Not Born in America/4 (oldies) – Love the beard

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Partiamo da un argomento ad alcuni particolarmente caro: la barba. Sembra che ultimamente in NBA vada piuttosto di moda farsela crescere, e va detto che dobbiamo questa proliferazione di peluria facciale soprattutto a James Harden, “fear the beard”. Ma chi ha già visto scorrere almeno 30 primavere ricorderà che la prima vera barba in NBA è stata quella del signore che vedete qui sopra, proprio mentre protesta rivendicando la paternalità dello sdoganamento tricotico: anche molti 20enni l’avranno comunque capito, oggi si parla di Vlade Divac.

Oltre che per essersi dimenticato il rasoio in Serbia, Vlade è ricordato per almeno un altro motivo: il flopping, la cosiddetta simulazione. Pratica piuttosto malvista oltreoceano, ha avuto nel suddetto il suo primo e maggior esponente; gli è andata bene che sia diventata oggetto di sanzioni pecuniarie solo di recente, altrimenti avrebbe dovuto sborsare buona parte dei suoi stipendi direttamente nelle casse della Lega. Certo, ai suoi tempi, accentuando oltremodo un contatto, invece delle multe si prendeva solo occhiatacce e insulti dai suoi avversari, ma personalmente non sappiamo se avremmo preferito versare bonifici al Commissioner o trovarci davanti uno Shaq (la sua “vittima” preferita, escludendo la classe arbitrale) inca**ato e con i gomiti affamati di vendetta. Il suo aspetto trasandato e le sue melodrammatiche difese in post basso sono però solo pochi appigli per le argomentazioni di suoi eventuali detrattori: in realtà Divac sarà sempre ricordato per essere stato una delle migliori persone ad aver mai calcato i parquet americani, nonché uno dei 5 giocatori (oltre allo stesso Shaq, Kareem, Olajuwon e Garnett) ad aver accumulato almeno 13000 punti, 9000 rimbalzi, 3000 assist e 1500 stoppate in carriera.

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Non sbarcò da solo negli Stati Uniti, con lui nel 1989 furono chiamati altri 4 cestisti dell’est Europa: i russi Šarūnas Marčiulionis (che l’anno dopo divenne lituano, e che fece una buona carriera soprattutto negli anni a Golden State) e Sasha Volkov (il quale non sfigurò ad Atlanta, ma dopo 3 stagioni decise di tornare in Europa, nella Viola Reggio Calabria di Recalcati), e i suoi compagni di Nazionale Jugoslava Žarko Paspalj (che a causa della sua scarsa attitudine difensiva e della passione per Pizza Hut non andò oltre la stagione da Rookie a San Antonio, all’inizio della quale dormì addirittura sul divano dell’allora vice coach Gregg Popovich) e Dražen Petrović.

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Quest’ultimo meriterebbe un discorso (ma che dico, almeno una sezione intera del sito!) a parte, ma per il momento ci limitiamo a ricordare che era uno dei migliori amici di Vlade, e che il loro rapporto s’interruppe bruscamente a causa del conflitto bellico scoppiato in terra slava nei primi anni ’90 (Vlade era serbo e Petrović croato), poco prima della sua tragica morte. Loro erano quelli che Sports illustrated chiamò “Green Card Five”: gli unici 5 giocatori NBA a non essere passati dal College, dei veri e proprio precursori, e tra tutti il nome di Vlade (sottolineiamo la pronuncia “VLAH-day DEE-vatz” secondo il reporter di S.I. del tempo, da applausi) fu quello che per più tempo rimase nelle cronache sportive americane.

Chiunque l’abbia avuto in squadra lo ricorda come un uomo straordinario, primo su tutti Jerry West, che da GM spese coraggiosamente la 26° scelta assoluta di quel Draft per lui: narra la leggenda (e West conferma) che quella sera l’uomo-logo dell’NBA passò in rassegna tutti i rappresentanti delle altre franchigie chiedendo loro un parere su chi avrebbero dovuto pescare i giallo-viola; ovviamente a nessuno venne in mente Divac, e altrettanto ovviamente West fece chiamare da Stern proprio quel nome, sorprendendo anche i suoi stessi collaboratori ai Lakers. E se uno come Jerry West, dopo il ritiro di Vlade, ha detto di lui che “potrebbe essere stato il miglior compagno di squadra che chiunque abbia mai avuto” beh, come attestato di stima siamo già a livelli più che buoni. In caso non vi dovesse bastare, date un’occhiata al video del ritiro della sua maglia a Sacramento, e preparate i fazzoletti.

Lo stretto legame tra Divac e l’uomo che lo scelse non s’incrinò nemmeno quando quest’ultimo dovette cedere il primo a Charlotte, dopo 7 stagioni in maglia Lakers, in cambio dei diritti per Kobe Bryant e dello spazio salariale per portare a L.A. anche Shaquille O’Neal; la controparte di West agli allora Hornets era tale Bob Bass, che per quella mossa vinse addirittura il titolo di Executive of the Year (ci pungerebbe vaghezza di consigliare di aggiudicare il premio almeno 3/4 anni dopo quello appena concluso, ma questa è un’altra storia).

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Col senno di poi fu una scelta obbligata per la dirigenza Lakers, anche se lasciare andar via Vlade non dev’essere stato affatto facile: atterrato al LAX a 21 anni, senza sapere una parola d’inglese, con moglie aspirante attrice al seguito, barba lunga (ma và?) e un paio di borsoni di tela, avrà fatto venire altrettanti dubbi a Mr. Clutch che lo era andato a prelevare, ma la sua contagiosa empatia ha attecchito in fretta nella squadra dello Showtime. Fresco di medaglia d’oro agli Europei ‘89, fu subito ben accolto da Magic & co., che lo aiutarono a diventare di fatto il primo europeo ad avere un buon impatto nell’NBA. Dal ritiro dello stesso Magic (1991) la squadra si avviò a un lento declino, durante il quale però il nostro trovò più spazio, dimostrando di avere le potenzialità per portarsi i compagni sulle spalle. Dicevamo che i Lakers avranno sofferto a vederlo andar via nel ‘96, ma anche per lo stesso Vlade non fu semplice lasciare le luci della ribalta di Los Angeles, soprattutto per accasarsi in una città in cui la massima offerta erano banche e sede della Chiesa Cristiana Avventista;

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fino ad allora il basket per lui era sempre stato più che altro divertimento, e il dover entrare a far parte di una società per cui lui non aveva interesse a giocare lo aveva fatto pensare addirittura al ritiro. Ma dopo una certosina opera di persuasione da parte di coach Dave Cowens, il nostro si convinse a spostarsi in North Carolina, e a sentir lui pare che quelle 2 stagioni lo fecero maturare, aiutandolo molto a prolungare la sua carriera.

Nella stagione 1998-99 tenne banco il famoso lockout, così Divac pensò bene di tornare in Europa per giocare spiccioli di campionato con il Košarkaški Klub Crvena Zvezda (per i non esperti, Stella Rossa Belgrado potrà accendere qualche lampadina in più), nemici giurati del Partizan, la squadra in cui passò le ultime 3 stagioni degli anni’80 e di cui diventò orgoglioso Presidente tra il 2000 e il 2004, con Danilović come vice. Concluso lo sciopero firmò il contratto che lo riportò in California, ma stavolta più a nord, in quel di Sacramento. Il suo arrivo nella capitale dello stato, insieme a quelli di Webber, Stojakovic e Jason Williams (senza dimenticare l’ottima coppia Adelman-Carril in panca), ribaltarono letteralmente squadra e aspettative: dal 32.9% di vittorie della stagione precedente, i Kings passarono al 74.7% in soli 4 anni, fino ad arrivare alla ormai storica Finale di Conference del 2002 contro (guarda caso) i Lakers: galeotto fu il tap-out proprio di Divac, che nel finale di gara 4 fece malauguratamente finire la palla in mano a Horry per la bomba della vittoria che di fatto girò la serie in favore di L.A., e che i Kings persero dopo un supplementare in un’infiammata gara 7 all’Arco Arena; purtroppo per loro, Divac & co. non riuscirono più ad arrivare così avanti nei playoff degli anni successivi. Ma il più era stato fatto, perchè Sacramento era comparsa sulla mappa: non era più una città solo di mucche e caproni (indimenticabili i tifosi dei Kings con i campanacci al palazzetto), ma un luogo dove si giocava una gran bella pallacanestro. Tornò agli amati Lakers nel suo ultimo anno, più che altro in qualità di Grande Vecchio a far da balia al rookie Saša Vujačić.

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Insomma, sono innumerevoli i traguardi e le qualità per cui Vlade Divac verrà ricordato: nel suo palmares, solo con la Nazionale maggiore (Jugoslava prima, Serbo-Montenegrina dopo) si contano 6 medaglie d’oro (11 in tutto), con quella giovanile altre 3; e poi la sua facilità nel controllare e passare la palla nonostante la stazza, la dolcezza del tocco, la malizia tipicamente slava che ha contraddistinto gli ultimi anni della sua carriera… Fuori dal campo, oltre che per la sua simpatia, si è fatto conoscere e amare per l’innata diplomazia (chiunque altro affermasse di avere metà cuore per i Lakers e metà per i Kings, si prenderebbe fischi da entrambe le fazioni: per lui, solo standig ovation in entrambe le città), che lo ha portato a collaborare con gli stessi Lakers in qualità di scout e anche col Real Madrid come dirigente. Per aiutare i più sfortunati ha anche dato vita a svariate fondazioni, su cui spicca la “Humanitarian Organization Divac”, che si prefigge di dare un tetto ad almeno 100 famiglie di rifugiati di guerra ogni anno. A noi piace ricordarlo qui con un ultimo aneddoto: durante un Lakers-Kings in cui lui vestiva la canotta di Sacramento, un tifoso di casa per prenderlo in giro gli chiese quanti anelli avesse; lui, flemmatico, gli rispose che ne aveva uno, quello che gli aveva dato sua moglie, e che era il più importante della sua vita. Questo è Vlade Divac.