Rookie Rankings, settimana 8. La storia: la dura gavetta di un rookie, #FreeShabazz

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E’ un’annata finora difficile per molti rookie NBA, anche e soprattutto per molte scelte di primo giro che non sono ancora riusciti a dimostrare neanche minimamente il loro potenziale (Bennett docet).

Ma su uno di essi, forse nessuno degli addetti ai lavori che l’avesse seguito nel corso della sua carriera liceale e collegiale, avrebbe pronosticato il “bottino” così magro che ha ottenuto finora. Stiamo parlando di Shabazz Muhammad, 14esima scelta assoluta, scambiato subito insieme a Dieng (21esima scelta) da Utah a Minnesota in cambio dei diritti di Trey Burke (nona scelta).

Se volessimo fare un mero confronto statistico, possiamo osservare che, nei 5 Draft precedenti all’ultimo, i giocatori scelti alla stessa posizione di Muhammad hanno avuto anche loro alterne fortune nel loro anno da rookie: gli elementi in questione sono John Henson (Draft 2012), Marcus Morris (2011), Patrick Patterson (2010), Earl Clark (2009) ed Anthony Randolph (2008).

Discreto lo spazio nelle rotazioni trovato da Patterson, Randolph e Henson: l’anno scorso, tra le file dei Bucks, appena 13 minuti in media per Henson, ma una stagione in crescendo con un picco notevole nel finale di regular season; più alto invece il “chilometraggio” di Randolph e Patterson, entrambi intorno ai 17 minuti a partita, ma anche loro come l’ala di Milwaukee hanno viaggiato a 6 punti di media a partita nel loro anno da rookie. Quelli che hanno stentato di più nel loro primo impatto con la NBA sono stati invece Morris e Clark, ma con un distinguo: Marcus ha disputato appena 17 partite a Houston, Earl ne ha invece giocate 51 a Phoenix, seppure il minutaggio dei due sia stato identico (7.4 minuti a partita per il primo, 7.5 per il secondo).

Oggi, nessuno di questi cinque prospetti è un giocatore di primo piano NBA, con Randolph che sta diventando sempre più un “giramondo” (già 4 canotte diverse indossate alla sesta stagione nella Lega), Clark che stenta a decollare a Cleveland dopo un anno di gloria nell’”anarchia gialloviola” dello scorso anno, e Patterson, Morris ed Henson che, con alti e bassi, sono almeno riusciti a ritagliarsi un dignitoso spazio da giocatori di ruolo pronti a dare il loro contributo dalla panchina.

“Il nostro eroe” però, almeno ad oggi, sembra aver iniziato addirittura peggio dei suoi predecessori scelti con la 14esima chiamata: il suo tabellino personale ci informa infatti che, nel momento in cui scriviamo, ha disputato appena 11 incontri sui 38 totali dei suoi T’Wolves, con 3.8 minuti a partita, 1.1 punti e 0.7 rimbalzi. Bilancio a dir poco disastroso.

E ciò che più preoccupa e rende impietoso il confronto con gli altri giocatori presi in esame, è che nessuno di loro era chiamato a grandi gesta in NBA: tranne forse Henson che, complice un pedigree di tutto rispetto a North Carolina, si presentava come un atleta esplosivo dalle braccia lunghissime, dotato del fiuto per il rimbalzo, i vari Morris, Clark, Randolph e Patterson non avevano un particolare hype attorno al loro nome.

Shabazz è invece da due anni al centro dell’attenzione dei media: la stagione 2011/2012 l’ha vissuta da assoluto dominatore a livello liceale, ottenendo il riconoscimento di McDonald’s All American e venendo addirittura “rankato” come il secondo miglior giocatore di highschool della nazione secondo le maggiori testate che si occupano di reclutamento. Basti pensare che nella sua lista definitiva delle università tra cui scegliere, c’erano le offerte di borse di studio da parte di Duke, Kentucky e UCLA: in pratica, l’élite NCAA sgomitava per i suoi servigi. E, dopo lo spettro dell’ineleggibilità per violazioni del regolamento NCAA, Muhammad ingrana subito alla grande con UCLA, seppur non riuscendo a portare la squadra ad un buon risultato durante la March Madness.

Ciò che è certo è che, con molta discontinuità, Shabazz è sembrato già al college un giocatore pronto per “il piano di sopra”, mostrando lampi di talento puro: la materia prima non manca, tra atletismo, stazza, capacità di attaccare il ferro, discreto range di tiro e, paragone assai scomodo, delle movenze magari non fulminee ma estremamente efficaci, “à la Harden”.

Ma allora cosa ha frenato la sua esplosione? Come in ogni circostanza, la verità sta nel mezzo, e si possono attribuire responsabilità al giocatore stesso, ma non solo: innanzitutto, Muhammad ha iniziato la stagione prendendo parte al Rookie Program, campus/seminario di routine NBA sul corretto stile di vita per affrontare l’ingresso nella Lega. Non sappiamo se avrà colto appieno lo spirito e i valori voluti da Stern, ma sappiamo con certezza che Shabazz è stato espulso dal programma per aver introdotto “un’ospite femminile” nella stanza d’albergo che lo ospitava, seguendo le orme di Mario Chalmers e Michael Beasley, entrambi multati per la stessa circostanza durante il Rookie Program del 2008.

Questo inizio folgorante, misto ad altri problemi comportamentali di varia natura, sembra aver frenato la scalata alle gerarchie di coach Adelman, causa principale del suo scarso minutaggio.

L’attuale coach di Minnesota non è noto per lo spazio concesso ai rookie (chiedere a Derrick Williams, seconda scelta assoluta al Draft del 2011 e scambiato questa estate per il nulla o quasi) ad eccezion fatta per Kevin Martin, esploso con lui in panchina negli anni di Sacramento. Il veterano Adelman sembra infatti non fidarsi troppo dell’esuberante prodotto di UCLA per quella che è forse la stagione più delicata della sua avventura con i T’Wolves: se dovesse fallire l’accesso ai Playoff per il terzo anno consecutivo, stavolta con Rubio e Love perfettamente in salute e con quest’ultimo che sta disputando una stagione da autentico MVP della Lega, probabilmente le valigie sarebbero inevitabili.

Intanto, con l’anno nuovo Muhammad è stato dirottato in D-League, dove in appena quattro partite ha messo subito in mostra tutto il suo bagaglio: 24.8 punti di media, 9.8 rimbalzi e il 57% dal campo che gli hanno fatto guadagnare l’immediata chiamata da Adelman per tornare a referto per i T’Wolves.

Difficile capire se sia un fuoco di paglia o se davvero Minnesota vorrà provare a dargli una chance concreta, ma sicuramente il ragazzo meriterebbe un’occasione, anche alla luce dei suoi “rivali” in rotazione: con Dante Cunningham, il redivivo Chase Budinger (appena tornato da un lungo infortunio), Robbie Hummel e Corey Brewer (ironia della sorte, altro talento abbastanza inespresso in NBA dopo 2 titoli vinti al college a Florida), come alternative, in fin dei conti si può trovare un posto per l’ex-UCLA.

In attesa di sviluppi, speriamo sia di buon auspicio riprendere lo slogan che ha accompagnato l’arrivo in NCAA di Muhammad, fermato per le prime partite di stagione a UCLA per i problemi burocratici a cui avevamo già accennato. Nel campus californiano, campeggiava all’epoca un solo motto: #FreeShabazz.

 

RANKING

E’ la solita solfa, che vede le guardie andare sempre in ascesa di rendimento, mentre tutti gli altri giocatori non brillano. Neanche l’imminente all star game dà tante motivazioni alle matricole, per guadagnarsi almeno un posticino nella partita che vedrà in campo rookie e sophomore. Lo Yin e lo Yang, contraddistinto dai consueti Oladipo, Carter-Williams, Trey Burke, e dall’altra parte da Alex Len, il centro da Maryland, che sembra essere l’unico a non aver tratto i benefici della “cura Phoenix”, e che nell’ultima gara è stato protagonista, ovviamente in negativo, per un flagrant foul di tipo 2, ai danni del “povero” Nick Young, che si è visto calare la mannaia ucraina senza apparenti motivi logici. Presumibilmente Len, risente a dir poco della lontananza dal campo da gioco e della differenza di fisicità dell’ NBA rispetto al college. Una nota positiva, tuttavia, arriva dagli Atlanta Hawks, che hanno reintegrato in squadra il tedesco Schroeder, che nella notte ha giocato buoni minuti, anche se per lo più in garbage time.

1. Michael Carter-Williams

17.6 punti, 7 assist, 6 rimbalzi, 2.6 recuperi, 35 minuti

In linea con le prestazioni che lo hanno portato in testa a tutte le classifiche riguardanti i rookie, Carter-Williams, in settimana,  sfiora sempre la tripla doppia condita anche da un paio di refurtive ai danni degli avversari. 17.3 punti, 7.3 rimbalzi e 6 assist di media nelle ultime tre uscite per il play da Syracuse che ha portato alla vittoria la sua squadra solo nell’ultima gara contro i Bobcats di Michael Jordan.

2. Victor Oladipo

13.7 punti, 3.6 assist, 4.2 rimbalzi, 1.5 recuperi, 0.7 stoppate, 31 minuti

Gran settimana anche per la guardia da Indiana, che firma il suo career high da ben 35 punti, in una partita spettacolare, finita al terzo overtime, contro dei Bulls agguerriti come al solito, che alla fine l’hanno spuntata su degli stanchi Magic. Tutte perse le altre 3 partite disputate, ma con un Oladipo tuttofare, che sporca il box score in ogni sua voce.

3. Trey Burke

13.6 punti, 5.6 assist, 3.3 rimbalzi, 0.7 recuperi, 31 minuti

Punti e assist non mancano mai nei tabellini del piccolo play da Michigan, che nulla può contro la squadra di Popovich, ma riesce, assieme ai compagni, a portare a casa una buona vittoria contro dei Nuggets un pò spenti rispetto agli anni passati.

4. Tim Hardaway Jr.

8.2 punti, 0.8 assist, 1.3 rimbalzi, 18 minuti

La ventata di aria nuova che soffia nella Grande Mela non colpisce più di tanto il figlio d’arte, che vede il minutaggio leggermente in calo, e con esso anche le satistiche. Buona tuttavia la sua ultima settimana in cui colleziona 7 punti di media in circa 20 minuti di utilizzo. Non sfrutta al meglio lo stato di forma non brillante del compagno JR per mettersi in mostra, ma dà comunque una grossa mano in uscita dalla panchina.

5. Tony Snell

5.6 punti, 1 assist, 2 rimbalzi, 19 minuti

Si parlava di funzionalità all’interno del sistema creato da Thibodeau. Adesso Snell è veramente arrivato ad un punto di affidabilità per il coach, che lo ripaga con buoni minuti e un pò più di responsabilità sulle spalle della matricola, al fine di farlo crescere. Pessime però, le prime due uscite contro Bucks e Bobcats, a dir poco rincuoranti le seconde due con Wizard e Magic.

6. Giannis Antetokounmpo

6.8 punti, 1.7 assist, 4.7 rimbalzi, 23 minuti

In campo decisamente per farsi le ossa e per l’assenza di soluzioni offensive, il greco risponde a dovere alla chiamata dell’allenatore, mettendo più di 7 punti a partita e migliorando di giorno in giorno il suo gioco con i compagni, facendo salire il numero di assist a partita.

7. Kentavious Caldwell-Pope

7.3 punti, 1 assist, 2.3 rimbalzi, 1 recupero, 24 minuti

Indispensabile ormai per la squadra di Detroit, Caldwell-Pope è un finalizzatore che apre il campo ai tiri da tre. E’ un pò il segreto nascosto dei Pistons, che, senza di lui, non potrebbero permettersi di giocare con Drummond,Monroe e Smith, vista soprattutto la pessima selezione di tiro dell’ultimo. Ancora un pò acerbo, presumibilmente andrà a migliorare le statistiche che ora lo vedono al 33.7% dalla lunga distanza, su un numero di tiri non elevatissimo.

8. Pero Antic

5.2 punti, 1 assist, 3 rimbalzi, 14 minuti

Il centro macedone sembra il sostituto migliore dopo l’infortunio di Horford, tenendo bene il campo e alternandosi con Ayon in un misto di classe e durezza fisica. Buona la prova contro i Rockets, che ha visto Atlanta vincitrice, non male anche la seconda uscita nella trasferta d’oltreoceano a Londra, che però ha visto gli Hawks asfaltati da dei Nets rinati.

9. Ben McLemore

7.8 punti, 1 assist, 2.8 rimbalzi, 24 minuti

Scivola inesorabilmente nelle parti basse della classifica. La realtà di Sacramento non lo vede affatto protagonista, visto che in squadra ci sono talenti del calibro di Rudy Gay, DeMarcus Cousins e Isaiah Thomas, che si dividono i possessi della partita, lasciando giocare ben poco i compagni. La promettente matricola da Kansas quindi, chiude la settimana con un misero bottino di 4 punti di media in 4 partite.

10. Steven Adams

4 punti, 0.8 assist, 4.6 rimbalzi, 0.8 stoppate, 15 minuti

Leggermente in calo, come d’altronde tutti i Thunder ad eccezione del fenomeno Durant. Adams continua tuttavia la sua opera di rottura del gioco, facendo sentire il fisico e i centimetri, anche se con un minutaggio più basso del solito.

11. Matthew Dellavedova

4.4 punti, 1.5 assist, 1.3 rimbalzi, 16 minuti

L’arrivo di Deng ha dato ai Cavs una nuova speranza, e difensivamente più risposte. Ora l’australiano non è più l’unico a dover combattere nella fase difensiva, ma può contare sull’ex Bulls, che ha già portato aria di cambiamento in Ohio.

12. Cody Zeller

5 punti, 1 assist, 4 rimbalzi, 17 minuti

Continuo nelle prestazioni, ma sempre povero di numeri. Appena 3.5 i punti di media in soli 14 minuti di impiego.

13. Miroslav Raduljica

4.8 punti, 0.4 assist, 2.2 rimbalzi, 59.2% dal campo, 10 minuti

La sorpresa della settimana è il centro serbo, che si è fatto notare soprattutto nei minuti di garbage time in quel di Milwaukee. 6.25 punti di media e tanta sostanza nei 50 minuti giocati nelle 4 partite settimanali.

14. Phil Pressey

1.5 punti, 2.2 assist, 1 rimbalzo, 11 minuti

Il figlio di Paul, con la partenza di Jordan Crawford ha trovato spazio nelle rotazioni dei Celtics partendo anche nello starting five. Buone prestazioni e tanti assist per lui, anche se il ritorno in panca è vicino quanto il ritorno di Rondo in campo.

15. Miles Plumlee

5.8 punti, 0.3 assist, 3.2 rimbalzi, 0.7 stoppate, 62.7% dal campo, 16 minuti

Alti e bassi in stagione, il centro da Duke non sta trovando tanto spazio nonostante la mancanza di Brook Lopez. Garbage time per il lungo dei Nets.

                                                                                A cura di Davide Fina e Giovanni Foti

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