going to be tough, you had to fight to get to school. You had to fight to get back home from school”. Aggiungeteci pure i problemi del padre (che si presenta regolarmente sbronzo a bordocampo durante le partite del figlio alla Carver High School) con l’alcool ed il quadro è dipinto.
Se c’è una via di fuga valida da queste situazioni, è sicuramente il basket. Il giovane Tim trasforma tutti i problemi che lo circondano in motivazioni personali.
“It was always my release. When I was going through stuff with my dad, I could get my frustrations worked out just by playing hard-drills, shooting, playing against people. Just taking it out on them”.
Non c’è solo questo dietro alla sete di basket di Hardaway. He got game. Tradotto: ha talento. Il ragazzo ha un ball handing eccezionale, riesce a far cose con la palla che i suoi coetanei sognano di notte. L’università è alle porte, e Tim ha ben chiaro quale sarà la sua meta.

SULLE SPONDE DEL RIO GRANDE, HOLA EL PASO

Siamo nell’estate del 1985, Hardaway decide l’università che vuole frequentare: UTEP. Tradotto: University of Texas at El Paso. Una scelta inusuale quella dell’approdo sulle sponde del Rio Grande, il fiume che forma il confine naturale tra Messico e USA, in un’Università dove il 70% degli studenti sono messicano-statunitensi.

Qui Hardaway segna 22 punti a partita, attirando a se le attenzioni di molte franchigie NBA, ma soprattutto perfeziona uno dei movimenti più letali del suo repertorio, l'”UTEP Two Step”, ispirata da Pearl Washington, il maestro del “shake n’bake”, giocatore da playground  con una storia affascinante, che Hardaway ammira negli anni in cui Pearl gioca a Syracuse. Washigton venne poi draftato col la 13ma da New Jersey nel 86′ e non durò molto tra i pro, ma questa è un’altra storia.
L’UTEP Two Step è definito così da Magic Johnson: “It can’t be stopped, it’s bang, bang, and you’re dead”. Hardaway si è già fatto conoscere tra i pro anche perché si reca ogni estate a Chicago, dove vi è un afflusso di giocatori NBA con il quale confrontarsi. Gli scout NBA sono sempre più convinti che Hardaway meriti una chiamata nella lottery del Draft 1989.

L’INZIO TRA I PRO NELLA BAIA

Nella primavera dell’89’, Tim si dichiara eleggibile per il Draft NBA. In un Draft, che ai postumi definire brutto è riduttivo, spicca gente come Glen Rice, Vlade Divac, Kemp, il cecchino Dana Barros, Mookie Blaylock, Sean Elliott e Nick Anderson. La prima scelta è lo sciagurato Pervis Ellison, martoriato dagli infortuni, la seconda Danny Ferry, ex Roma che avrà un futuro come GM dei Cavs dell’era LeBron.

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Alla 14ma scelta finalmente arriva il turno di Timothy, che viene draftato dai Golden State Warriors.
Nella baia trova coach Don Nelson, l’ideale per il gioco rapido ed esplosivo di Hardaway, e il rookie dell’anno precedente, Mitch Richmond. A loro si aggiunge un Chris Mullin in ascesa, con il quale prende forma il “Run TMC”, il trio Tim – Chris – Mitch. Corrono e segnano, “run and gun”, corri e tira, il credo di Don Nelson.

La prima stagione è di assestamento, con i Warriors che finiscono decimi ad Ovest, dunque fuori dai playoff. Nonostante le prime uscite siano deludenti, Hardaway chiude con 14 punti e 8 assist di media, cifre che gli valgono l’inclusione nel primo quintetto dei rookie.

Va decisamente meglio la seconda, con la squadra che sale sopra il 50% di vittorie grazie al record di 44 W – 38 L che garantisce alla franchigia della baia la settima piazza ad Ovest. Tim esplode, ne mette 22 ad allacciata di scarpe con poco meno di 10 assist, tira col 38% da 3 (career-high). Viene chiamato a giocare all’ASG. Un exploit pazzesco, Tim dà spettacolo e si gode il primo viaggio nella postseason senza pressioni.
Golden State trova la San Antonio di David Robinson, favorita non solo classificamente parlando. Ma Don Nelson tira fuori il miracolo e in quattro gare upsetta gli speroni. I Warriors poi verranno estromessi dai Lakers futuri finalisti con un 4-1.  Alla prima esperienza ai playoff, Hardaway tiene le medie stratosferiche di 25 punti conditi da 11 assistenze. E’ ufficialmente uno dei migliori giocatori del panorama cestistico.

La stagione 91′-92′ è la migliore dei Warriors dai tempi di Rick Barry, con un record sopra al 60%, frutto di 55 W – 27 L (secondi ad Ovest). Nelson viene nominato coach dell’anno e Timothy sforna complessivamente le migliori medie in carriera: 23.4 punti sommati a 10 assist a serata. Tutto sembra essere perfetto, con i playoff che presentano davati ai gialloblù i Sonics. Ebbene, anche qui l’upset è servito, ma questa volta ad essere estromessi sono proprio i Warriors, in 4 gare. Finisce così la Run TMC, perchè Richmond va a Sacramento per Owens.

La stagione successiva, anche a causa della partenza di Richmond, vede i Warriors fuori dai playoff dopo l’eccellente stagione precedente. Nonostante la 24ma scelta Latrell Sprewell, Golden State vive un anno senza postseason. Hardaway gioca ottimamente, ormai è ai livelli degli All-Star più affermati con 21 punti e 10.6 assist e la chiamata per l’ASG Weekend non può che arrivare. Il pessimo record stagionale concede ai Warriors la scelta poi usata per Anfernee Hardaway, che viene subito scambiato in cambio di Chris Webber, prima scelta di quell’anno.

Quando tutto sembra andare per il verso giusto, Tim nel Training Camp del 93′ si rompe il crociato anteriore, infortunio che gli fa perdere tutta la stagione 93′-94′. Nonostante ciò, i Warriors si qualificano per i playoff grazie a dei stratosferici Sprewell e Webber, che colmano la gravosa assenza di Hardaway.
Tuttavia con il ritorno del numero 10 in campo, Webber viene scambiato a Washington e Adelman viene nominato nuovo coach. Il crollo della franchigia è fisiologico, con Hardaway che, nonostante si esprime sulle sue medie ormai usuali alle platee, non riesce nell’impresa di portare la franchigia ai playoff.

Succede però che il carattere non esattamente calmo di Tim fa le bizze, e il numero 10 da Chicago decide a metà della stagione 94′-95′ che è ora di cambiare aria.

L’APPRODO IN FLORIDA, DO YOU FEEL THE HEAT?

Hardaway viene così scambiato a Miami, trova Riley sulla panchina, e con gli Heat disputa le rimanenti 28 partite della stagione, non una grande annata, solo 15 punti e 8 assist. Raggiunge l’ottava piazza ad Est ma nella postseason la franchigia della Florida viene sweppata dai Bulls al primo turno.

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Tim si riprende nella stagione successiva, segnando 20 punti di media con i soliti 8 assist, e gli Heat migliorano notevolmente il record, arrivando ad un incredibile 61 W – 21 L (secondi ad Est). Con Mourning e P.J. Brown sugli scudi anche nei playoff, Miami supera Orlando nel derby in cinque gare, e batte New York in gara 7. Ma in finale di Conference c’è poco da fare, i Bulls di Jordan sono superiori e in 5 gare la storia è scritta.

Le restanti stagioni in maglia Heat sono progressivamente in calando per Hardaway, che si avvicina poco a poco verso la fine della carriera.

Miami viaggia sempre su ottimi record, ma le speranze dei tifosi rossoneri vengono smorzate man mano da cocenti ed evitabili eliminazioni al primo turno, eccezion fatta per la stagione 99′-00′, quando gli heat vengono estromessi in semifinale di Conference dai Knicks, dopo aver sweppato i Pistons al primo turno.

C’è anche una gioia per Hardaway però: la medaglia d’oro conquistata a Sydney 2000 con la nazionale statunistense, il primo vero successo di Hardaway in carriera.

IL FINALE DI CARRIERA TRA TEXAS E INDIANAPOLIS, PASSANDO PER IL COLORADO

Hardaway viene scambiato a Dallas nel 2001, ma è solo di passaggio: a metà stagione passa ai Nuggets assieme a Juwan Howard per LaFrentz e Van Exel. Si ritira a fine stagione, ma nel 2003 gioca il finale di stagione con Indiana, con cui disputa 10 partite di RS e 4 di PO, dove viene eliminato in 6 gare dai Celtics. Il ritiro questa volta è definitivo.

Di Tim Hardaway ci rimane in mente una cosa: UTEP Two Step. Un movimento che ha cambiato il gioco a detta di molti. Un movimento decisamente inebriante. Proprio come Tim Hardaway.

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