Rookie Rankings, settimana 13. La storia: Tim Hardaway Jr., la certezza che non ti aspetti.

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Dopo le ultime settimane infuocate da trade e firme in extremis, ormai l’assetto dei vari roster è pressoché definitivo. “A bocce ferme”, ogni tipo di analisi può essere fatta con la consapevolezza che, a meno di infortuni dell’ultimo minuto, ogni franchigia ha ormai le sue gerarchie ben definite da qui fino alla fine della regular season.

Prendiamo i Knicks: dopo tanti rumors negli scorsi mesi, alla fine Iman Shumpert è rimasto nella Grande Mela, mantenendo dunque il suo peso e il suo minutaggio all’interno delle rotazioni di coach Woodson (seppur ora alle prese con un infortunio al ginocchio che lo terrà fuori per almeno un’altra settimana).

Chi avrebbe forse gioito, in caso di partenza di Shumpert, è Tim Hardaway Jr., una delle pochissime note liete in questa stagione in chiaroscuro a New York.

Eppure, come nelle migliori sceneggiature, le prospettive per la stagione da rookie del ragazzo ex-Michigan non erano così rosee: scelto con la 24esima chiamata assoluta dai New York Knicks all’ultimo Draft, il figlio di Tim Hardaway (5 volte All-Star NBA e una delle migliori guardie della storia recente della Lega) arriva in un roster che vede nel suo spot (quello di shootingguard) una star affermata come J.R. Smith e un giocatore in rampa di lancio verso la consacrazione come Iman Shumpert.

Tim, almeno sulla carta, non è un giocatore dal talento abbacinante, non è una potenziale superstar dell’NBA dei prossimi anni e, anche nel corso della sua carriera universitaria, non è stato il classico gotoguy che faceva riempire d’inchiostro il taccuino degli scout.

Giocatore educato tecnicamente, con un’ottima professionalità e con una personalità tanto ingombrante quanto autorevole alle spalle, come quella del padre ex-superstar NBA, è sempre passato un po’ in sordina, mettendo si in mostra un buon talento offensivo e una certa efficacia al tiro, ma senza niente di trascendentale. Se Michigan non fosse andata ad un passo dall’impresa, arrendendosi solamente a Louisville nella finale dell’ultimo torneo NCAA, è anche probabile che le sue quotazioni al Draft sarebbero state ulteriormente al ribasso.

Eppure, se ne stiamo scrivendo in queste “pagine”, è proprio perché, in punta di piedi, un passo dopo l’altro, Tim Hardaway Jr. si è ritagliato un ruolo importante nelle rotazioni dei Knicks, ha ottenuto la convocazione all’All-Star Game per la sfida tra rookie e sophomore e, in un Draft non proprio esaltante, avanza la sua candidatura non ufficiale a “Steal of the Draft”.

Complici i problemi, dentro e fuori dal parquet, del turbolento J.R. Smith, lo scarso rendimento di Shumpert (uno dei flop più grandi nella deludente stagione dei Knicks) e di colui che ha le chiavi della regia (Felton), Hardaway ha trovato da subito una sua dimensione: dopo il primo mese di “rodaggio”, già a Dicembre sfiorava i 25 minuti di media con 11.7 punti, tirando quasi con il 50% dal campo e dall’arco dei tre punti, regalandosi una prestazione maiuscola nella notte di Natale contro i Thunder (21 punti, 5 rimbalzi e 2 assist).

Da fine Gennaio al momento in cui scriviamo, il suo minutaggio si è addirittura assestato sui 30 minuti a partita e, cosa ancora più interessante, la media stagionale realizzativa del nostro rookie (9.6 punti a partita) è inferiore di appena 3 punti rispetto a quella dell’incensato Smith, ed è addirittura superiore a quella di Shumpert (6.9 punti).

Cifre che testimoniano in modo chiaro come la fiducia di staff tecnico e compagni sia aumentata esponenzialmente di settimana in settimana…E, almeno stando allo show personale messo in piedi con Waiters all’All-Star Game [youtube http://www.youtube.com/watch?v=31t8_KsKBw0&w=560&h=315], la sensazione è che lui stesso abbia acquisito quella consapevolezza nei suoi mezzi, e quel pizzico di spavalderia, necessaria per sfondare in NBA.

Se Spike Lee dovesse girare un corto sulla stagione dei suoi Knicks, l’Oscar come “Miglior attore non protagonista” andrebbe senz’altro a Tim Hardaway Jr.

 

Nel periodo dell’anno forse più difficile per i rookie, non ci sono tanti sussulti che siano degni di nota. Le squadre più deboli iniziano a gettare la spugna in vista della lottery e del prossimo draft, sperando in scelte alte. Proprio per questo, giocatori che finora avevano fatto vedere grandi potenzialità con una certa costanza, hanno iniziato a calare di rendimento, esempio lampante quello di Carter-Williams a Phila, impegnata in una vera e propria opera di demolizione del roster per un futuro migliore. Leggermente in ascesa le prestazioni di Ben McLemore, forse il più atteso e anche il più deludente, e di Shabbazz Muhammadd, che finalmente vede il campo con un buon numero di minuti.

1. Trey Burke

12.7 punti, 5.5 assist, 3 rimbalzi, 31 minuti

Nonostante Utah sia ancora una squadra da lottery, continua ad onorare il suo campionato, dimostrando di essere una squadra futuribile proprio come il play da Michigan. 2 vittorie su 3 in settimana per la franchigia di Salt Lake City e un Trey Burke con 12.6 punti di media e tanto ordine in campo.

2. Victor Oladipo

14 punti, 4 assist, 4.5 rimbalzi, 1.7 recuperi, 32 minuti

Sfida tra due dei contendenti al titolo di ROY con Carter-Williams, che ha visto l’uomo da Indiana spuntarla, facendo anche una bella figura, trascinando i Magic alla vittoria con una doppia doppia da 17 punti e 11 assist. Buona anche la prestazione contro i Wizards, con 26 punti e 5 assist che però non bastano per raggiungere la vittoria di squadra.

3. Michael Carter-Williams

17.1 punti, 6.2 assist, 5.3 rimbalzi, 2 recuperi, 34 minuti

Una squadra in demolizione dicevamo, questa Philadelphia, che si è sbarazzata di un centro solido come Hawes, di un gran giocatore come Turner e in seguito anche del sostituto Granger. A questo punto per il play da Syracuse diventa davvero difficile poter portare un’intera squadra sulle spalle al suo primo anno. Inevitabilmente, infatti, MC-W sta iniziando a fare parecchia fatica.

4. Ben McLemore

7.7 punti, 1 assist, 2.8 rimbalzi, 24 minuti

Risale la china la guardia da Kansas, che ha fatto tanto discutere dei suoi rendimenti stagionali. Ora sembra aver compreso il suo ruolo, che di certo non lo vede protagonista, ma con la partenza di Thornton lo vede almeno in quintetto.

5. Tim Hardaway Jr.

9.5 punti, 0.8 assist, 1.5 rimbalzi, 22 minuti

Impossibile salvare la faccia nella grande mela. Anche il figlio d’arte è stato risucchiato dalla stagione buia dei Knicks, che in settimana non hanno vinto neanche una partita. 7.6 i punti di media per Hardaway, che gioca ben 32 minuti di media.

6. Shabbazz Muhammad

3.2 punti, 0.1 assist, 1.5 rimbalzi, 6 minuti

Finalmente una buona chance per l’ex UCLA. La mancanza di Kevin Martin ha convinto coach Adelman a reintegrare Shabbazz e a regalargli minuti per mettersi in mostra. Il Californiano di long Beach, dotato di un talento sconfinato, ha ripagato la fiducia del coach con grandi gare. Addirittura 20 i punti nella vittoria contro Phoenix, che segna il suo career high NBA.

7. Giannis Antetokounmpo

7.1 punti, 2 assist, 4.6 rimbalzi, 24 minuti

Difficoltose le due gare settimanali contro i Pacers, che difensivamente lo hanno annullato. Nella partita contro Philadelphia, il greco mette a segno 13 punti con 6 rimbalzi e 4 assist, giocando 30 minuti.

8. Mason Plumlee

6.4 punti, 0.4 assist, 3.4 rimbalzi, 15 minuti

8.6 punti di media nelle tre partite giocate. Il centro dei Nets  da la solita mano sotto le plance, giocando quei 18-20 minuti di intensità che servono a Jason Kidd soprattutto difensivamente.

9. Tony Snell

5.7 punti, 1 assist, 2 rimbalzi, 20 minuti

Congeniale per il gioco dei Bulls, Snell da un grosso aiuto nella fase difensiva di coach Thibodeau ma anche in attacco, con le percentuali del tiro da 3 leggermente in crescita.

10. Kelly Olynyk

7.1 punti, 1.7 assist, 4.8 rimbalzi, 19 minuti

Gran partita quella contro Utah, dove fa il vuoto nel pitturato, totalizzando 21 punti con anche 8 rimbalzi e 4 assist, che però non bastano per Boston. Non bene invece con Sacramento, segnando solo 4 punti con 6 rimbalzi.

11. Nick Calathes

5 punti, 2.8 assist, 1.8 rimbalzi, 17 minuti

Si riducono drasticamente i suoi minuti con Conley al 100%, ma Calathes da comunque un contributo importante nella gestione della palla, riuscendo ad andare bene a canestro e smistando bene assist per i compagni.

12. Anthony Bennett

4 punti, 0.3 assist, 3 rimbalzi, 13 minuti

La quiete dopo la tempesta. Sembra essere questa la storia stagionale della prima scelta. Ancora un pò fuori dal gioco questa settimana, con 3.3 punti di media in 12 minuti scarsi.

13. CJ McCollum

6.3 punti, 0.7 assist, 1.4 rimbalzi, 14 minuti

Pochi minuti nelle partite con Minnesota e Denver, si riscatta nella vittoria ai danni dei Nets, mettendo 11 punti in altrettanti minuti.

14. Nate Wolters

6.8 punti, 3.4 assist, 2.5 rimbalzi, 22 minuti

Difficoltosa anche la settimana di Wolters, che non riesce ad incidere come al solito. 5 punti di media nelle due partite.

15. Steven Adams

3.3 punti, 0.6 assist, 4.2 rimbalzi, 14 minuti

Silenzioso ma fondamentale nel gioco dei Thunder, il centro neozelandese è ancora acerbo riguardo la tecnica, ma ha una grande fisicità.

                                                                                                                                                                                                                                       A cura di Davide Fina e Giovanni Foti