Vite da NBA: Chandler Parsons, un bianco col basket nel DNA

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usatoday30.usatoday.com La storia di questo ragazzone inizia quest’oggi ma 26 anni fa, nella piccola cittadina di Casselberry, sobborgo di Orlando, Florida (26,241 abitanti). Figlio di Terri e Gary Parsons e quarto figlio della famiglia Dopo Chris, Chad e Chase, il piccolo Chandler può raccontare di essere nipote di Don Parsons, ex giocatore anche lui che rifiutò un contratto da parte dei New York Knicks dopo essere stato draftato, ‘solo’ per proseguire a lavorare in un gruppo finanziario che gli avrebbe dato più soldi dei Knickerbockers. Chandler cresce bene, i suoi genitori adottano anche con lui il metodo “pane e sberle” che è sembrato funzionare con gli altri tre; assieme al metodo sopracitato, il piccolo viene fatto crescere anche in compagnia di molti sport come volevano i suoi genitori, ma in particolare con una palla a spicchi, ed il fisico sembra aiutarlo. Suo papà Gary in 4 anni di college al Rollins segnò 1.518 punti, non briciole insomma… I tre fratelli erano soliti giocare nelle umide notti floridiane in un campetto della zona: volavano gomiti, le retine si muovevano e Chandler infilava qualche jumper, quello che poi diverrà il suo marchio di fabbrica soprattutto dalla lunga gittata. Ma il destino dei fratelli Parsons sembrava essere nel baseball: i 3 fratelli maggiori erano ormai indirizzati verso quello sport, e Chandler sembrava volerli (o doverli?) seguire… fino a quando all’età di 12 anni (!!!) non arrivò un pacco in consegna con dentro un bel po’ di centimetri, senza alcun acconto nella carta di credito di famiglia. “Finii con l’essere alto 2.03 e non potei più giocare da interbase”, dice lo stesso Parsons. E allora si va sul basket, no? Si iscrive alla Lake Howell High School di Winter Park, dove incontra il suo futuro compagno di college NickThe QuickCalathes, ed assieme a lui contribuisce a portare i Silverhawks di Lake Howell alla Final Four della Florida Class 5A dal 2005 al 2007, vincendo nell’ultimo anno. Da senior, Parsons viene premiato come parte del First Team All-State Selection, e soprattutto vince il premio di MVP del campionato statale dopo aver confezionato una prestazione di 30 punti, 10 rimbalzi e 7 assist.

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E’ tempo di college:  l’università principale del suo stato, i Florida Gators, mettono da subito gli occhi sul più piccolo dei Parsons; svolto un workout coi Gators, l’allenatore Billy Donovan vuole assolutamente Chandler come nuovo componente della squadra. La scelta lo ripaga alla grande: Parsons finisce la stagione come primo terminale offensivo dalla panchina con 8.1 punti, 4.0 rimbalzi ed un discreto 33% dalla linea dei 3 punti in 20.7 minuti di media a partita, agendo da 6° uomo; Florida, che è guidata dagli ottimi Nick Calathes e Marreese Speights, parte benissimo e colleziona un record di 18-3 fino a fine gennaio, per poi lasciarsi andare e terminare la stagione in SEC con un record di 21-10, non riuscendo però ad accedere al torneo NCAA concludendo anzitempo l’annata 2007-2008 con una sconfitta contro Massachusetts ed un record conclusivo di 24-12. La stagione 2008-2009 vede i Gators indebolirsi vista la partenza direzione NBA di Speights, dunque anche Parsons è chiamato a dare qualcosa in più: risponde come sempre presente all’appello di coach Donovan e migliora le sue cifre, arrivando a 9.2 punti, 5.7 rimbalzi ed 1.8 assist; un neo non di poca importanza del giovane da Casselberry sono i tiri liberi: le percentuali dalla linea della carità sono troppo basse per una small forward come lui, infatti tira con solo il 55% e col tempo non migliora. Nick Calathes resta il punto di riferimento di questi Gators che partono benissimo e poi da fine gennaio, come l’anno prima, smettono di vincere come all’inizio, terminando la RS con un record di 22-9, pur rimanendo ancora una volta fuori dal torneo finale per via di una sconfitta contro Penn State. Durante la stagione, Parsons ha più volte guidato la squadra come miglior rimbalzista ed era uno dei giocatori più ‘coccolati’ da coach Donovan, con la stima che era contraccambiata; parte inoltre nello starting five in 28 delle 36 partite disputate dai Gators, simbolo di quanto in appena 2 anni abbia conquistato posti nelle gerarchie del coach grazie al duro lavoro svolto ogni giorno in palestra. Nella stagione 2009-2010, la terza con la maglia degli alligatori per Parsons, il capellone numero 25 è protagonista di una crescita esponenziale e repentina: dai 9 punti e quasi 6 rimbalzi di media dell’anno prima passa a 12.4 punti, 6.9 rimbalzi e 2.6 assist ad allacciata. Nella stessa stagione diventa il 45esimo Gator a superare quota 1000 punti con la maglia di Florida, ma non sono i premi ciò che interessano al giovane: sono le vittorie di squadra, e l’obiettivo quest’anno è entrare nel torneo NCAA per la prima volta in vita sua. Dopo Kenny Boynton ed Erving Walker è lui il miglior realizzatore della squadra, che parte con un record di 8-0 in stagione per poi concluderla col record peggiore da quando Parsons è arrivato ai Gators: 20-11 e strada più che in salita per la truppa di Donovan per raggiungere il torneo finale. L’obiettivo però è raggiunto, Parsons è uno degli artefici di questa conquista, ma il seguito non è così roseo: infatti BYU, guidata da un incontenibile Jimmer Fredette, elimina i Gators seppure Parsons abbia offerto una grande prestazione da 20+10 nell’ultima partita dell’anno. Da segnalare un evento che Chandler ricorderà a lungo: il 3 gennaio 2010, in un match contro North Carolina State, succede questa roba qui: https://www.youtube.com/watch?v=2wrrcnxFw10 E non chiedi neanche scusa Chandler? Ma con che faccia?!
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Nonostante i numeri siano molto buoni per un ragazzo di 21 anni, Parsons decide molto saggiamente di fare un altro anno di college, l’ultimo, prima di dichiararsi per il draft NBA; sulla sua scelta ha influito molto oltre che la sua famiglia il suo coach: Parsons ha infatti nutrito da sempre grande stima per Donovan, ed ha poi detto che ha preferito fare il percorso collegiale per intero per sfruttare la fortuna di avere un allenatore come lui, ritenendosi più fortunato di altri che hanno abbandonato gli studi prima della laurea. E allora si riparte, quarta stagione con la casacca dei Florida Gators, e le premesse (vista la presenza di due realizzatori come Walker e Boynton oltre a quella di Parsons) sono più che buone. Nell’autunno 2010 c’è un brutto episodio che coinvolge un familiare di Parsons: suo nonno Don è infatti colpito da
un malore improvviso e non riesce più a muovere una gamba: era stato vittima di una strana infezione che aveva raggiunto la sua gamba, e da lì passò molto tempo prima che un intervento chirurgico aiutasse Don a tornare come prima. Parsons è molto legato a suo nonno: con lui condivide la data di nascita e tanto, tanto carattere in mezzo al campo, proprio come suo papà Gary: ed allora viene da pensare che sia un fattore ereditario… In stagione Chandler è il giocatore più utilizzato della squadra, contribuisce in tutte le statistiche della squadra e trascina i Gators alla seconda partecipazione consecutiva al torneo NCAA presentandosi con un record di 26-7. In questa annata  Parsons ha fatto registrare cifre super: 11.3 punti, 7.8 rimbalzi e 3.8 assist di media in 36 partite, e nel torneo NCAA i Gators riescono ad arrivare fino alle Elite Eight, dove però gli alligatori devono alzare bandiera bianca contro Butler. A fine anno, Parsons può vantare numerosi premi personali: viene inserito nel quinto quintetto All-American da Fox Sports, premiato come Player Of The Year 2011 della SEC ed inserito anche nel primo quintetto della conference sopracitata. Infine, si laurea in telecomunicazioni nell’università della Florida.
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Sembra tutto pronto per il grande passo, quello che potrebbe cambiare la vita di questo 22enne dalla piccola cittadina di Casselberry: è giunta l’ora di dichiararsi per il Draft NBA 2011. Una chiamata in lotteria sarebbe oro per Parsons, ma la chiamata per la green room non arriva: ci sono talenti del calibro di Kyrie Irving, Jonas Valanciunas ed i gemelli Morris davanti a lui, per non parlare dei vari Kawhi Leonard e Jimmer Fredette, che aveva fatto fuoco e fiamme nella sua permanenza a BYU. Come facilmente prevedibile, la chiamata in lotteria non arriva e tantomeno quella al primo giro, allora bisogna aspettare soltanto 8 chiamate del secondo giro per sentire il nome di Chandler Parsons pronunciato dall’allora vice commissioner Adam Silver: con la scelta numero 38 è stato selezionato dagli Houston Rockets. I Rockets, quella squadra che veniva da una stagione mediocre nella difficile Western Conference con un record di 43-39 che non era bastato per accedere ai Playoffs, e con un allenatore vecchio stampo come Adelman non sarebbero riusciti a fare quel qualcosa in più per raggiungere il loro obiettivo. Allora si cambia: con l’arrivo dei rookie Marcus Morris e lo stesso Parsons arriva anche il nuovo coach, Kevin McHale. La stagione non inizia nel migliore dei modi, visto che si parte col lockout e con gran parte dei giocatori a spasso per il mondo; anche Parsons decide di non restare fermo e di accettare la proposta dei francesi dello Cholet per una breve parentesi europea: in 3 partite fa registrare 10.0 punti, 6.0 rimbalzi e 4.0 assist, poi lo sciopero NBA finisce e si riparte per un volo di sola andata per Houston, Texas. La firma sul contratto dei razzi arriva il 18 dicembre, e da qui parte la nuova avventura di Chandler Parsons nel massimo campionato professionistico americano. La prima stagione in maglia Rockets si conclude con un record di 34-32 ed ancora una volta con l’appello mancato ai Playoffs; Parsons nella sua stagione da rookie fa registrare buone cifre: in 63 gare giocate e ben 57 da titolare, il ragazzo dalla Florida segna 9.5 punti tirando col 33% da 3 ed ancora quell’obbrobrioso 55% ai liberi, ma aggiunge 4.8 rimbalzi, 2.1 assist e 1.2 palle rubate in 28.6 minuti di media ad allacciata. Entra da subito nelle grazie di McHale e nonostante gli scambi di giocatori in stagione siano parecchi, nelle gerarchie dei biancorossi lui resta sempre uno dei più importanti ed inamovibili. A fine anno, complici cifre più che buone e prestazioni molto solide in entrambe le metà campo, si merita l’inserimento nel secondo quintetto dei migliori Rookies della stagione. Ma non gli basta: Parsons vuole di più, non tanto dalla sua squadra ma da sé stesso, sa che può offrire molto di più ed allora d’estate si rinchiude in palestra per migliorare il suo gioco, conscio di avere un potenziale ed un’etica lavorativa non banali.
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La stagione 2012-2013 a Houston è vista da molti come un’opportunità di ripartenza per la squadra del Texas, e lo è per un motivo che ha nome e cognome: James Harden. L’arrivo della barba più famosa d’America  nel capoluogo della Contea di Harris fa smuovere non poco gli animi in città, portando in dote tanto entusiasmo e, soprattutto, speranza. Con lui ci sono gli arrivi importanti di Jeremy Lin e di rookies come Patrick Beverley, Terrence Jones e Donatas Motiejunas, e con la solidità di un centro come Omer Asik e l’apporto in ambo le meta campo di Chandler Parsons, questa squadra si promette di essere una vera e propria mina vagante della nuova annata. Come previsto, la squadra va meglio dello scorso anno e, con un record di 45-37, riesce a qualificarsi per i Playoffs. Parsons è già il secondo miglior giocatore della squadra dopo Harden, e colleziona cifre da veterano: 15.5 punti, 5.3 rimbalzi  e 3.5 assist in 76 partite giocate, tutte da titolare, con un minutaggio di 36.3 di media, facendo registrare il suo career high per punti il 3 marzo in un match contro i Dallas Mavericks (toh!) con 32 punti e 6/7 da 3… Che dire? Sembra già essere maturato in soli 2 anni in NBA. Ah: ai liberi passa dal 55% della scorsa stagione al 72%, giusto per ricordarvelo. In post season Houston incontra gli Oklahoma City Thunder, l’ex squadra di Harden e che sembra la più in forma dell’intera lega. 4-2 Thunder, Rockets rispediti in Texas con perdite. Parsons però può uscire a testa alta da questa serie: infatti il prodotto di Florida nelle 6 partite contro i Thunder resta in campo per 39.7 minuti di media, scrivendo 18.2 punti (col 40% da 3), 6.5 rimbalzi e 3.7 assist. Se McHale stava cercando il giocatore perfetto da affiancare ad Harden, può stare tranquillo: ce l’ha in casa ed indossa la casacca numero 25. Nell’estate 2013 ci sono tanti grandi giocatori in cerca di una nuova squadra, ed uno di questi è Dwight Howard: il centro ex Orlando Magic viene da un’annata più che deludente coi Los Angeles Lakers, dove degli acuti problemi alla schiena lo hanno costretto a poter dare meno del 50% del suo contributo atletico e tecnico in mezzo al campo. La dirigenza dei Rockets allora decide di voler strafare: offerta da 88 milioni di dollari per 4 anni, Howard nemmeno ci pensa e firma. E’ arrivato il terzo violino della squadra, e la stagione dipende gran parte dalla sua condizione fisica. La stagione va benissimo per Houston, record migliorato ulteriormente (54-28) ed accesso ai Playoffs come quarta miglior squadra della Western Conference.  La stagione di Parsons è ancora una volta super: in 74 partite gioca 37.6 minuti di media e segna 16.6 punti, cattura 5.5 rimbalzi e smazza 4.0 assist ad allacciata, risultando il terzo miglior terminale offensivo dopo Harden ed Howard, che nel pitturato fa la voce grossa come ai bei tempi. Da sottolineare una data nella stagione di Parsons: 25 gennaio 2014. Si gioca in casa contro i Memphis Grizzlies una partita di regular season, solita buona cornice di pubblico, solita intensità (il giusto) in campo. Il buon Parsons all’intervallo andava negli spogliatoi con 4 punti all’attivo ed un pessimo 1/5 dal campo, con 3 errori dall’arco dei 3 punti. Usciti dagli spogliatoi, Parsons inizia il suo show personale a cavallo tra 3° e 4° periodo, e viene fuori ‘sta roba qui: https://www.youtube.com/watch?v=wwZdoevq3E4 24 minuti, 10/11 da 3 punti: career high per punti aggiornato, ma soprattutto record NBA frantumato per maggior numero di triple segnate in un tempo e record di franchigia come maggior numero di triple segnate in una partita. Grazie e arrivederci. Tornando ai Rockets: arrivati ai Playoffs come quarta testa di serie, dall’altra parte ci sono i Portland Trail Blazers di Lillard ed Aldridge, si prospetta una serie scoppiettante. E così sarà. Il fattore campo rispettato soltanto 3 volte nelle 6 partite disputate in questo turno: le prime due se le aggiudicano i Trail Blazers, violando il Toyota Center grazie ad un super Aldridge; gara 3 è vinta dai Rockets in quel del Rose Garden con Harden (37) sugli scudi. A Houston in gara 4 non bastano i 79 punti del trio Harden-Howard-Parsons, la vittoria è di Portland che ora ha a disposizione ben 3 match point per passare la serie. Ma i Rockets non ci stanno, con un atto di orgoglio (e coi canestri di Howard e Parsons) riescono a portare a casa gara 5… ma la gioia sarà breve, perché Portland chiuderà la pratica grazie ad un buzzer-beater clamoroso di Lillard in gara 6: Houston fuori ancora una volta al primo turno. Non basta un Parsons da 19.3 punti, 6.8 rimbalzi e 2.3 assist, assieme ai grandi contributi di Harden ed Howard, per portare Houston più in là del primo round di post-season, e allora si va in vacanza anticipata ancora una volta. L’estate 2014 però sarà la prima volta in cui Parsons, da giocatore NBA, potrà capire qual è il suo valore, dato che sarà un Restricted Free Agent. Ci sono molte squadre su di lui fin da subito: le prime offerte, molto basse, sono pareggiate dai Rockets senza indugiare, ma poi arriva l’offerta dei Dallas Mavericks: 46 milioni di dollari e rotti per 3 anni con un contratto a crescere. Una cifra esorbitante per una 38esima scelta al draft di soli 3 anni fa, ma il ragazzo dalla Florida ha dimostrato più volte di saperci fare, e anche molto. Houston però non pareggia l’offerta, scadono i 7 giorni disponibili e Parsons è ufficialmente un nuovo giocatore dei Dallas Mavericks. https://twitter.com/ChandlerParsons/status/488453963700637696

In estate è stato chiamato da coach K per il raduno di Team USA pre-Mondiali in Spagna, ma è stato uno dei tagli del coach di Duke. Il ragazzo ha comunque ringraziato tutti dichiarandosi “Onorato di aver fatto parte di questa manifestazione”.

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Conosciamo tutti il valore di questo ragazzo, che grazie alla sua famiglia è riuscito a scalare montagne altissime ed a raggiungere obiettivi mai immaginati da adolescente. Ora gioca in NBA da titolare, guadagna molto (per alcuni troppo) e condivide la sua vita con questa ragazza qui a fianco : che può volere di più? Donne e soldi a parte, Chandler Parsons compie oggi 26 anni. E’ arrivato in NBA forse un po’ in ritardo, ma per via di una scelta più che saggia e fatta con la testa ed il cuore più che con il portafoglio, e questa sua scelta è stata ripagata notevolmente. Con una famiglia che ai tempi di high school e college lo ha seguito in ogni trasferta si ritiene molto fortunato, visto che “I miei genitori hanno contribuito alla grande alla mia formazione prima di tutto come uomo, ma poi anche come giocatore”. E quel 25, che ci ricorda che oltre a lui è il giorno in cui il suo caro nonno Don è nato. Non stiamo parlando di un ragazzo che vive per le luci della ribalta o per i soldi: è semplicemente un white guy che fa il suo lavoro, e lo fa molto bene. In bocca al lupo Chandler Parsons, e buon compleanno!
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