Vite da NBA: Bob Pettit, dietro solo a Bill e Wilt

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Robert Lee Pettit nacque a Baton Rouge 82 anni fa.
L’approccio con il mondo del basket è alquanto difficile, poiché alla HS della sua città non viene inserito nella squadra della scuola né al primo, né al secondo anno. Da buon sceriffo, il papà riesce a spronarlo a migliorare. Essere 192 centimetri a 17 anni aiuta e riesce a far parte della squadra. Risultato? Campioni statali 1950, la prima volta dopo oltre vent’anni. La finale per il titolo Bob la mette tuttora al primo posto tra le partite più emozionanti a cui ha preso parte, ex aequo con gara 6 delle Finals 1958 contro i Celtics. Su quest’ultima ci torneremmo. Ma la prima “all’epoca ha significato tantissimo per me”, disse il diretto interessato una volta ritiratosi.
Al college non si allontana da casa e sceglie Louisiana State. La sua dedizione al lavoro, la continua voglia di lavorare, ma anche la sua struttura fisica e la sua predisposizione al rimbalzo lo rendono uno dei migliori prospetti al draft 1954, dopo quattro anni di università. Il primo anno non si era eleggibili per il varsity team, ma dal secondo ha dominato. Tre anni a 27.3 punti di media e 14.6 rimbalzi. Da junior, grazie alle sue incredibili prestazioni (24.9 punti e 13.1 rimbalzi) i Tigers arrivano alla prima Final Four della loro storia. Da senior si migliora ancora, mantenendo medie irreali di 31.4 punti e 17.4 rimbalzi. LSU perde solo 5 partite e vince il secondo titolo consecutivo della SEC. Ovviamente il suo numero 50 viene ritirato subito dopo la sua ultima partita: è stata la prima maglia ritirata dai Tigers.
Approdato in NBA nel 1954 grazie alla seconda chiamata assoluta da parte dei Milwaukee Hawks, trasferitosi a Saint Louis un anno dopo. Molti nutrono dei dubbi, visto il suo peso (91kg) non rapportato alla sua altezza (2.06m). Lo reputano non adatto ai contatti con i pari ruolo avversari. Ma gli Hawks, ovviamente, non si sono lasciati scappare uno da oltre 31+17 all’ultimo anno di college.
Infatti, ripaga immediatamente le attese, vincendo il premio di Rookie of the Year con 20.4 punti e 13.8 rimbalzi di media. Gioca anche il primo di 10 All Star Game consecutivi. Tuttavia Milwaukee vince solo 26 partite, a fronte di 46 sconfitte. Dato sconfortante, che fa decidere il proprietario Ben Kerner di spostare la franchigia a Saint Louis.
Prima stagione nella nuova città e gli Hawks vincono sette gare in più dell’anno precedente, grazie ad un Pettit formato MVP. Gli viene consegnato il miglior premio individuale dopo aver mantenuto medie incredibili di 25.7 punti e 16.2 rimbalzi. Ah, aggiunge anche il premio di MVP dell’All Star Game grazie a 20 punti, 24 rimbalzi e 7 assist.
Quell’anno gli Hawks fanno il più grande errore della sua storia. Cedono i diritti della scelta al draft per buoni giocatori come Ed Macauley e il rookie Cliff Hagan, ai quali aggiungono Slater Martin da uno scambio coi Knicks ed Alex Hannum dopo essere stato rilasciato dai Fort Wayne Pistons. I diritti al draft sono su un certo Bill Russell, ceduto a Boston. La squadra ha qualche problema di rodaggio e ci sono stati ben tre cambi di coach. L’ultimo ad arrivare è lo stesso Alex Hannum, che ha il ruolo di giocatore-allenatore per le ultime 31 gare di Regular Season. “Quando lui entrò nella Lega, io ero già un veterano, ma ho visto Bob maturare giorno dopo giorno per arrivare fino all’élite della NBA. Lui è un vincente, sia che si tratti di basket che di carte. Mai giocare a poker con lui: vuole solo vincere, non gliene frega niente di divertirsi. Si diverte solo se vince”, dichiarerà Hannum allo Houston Cronicle. Alla fine quell’anno arrivano a 34 vittorie, ma bastano per pareggiare il record di Minneapolis e Fort Wayne. Si disputa allora un girone per decretare la vincitrice della Western Division e gli Hawks sconfiggono entrambe le formazioni. Saint Louis arriva allora in finale contro i Celtics, detentori del miglior record NBA. Nessuno si aspettava gli Hawks in finale, figurarsi a vincerla… In gara-1 i Celtics non riescono a scappar via, Russell fa fatica a contenere Pettit. La gara va al primo supplementare: non basta. Ne serve un altro: Saint Louis espugna il Boston Garden 125-123. Boston vince gara-2 e la serie si sposta in Missouri. Nella città indipendente – Saint Louis dipende amministrativamente solo dallo Stato centrale, non da altre contee – la battaglia rimane in parità. 2-2, palla al centro. A Boston vincono facilmente 124-109 i padroni di casa. Altro viaggio: la gara è in parità, Boston vuole l’overtime per provare a chiudere definitivamente partita e serie. Ma Pettit trova libero Hagan per il canestro della vittoria sulla sirena. Si torna a Boston, ma lì non ci saranno più possibilità: “Win or go home” è il motto perfetto che rende l’idea di una gara-7. Partita equilibratissima, una delle più belle ed avvincenti di sempre. Prima due liberi di Pettit mandano la gara al primo supplementare, nel quale Jack Coleman pareggia sulla sirena. Squadre che non riescono ad avere un margine di tranquillità. Loscutoff porta avanti di due i Celtics, ma dall’altra parte tocca ancora agli Hawks avere l’ultimo tiro. Giustamente ed ovviamente se lo prende Pettit. Il ferro dice no, finisce 125-123, proprio come gara-1.
Boston festeggia, Saint Louis è distrutta. Il suo numero 9 no. O meglio, ha capito che quei Celtics non sono imbattibili. Chiude i playoff con 29.8 punti e 16.8 rimbalzi di media, contando ben 7 gare contro il più asfissiante difensore NBA.
L’anno successivo gli Hawks migliorano ancora, arrivando all’allora record di franchigia di 41 vittorie. Guidati, come sempre, da Pettit: 24.6 punti e 17.4 rimbalzi gli valsero la chiamata all’All Star Game dove domina con 28 punti e 26 rimbalzi. Dopo un percorso di postseason abbastanza agevole, la finale è nuovamente Celtics-Hawks. Come l’anno prima, Saint Louis vince subito gara-1 di soli due punti, ma poi Boston si porta sull’1-1. Hawks ancora avanti, abili a sfruttare la distorsione alla caviglia di Russell. Ma Boston pareggia di nuovo. Si torna al Garden, dove Pettit e compagni passano di nuovo, 102-100. Russell gioca pochissimo, la distorsione fa troppo male anche ad uno come lui. Pettit ringrazia, ne segna 50 – tuttora record delle finali – e Saint Louis vince 110-109 chiudendo la serie davanti al proprio pubblico e detronizzando i Celtics dopo due titoli consecutivi. Pettit è un vincente, ora tutti glielo riconoscono. Gara-6 è la partita che lo ha issato nella storia, la partita che lo ha mostrato al mondo intero come un gladiatore capace di lottare anche contro il più forte. Senza aspettare che questi cada per far suo, ma continuando ad attaccarlo, fino a quando rimane un unico vincitore: Bob Pettit e i suoi Hawks.
Gli Hawks finiscono primi nella Western Division nelle successive tre stagioni. Nel 1959 Pettit bissa il titolo di MVP con 29.2 punti e 16.4 rimbalzi. Ben oltre i 26 di media anche nel ‘60 e nel ‘61. Tuttavia Saint Louis riesce a tornare alle Finals solo nel 1960, di nuovo contro i più forti, di nuovo contro Boston. Ancora sette gare come nel ’57. Ma nel secondo quarto i Celtics decidono di chiudere i conti: non bastano altri 22+14 di Pettit.
Ancora Boston-Saint Louis anche l’anno dopo. Ma la vera serie è contro i Lakers, quando gli Hawks vincono 105-103 la decisiva gara-7 in una sfida tra Pettit e Baylor: 31+17 il primo, 39+12 il secondo. Nella finalissima, 14 punti di media di distacco per i Celtics, che hanno perso solo gara-3 a Saint Louis, tra l’altro solo per quattro lunghezze, 124-120.
L’anno dopo Pettit mantiene le sue migliori medie in carriera (31.1 punti e 18.7 rimbalzi) ma gli Hawks ne vincono solo 29, rimanendo fuori dai playoffs. Durante la stagione, il n°9 fa anche sei gare da giocatore-allenatore, vincendone quattro. Nel 1963 Saint Louis sconfigge Detroit al primo turno, ma poi perde contro i Lakers nella finale della Western Division: serie decisa dal fattore campo, infatti nessuna squadra ha vinto in trasferta. Gli Hawks perdonoo gara-7 115-100 nonostante i 31+11 di Pettit. Il 1964 è simile all’annata precedente: con il solito enorme contributo della loro ala, gli Hawks arrivano ancora alle finali a ovest, dove si fermano dinanzi ai San Francisco Warriors, sempre a gara-7, persa 105-95.
Un fastidio al ginocchio limita la stella di Saint Louis a sole 50 gare giocate, con 22.5 punti di media. Tuttavia Baltimore – la geografia NBA era un po’ diversa all’epoca – eliminò la squadra al primo turno con un netto 3-1.
Quattro ossa della schiena rotte, un muscolo dell’addome stirato e un legamento del ginocchio saltato hanno messo fine alla sua carriera a soli 32 anni, anche perché ha ricevuto una chiamata dalla banca per cui aveva lavorato nella off-season precedente. Dopo undici stagioni, Pettit decide di ritirarsi. 20880 punti – all’epoca il primo a riuscire a scavalcare quella fatidica soglia – in sole 792 partite: oggi è il 34esimo nella classifica dei marcatori, ma è quello che, a confronto degli altri che lo precedono, ha giocato meno partite di tutti. Ai punti aggiunge 12849 rimbalzi, all’epoca secondo record di sempre: 26.4 punti e 16.2 rimbalzi di media (terzo di ogni epoca dietro ai mostri sacri di Russell e Chamberlain), cifre decisive per ben quattro viaggi alle Finals per gli Hawks, anche se sono valsi solo un titolo. La loro più grande sfortuna, e quella di altre squadre come Lakers e Warriors, è stata quella di imbattersi nel muro creato dai Celtics.
Tuttavia Pettit ha dimostrato che quei Celtics non erano imbattibili. Lui è stato il go-to-guy indiscusso di Saint Louis, ma ha sempre trattato i suoi compagni come dei suoi amici, al suo stesso livello. E forse è per quello che quegli Hawks erano davvero duri da affrontare, perché erano una squadra unita in tutto, in primis erano un gruppo di amici. Bob Pettit era la stella ma era anche il collante. Bob Pettit era, e per fortuna ancora è, una persona squisita. Oltre che un dominatore assoluto sul parquet.
Tanti Auguri Bob!