“Stats & Arts“ – I giocatori di culto nella NBA

“Stats & Arts“ – I giocatori di culto nella NBA

Nella nuova rubrica “Stats & Arts“ analizziamo temi, squadre, giocatori NBA utilizzando statistiche e dati come strumento, e immagini, sensazioni, impressioni, racconti, emozioni, metafore come materia, per dare una forma alla naturalezza della passione per la lega più affascinante del mondo.

di La Redazione

a cura di Nicola Bergamo

Rick Alan Ross, specializzato nello studio dei culti, includeva tra le differenti definizioni di cult, in un articolo pubblicato sul Guardian, “persone unite da devozione o lealtà verso un movimento o una figura intellettuale o artistica”. La maggioranza degli atleti che riescono a generare un simile sentimento occupano una posizione preminente all’interno delle gerarchie del proprio sport: a questi vengono associate espressioni tipiche della semantica della magnificenza, quali leggendario, G.O.A.T, re/principe. Ma esiste un sottoinsieme di sportivi a cui la definizione succitata si lega più naturalmente e porta la macchina mediatica sportiva a definirli atleti di culto. Il valore artistico intrinseco alla carriera di questi sembra maggiore rispetto a quello prettamente sportivo, grazie a particolari combinazioni di estetica, personalità, prestazioni e singolarità. E’ facile trovare figure in cui questi elementi si sincronizzano, all’interno di una lega colma di giocatori nati da esperimenti laboratoriali di Rick di Rick & Morty, con l’attenzione del mondo sul suo microcosmo e la dinamicità che la caratterizza ad alimentarsi vicendevolmente, la NBA. Ho scelto 3 giocatori di culto della NBA 2018-2019.

NIKOLA JOKIC

Nikola Jokic ricorda un film di Godard, Agent Lemmy Caution, in cui un’intera città è organizzata e cresce gestita da un software, un algoritmo che segue la logica matematica e che ripete che “nessuno è vissuto nel passato e nessuno vivrà nel futuro”: un 7 piedi con vette nel playmaking probabilmente mai raggiunte da un centro (solo Wilt Chamberlain ha registrato più assist di media degli attuali 7.6 di Jokic) che sembra concatenare le proprie azioni con la semplicità e la naturalezza di chi vede fluire il tempo, il presente. The Joker fa sembrare paradigmatico il paradosso e in tal senso rappresenta perfettamente la situazione della lega e la varietà del suo bestiario. Diventa normale che un ragazzone dall’aspetto di un 35enne che dopo aver lasciato lo sport semi-agonistico ha deciso di non preoccuparsi più di tanto della propria alimentazione, sia uno dei più sopraffini creatori di gioco della lega.

 

(Nikola Jokic ha un arsenale illimitato di passaggi sopra la testa, rimbalzati, dietro la schiena, no look)

Jokic è borderline rispetto a quanto detto sul rapporto tra valore artistico e valore sportivo dei giocatori di culto, in quanto unico potenziale Hall of Famer di questa lista. Jokic è il giocatore che passa di più la palla nella lega (70.6 passaggi a partita per stats.nba) ed è nel 95esimo percentile per percentuale di assist mentre è in campo (40,9%), di cui i principali beneficiari sono Jamal Murray – l’altro playmaker della squadra – e Gary Harris, uno dei taglianti più eccitanti del gioco, con cui ha creato forti connessioni all’interno dell’attacco fluido dei Nuggets.

Il serbo sa creare tiri puliti anche per se stesso, tirando con il 50% dopo 3-6 palleggi (tra i giocatori con almeno 2 tentativi a sera ha davanti solo una ventina di ali e guardie) e con un surreale 72,7% dopo 7 o più palleggi (ma su appena 23 tiri complessivi). Nonostante la peggior stagione da dietro l’arco, sta registrando per la prima volta in carriera 20 punti a partita e in futuro potrebbe entrare nel club 50-40-90 (la scorsa stagione 49,9% dal campo, 39,6% da 3 punti e 85% ai liberi).

Anche il mainstream si è accorto della forza della stella dei Nuggets, classificatasi settima nelle votazioni dei fan per l’All-Star Game, a cui ha partecipato giocando nel Team Giannis. E’ facilmente stimabile che abbia acquisito un buon 10% in più di fan e sia diventato il nuovo preferito di almeno 5000 tifosi dopo aver dichiarato che la parte più difficile dello Skills Challenge è stata correre.

Nikola ha lo sguardo tipicamente slavo di chi potrebbe mangiare la torta della nonna in tua compagnia guardando le nuvole con te, imparando a rollare del tabacco e assassinarti silenziosamente qualche ora dopo, se necessario, senza rimorso. E’ anche merito della fiducia dell’organizzazione, che nel suo talento ha visto un uomo franchigia, se al bambino sovrappeso che partecipava a corse di cavalli ora una celebre coppia serba di Youtube dedica una canzone e gli speranzosi tifosi di Denver intonano il coro “M-V-P”.

DAVIS BERTANS

Un 13enne perde mezzo anulare destro tagliando la legna con una sega elettrica assieme al padre e al fratello tra i boschi lettoni. Tredici anni dopo diventa uno dei migliori 5 tiratori da 3 in NBA per percentuali, tirando col 43,9% su oltre 4 tentativi a serata. L’estrema sintesi della vita di Davis Bertans è una delle tante storie dal gusto post-moderno di cui la NBA è costellata che continuano ad alimentare lo stanco mito del sogno americano.
Davis Bertans sembra uno di quei personaggi dei cartoni animati che per quanto dia frequentemente dimostrazione del suo valore, sembra non vedere mai le proprie qualità pienamente riconosciute, non tanto dai tifosi o dalla propria squadra, ma dai giocatori avversari apparentemente dormienti su Bertans: l’85% delle sue conclusioni dietro l’arco sono smarcate (per stats.nba). Tale percentuale non è da attribuire interamente alle negligenze avversarie, anzi solo in minor misura, perchè il dato è simile a quello di altri tiratori di volume d’elite – come Steph Curry, JJ Redick, Buddy Hield – e il merito è del lettone, più per l’abilità a rimanere in moto costante nella metà campo avversaria (tra i lunghi che giocano meno di 24 minuti a partita non è secondo a nessuno per miglia percorse a partita in attacco) che per l’abilità a leggere le difese. La mobilità di Bertans, unita alla facilità nell’aggiustare i piedi mentre riceve la palla lo rendono una costante minaccia sul perimetro, ed è facile apprezzarla nella collezione di triple della prima metà di stagione realizzata da un canale lettone.

Delle prime 100 triple segnate dallo spurs, 99 sono assistite, di cui oltre l’80% senza alcun palleggio. Bertans è un fit perfetto in una squadra che muove molto il pallone e che necessita di chi apre il campo quando Aldridge e DeRozan al contrario fermano il pallone andando in isolamento; non a caso compare nei primi cinque quintetti Spurs per differenziale punti fatti-concessi (per 100 possessi).

Il lettone è uno dei più amati dai tifosi neroargento, che spesso sui social ne richiedono la presenza nello starting five e si sono interrogati su Reddit sul nickname di cui un giocatore di culto come Bertans, prosecutore della tradizione di underdogs allevati nella fattoria Spurs, è meritevole: il più convincente sembra essere Baetans e molti hanno tentato di rendere contemporaneamente giustizia al rutilismo del ragazzo e alla sua mira infallibile in maniera scarsamente originale (Red Rifle, Orange Rocket). Un utente proponeva ragionevolmente che “si dovrebbe fare qualcosa con il fatto che gli manca un dito”. Ritengo sarebbe il massimo se in qualche modo si riuscisse anche a far notare come la forma della testa di Bertans sembra perfetta per portare un casco da supereroe.

Lo staff dei texani sta realizzando un lavoro importante su Bertans e Gregg Popovich di recente ha commentato positivamente la sua crescita nel mettere il pallone a terra e nel difendere con efficacia: sta imparando a sfruttare i piedi veloci, principalmente sul perimetro.

(L’eccellente difesa sull’ultimo possesso di Rose a Minneapolis: Bertans rimane concentrato dopo lo switch con Mills, non cadendo sulla successiva finta entrata di Rose in area (Spurs sul +3) e impedendo all’ex-mvp di tirare senza spostare le braccia mentre è già in alto)

JOE INGLES

Ho mostrato alla mia ragazza una foto di Joe Ingles: lei dice che è un panettiere, ma secondo me è più un giardiniere. Il gioco “Che lavoro fa Joe Ingles?” sembra molto apprezzato a giudicare dai commenti sotto ai video dei suoi highlights su YouTube, a cui ha partecipato pure Rudy Gobert con la stessa semplice efficacia che caratterizza il suo gioco, chiamandolo “farmer”, paragone che ci restituisce l’idea del fit esteticamente perfetto di Joe Ingles in uno stato economicamente avanzato in cui l’agricoltura mantiene un ruolo centrale. Shea Serrano su The Ringer ha regalato i “Joe Ingles look like…” più esilaranti, e ha spiegato come il nome Joe Ingles sia perfetto per la nicknamification e la sua faccia spinga a pensare “questo ragazzo necessita di un soprannome”.

Joe Ingles sembra il perfetto rappresentante sportivo di un momento storico in cui la retorica del lavoratore-umile-semplice-vero-eroe-dimenticato-dalle-elitè si scontra con il percepito mondo del flexing, in una realtà ovviamente ben più complessa. Non è difficile però notare come Joe Ingles sia molto più di un gregario e si inserisca in quella fascia intermedia tra l’ottimo role player e l’all star, dimostrando ogni notte sul parquet di essere uno dei migliori all-around della lega, fatto difficile da mettere in luce statisticamente, se non mostrando che il 31enne australiano è una delle tre ali della lega a segnare 10 punti a partita con almeno 5 tentativi da 3 punti, 4 assist e 1 palla rubata (le altre due sono gli all star Paul George e Khris Middleton, per stats.nba); Jinglin’ Joe tra le ali over 30 ha una delle migliori percentuali nel true shooting (56.4% per stats.nba); nei Jazz, giocando 31 minuti a partita, ha il miglior Net Rating (escludendo Raul Neto coi suoi circa 200 minuti totali) e il miglior plus minus del roster.

Associated Press

A Utah l’aussie viene utilizzato primariamente lontano dal pallone, soprattutto per aprire spazi muovendosi lungo il perimetro, da cui può sfruttare una delle meccaniche più smooth della lega (il 38% stagionale da 3, peggior dato dall’anno da rookie, è fortemente condizionato dal 30% del mese di gennaio). Ma le qualità del nostro Joe risultano più evidenti quando porta il pallone e ha così la possibilità di sfruttare il suo elevato QI: la saggezza con cui utilizza il suo corpo gli permette, nonostante l’atletismo sotto la media NBA, di arrivare al ferro con costanza e di tirare con il 62,6% nella restricted Area, dato che unito alle percentuali nettamente migliori quando tira dal palleggio rispetto a quando non mette il pallone a terra ben descrive uno scorer efficace con la palla in mano. L’aspetto migliore del gioco di Jinglin’ Joe è la maestria con cui gestisce i compiti di playmaking, essendo un creatore dal pick ‘n roll ben sopra la media, situazione in cui la razionalità con cui palleggia e passa il pallone viene esaltata. Sembra rilassato e a suo agio, nella pacatezza del suo playmaking – paradossale rispetto ai canoni contemporanei NBA – dall’elevato valore estetico per come fa sembrare le scelte scontate attuandole con una padronanza tecnica che sembra appartenere inestricabilmente all’australiano. E’ un playmaker dall’arcadica eleganza o dal rusticismo di classe, una bellezza minimalista.

Ecco 5 assist per apprezzare la razionalità e l’estetica di Playmakin’ Joe

Nonostante Ricky Rubio e Donovan Mitchell siano i due principali playmaker dello starting five, Ingles riesce a tenere la percentuale di assist mentre è in campo al 31,8%, superiore a Mitchell e inferiore solo alle 2 point guard “nominali” (Rubio e Exum). A gennaio, nella striscia di 7 vittorie consecutive, senza Ricky Rubio, Playmakin’ Joe ha diviso le incombenze di regia con Mitchell con ottimi risultati, dando un assaggio dell’importanza che potrebbe avere questa soluzione ai playoff. L’utilizzo del 6 piedi e 8 australiano come guardia, inserendo un esterno 3&D (Royce O’Neale) in sostituzione a Rubio e generando continui mismatch fisici contro quintetti piccoli, potrà diventare un’arma pericolosa.

L’ala di Utah sa difendere 4 ruoli, è un eccellente difensore perimetrale e si occupa su base notturna di abbassare al grado peggiore possibile il rendimento del miglior esterno avversario, entrando sottopelle all’avversario con un mix di sagacia, tenacia, fisicità e precisione nell’utilizzo del corpo. Joe Ingles può diventare un incubo per l’attaccante avversario quando carica la carabina del trash talking per cacciare i ladri che attentano alla sua proprietà nella Salt Lake Valley. Matt Ellentuck di SB Nation l’ha definito il miglior trash talker della lega e il beef con Paul George è stata una delle sottotrame più interessanti del primo turno di playoff 2017-2018.

(Azioni sconnesse non rendono in toto la qualità di Ingles nella metà campo difensiva, ma possono dare un’idea)

A Hustlin’ Joe è stata dedicata dai fan una maglia in memoria degli ultimi minuti di partita giocati a Memphis con una fasciatura alla testa e si trova su YouTube una strofa in suo onore con una discreta qualità di registrazione (“You know, Lonzo Ball charges 600$ for his sneakers, that’s unbelievable, Imma get a sneaker deal myself, you know”).

Forse Joe Ingles non è ancora entrato nel suo prime, inusuale per un’ala di 31 anni. L’utilizzo che ne farà coach Snyder determinerà il suo sviluppo finale – soprattutto a livello di compiti e responsabilità all’interno di una partita – da cui potrebbe passare parte delle possibilità dei Jazz di diventare una contender vera nei prossimi anni.

 

GLI ALTRI

Il gran numero di partite stagionali, la varietà fenotipica dei giocatori, l’attenzione mediatica che attira, la ricchezza delle narrazioni che scaturisce, rendono facilmente la NBA la più grande genitrice di figure venerabili ed è così stato difficile scegliere solo 3 giocatori ed esemplificare i motivi ricorrenti, escludendo ragazzi come:

Montrezl Harrell, proprietario orgoglioso delle fasce contenenti i principi primi dell’universo, con la sua infinita collezione di sneaker custom e di ferri la cui salute psicofisica è stata irreparabilmente messa in una pessima situazione;

Bojan Bogdanovic e Bogdan Bodganovic, uno col nome simile al cognome senza -ovic, l’altro col nome uguale al cognome senza -ovic, uno croato, l’altro serbo, uno con un taglio più anonimo dell’altro, uno con uno stacco da terra sul tiro di una delicatezza unica, l’altro con superiori doti nel playmaking, ma fondamentalmente uno uguale all’altro, soprattutto nelle statistiche;

Boban Marjanovic, versione finale del mito del gigante brutto e buono, un 7 piedi e 3 (2,20 m) che schiaccia senza saltare, rompendo letteralmente il canestro, senza nascondere le sue skills da pilota e offrendo saltuariamente basi fresche per meme.

 

La NBA è la lega del culto.

Getty Images
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