Vite da NBA: Dwight Howard

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  “Signora Sheryl, dobbiamo purtroppo dirle che ha perso i suoi due gemelli, ma lei è una donna forte, saprà reagire”. Per la quinta volta, Sheryl e suo marito, Dwight, si ritrovano nella stessa situazione. Per la quinta volta Sheryl ha perso uno o, come in questo caso, più figli. Dwight Sr. è un uomo di chiesa, e da qualche anno, dopo essere stato per tanto tempo un muratore, era diventato un poliziotto. La soluzione più logica sarebbe stata lasciare perdere, mollare. Ma gli Howard hanno la pazienza, e forse anche il coraggio, di riprovarci. E questa sembra essere finalmente la volta buona Dopo circa un anno nasce Dwight Jr., “the Destiny Child”, giusto per far capire un attimo le aspettative che Sheryl e Dwight avessero sul loro figlio. Sheryl giocava a basket al liceo, e Dwight sr. era ed è tutt’ora un direttore atletico; le basi, almeno genetiche, al nuovo arrivato degli Howard non mancano. Poi certo, nulla è scontato, sarebbe benissimo potuto nascere un figlio senza la propensione per la pallacanestro di Sheryl e senza l’atletismo di Dwight Sr…Ecco, in Dwight Jr. si fondono entrambe le cose. Amplificate, e scolpite su un corpo da 2.11 con solo l’8% di massa grassa. Vi sfido a trovare un corpo più adatto per un lungo in NBA. Tuttavia per gli Howard il basket era l’ultima cosa a cui pensare per quanto riguardava il futuro del figlio. Le scuole e gli ambienti in cui far crescere Dwight vengono selezionati minuziosamente ( neanche a dirlo, tutte scuole cristiane ). Non proprio la classica storia del giocatore NBA con una storia difficile alle spalle: Dwight è un figlio modello, studia, si dedica alla casa, alla famiglia, inizia fin da subito a intraprendere anche qualche lavoro secondario come il commesso, e via discorrendo. Ah, sul parquet starebbe anche manifestando dei sostanziali miglioramenti, ma almeno per i primi anni di liceo le attenzioni di Dwight sono concentrate anche in altri aspetti come il coro della scuola, il comitato studentesco. Certo, ad essere forte è forte, ed infatti viene spesso selezionato dalla rappresentativa locale, gli Atlanta Celtics: il frontcourt della squadra è cosi composto: ala piccola Josh Smith, giocatore che tutti conosciamo che sta avendo un’ottima carriera NBA; ala grande Dwight Howard; centro Randolph Morris, che è passato per Knicks e Hawks senza lasciare il segno A sentire gli esperti e gli allenatori dell’epoca, chi era il sicuro futuro NBA di quella squadra? Si, proprio lui, il buon Randolph Morris. Ma se ci fosse qualcuno in grado di prevedere alla perfezione il tipo di giocatori professionisti che possono diventare dei 16enni, sarebbe tutto meno divertente. Forse vi avrà fatto un pò strano leggere ” Ala grande-Dwight Howard “. E per quanto possa sembrare strano, Dwight ha giocato per molto tempo anche da esterno. Gli piaceva creare gioco, passare la palla, giocare alla Magic. Certo poi, quando con il passare degli anni ha visto la sua altezza crescere spaventosamente, lui e i suoi allenatori hanno convenuto che sarebbe stato meglio farlo giocare all’interno del pitturato. E più cresceva, più dominava. Dwight frequentava un liceo poco conosciuto, la S.W. Christian Academy, e questo magari ha influenzato un pò la sua poca notorietà nei primi anni di liceo a livello cestistico, fino a quando il suo talento non è iniziato a venir fuori in maniera prorompente. E c’era anche da dirlo a Dwight Sr., che doveva iniziare ad abituare il figlio a QUEL futuro. Perchè guidare la S.W. Christian Academy alla vittoria del titolo statale con 25 punti, 18 rimbalzi, 8 stoppate e 4 assist di media implica che si è destinati a fare del gioco della palla al cesto il PROPRIO futuro. E c’era anche da scegliere il college. Tutti i college più importanti, soprattutto North Carolina, si erano fatti avanti per Dwight. Tuttavia, il nostro ” big man ” sembrava avere idee diverse. Secondo molti scout, se si fosse dichiarato eleggibile per quel Draft, sarebbe sicuramente finito nelle prime 5 chiamate. E allora come un altro suo grande idolo, Garnett, Dwight sceglie di saltare il college e di approdare subito tra i pro, come aveve fatto appena un anno prima tale James LeBron. La lottery premia i Magic, a cui serviva un centro. La scelta era quindi ristretta a due nomi: Dwight Howard e Emeka Okafor. Okafor era indubbiamente più pronto e all’epoca era definito come uno con una sicura buona carriera NBA, ma difficilmente sarebbe diventato un giocatore in grado di guidare una franchigia NBA fino in fondo. Ecco, Dwight sarebbe potuto essere un flop come sarebbe potuto essere il centro più dominante dell’epoca che si apprestava a cominciare e che noi ora stiamo vivendo. I Magic scelgono Howard. Perchè? Per lo stesso motivo per cui i Cavaliers hanno scelto Wiggins invece di Jabari Parker, per lo stesso motivo per cui gli stessi Cavaliers hanno scelto LeBron James invece di Carmelo Anthony, per lo stesso motivo per cui gli Hornets hanno scelto Anthony Davis e non Thomas Robinson. Ma anche lo stesso motivo per cui i Wizards hanno scelto Kwane Brown e non Pau Gasol. Gli scout ormai scelgono per potenziale futuro e non per abilità nel momento della scelta, e ti può andare benissimo come ti può andare malissimo, senza mezzi termini. Ai Magic è andata di lusso.   Questi erano rimasti orfani della loro stella Tracy McGrady in estate, e in cambio avevano ricevuto quel poco di buono di Steve Francis. Il quintetto era quindi completamente rinnovato rispetto alla stagione precedente, formato da Cuttino Mobley, Steve Francis, Grant Hill, Tony Battie e Dwight. Non era sicuramente una squadra da Play-Off, ed infatti vincono solo 30 partite rimanendo esclusi dalla Post-Season; Dwight era naturalmente molto acerbo, ma con una buona stagione da rookie da 12.1 punti, 10.0 rimbalzi e 1.7 stoppate di media viene inserito nel primo quintetto matricole. A 18 anni, senza aver fatto il college, ad un tipo di giocatore come Dwight mancavano sicuramente molti aspetti del gioco: tiro inesistente, zero movimenti, mancanza di fondamentali. E forse possiamo dire che oggi, a distanza di 10 anni, ha ancora in parte gli stessi difetti. Tuttavia la fresca prima scelta di Orlando faceva intravedere degli spunti interessanti, soprattutto nella metà campo difensiva e negli ultimi 2-3 metri di quella offensiva: esplosività, tempismo, velocità, forza, visione di gioco discreta per un lungo, e anche una buona intelligenza nel leggere le situazioni. Un’ottima base su cui costruire un giocatore, e che sicuramente faceva ben sperare la dirigenza di Orlando, considerando gli IMMENSI margini di miglioramento che Dwight aveva al tempo. Orlando inizia la stagione 2006 senza grosse aspettative, al contrario Dwight cominciava ad avere qualche pressione in più, visto che tutti si aspettavano da lui un miglioramento. In effetti il miglioramento arriverà, con il numero 12 che chiuderà la stagione con numeri leggermente migliori ( 15.8 punti e 12.5 rimbalzi di media in quasi 37 minuti di utilizzo ), con il fisico che piano piano iniziava a ingrossarsi, portandolo a diventare una vera e propria presenza statuaria nel pitturato e aumentando ancora di più ( per quanto possibile ) la sua forza fisica e la sua esplosività. Orlando non era nulla di che al tempo, ed inf
atti i Magic mancano per la seconda volta consecutiva la Post-Season: tuttavia, nei suoi primi anni ai Magic, Dwight trova in Grant Hill un vero e proprio punto di riferimento che lo aiutò molto nel difficile impatto con la lega professionistica. Hill lo si spronò rilasciando dichiarazioni come ” Dwight è un ventenne che sta per compiere 14 anni “, ma qualche anno più tardi lo elogiò anche pubblicamente: ” Un giorno potrò dire ai miei nipoti di aver giocato con Dwight Howard “. Dwight è ed è sempre stato un guascone, un giocherellone, come si evince dalla prima dichiarazione di Hill. Non si è mai preso troppo sul serio, è sempre andato avanti con il suo modo di fare scherzoso. E questo è un difetto? No, sicuramente no. Ovvero, può esserlo, dipende dai punti di vista. Ecco, magari agli occhi di un Kobe Bryant si, come era stato anche con Shaq qualche anno prima. Ma Dwight è questo, e sarà sempre questo, prendere o lasciare. Il terzo anno è spesso un importante banco di prova, per tutti i giocatori NBA. I primi due anni sono spesso di ambientamento, se si arriva direttamente dal liceo o se si fa il classico ” one and done ” al college. E Dwight non delude le aspettative, il terzo anno lo incorona finalmente come uno dei migliori centri in NBA, grazie anche alla sua definitiva esplosione fisica. Dwight stava piano piano diventando quello che tutti si aspettavano, un armadio con una velocità e un’esplosività fuori dal comune, poi certo, per diventare un grande non basta questo. Ma i motivi per sperare nell’affermazione al top di Dwight c’erano. Nel 2007 viene selezionato anche per l’All-Star Game per la prima volta, grazie ad una stagione da 17+12, e in più Orlando approda FINALMENTE alla Post-Season. Il risultato è uno 0-4 al primo turno contro i Pistons, prevedibile. Ma quei Magic e Dwight erano solo all’inizio del loro percorso. Nell’Off-Season immediatamente successiva arrivano a Orlando Rashard Lewis e coach Stan Van Gundy, con Orlando che diventa cosi candidata al titolo dell’est. Dwight inizia a dominare definitivamente. Orlando vince 52 partite, e lui mette su una doppia doppia da 20.7 punti e 14.2 rimbalzi di media, attestandosi di fatto come il miglior 5 della lega. Viene naturalmente convocato per l’All-Star Game ( da titolare ) e viene inserito nel primo quintetto NBA, ed i Magic grazie a SVG trovano finalmente un gioco capace di portarli avanti anche nella Post-Season. Grazie ad un 4-1 agile sui Raptors al primo turno i Magic riescono ad approdare al secondo turno, dove però si devono arrendere nuovamente ai Pistons. In estate, Dwight partecipa alla spedizione americana a Pechino 2008, dove il ” Redeem Team ” conquista l’oro. Howard chiuderà la manifestazione con una media di 10.9 punti e 5.8 rimbalzi in 16 minuti totali; la medaglia d’oro del 2008 sarà forse il più importante riconoscimento nella carriera di Dwight. E ad Orlando c’è già qualcuno che azzarda i paragoni con Shaq e quei Magic. Perchè Howard era o sarebbe potuto diventare Shaq? No. Ma era comunque, a 23 anni, il miglior centro della lega. E quei Magic sembravano avere la stoffa per provare ad arrivare fino in fondo. Quindi perchè non sognare? Poi certo, nessuno si aspettava che, come Shaq, Howard li avrebbe lasciati qualche anno dopo per le luci della ribalta losangeline. Ma questa è un’altra storia. La stagione 2008-2009 dei Magic è quasi identica a quella precedente, terzo record ad est e 59 vittorie. Dwight invece fa un ulteriore salto di qualità per quanto riguarda la fase difensiva e con una media di 13.8 rimbalzi ( primo nella lega ) e 2.9 stoppate ( primo nella lega ) vince il suo primo premio di difensore dell’anno. Il cammino ai Play-Off è invece trionfante. Battuti i 76ers, i Magic si trovano di fronte i Celtics campioni in carica, orfani però di KG ed estenuati dalla precedente serie contro i Bulls. Howard non sbaglia una partita, e a sorpresa i Magic riescono a vincere la serie 4-3. In ECF si trovano davanti i Cavaliers, dell’MVP LeBron James. Questi avevano battuto con un secco 4-0 gli Hawks nel secondo turno ed avevano il fattore campo, ed in più avevano naturalmente quel 23 con la fascetta che trentelleggiava agevolmente e che già aveva assaggiato il sapore delle Finals due anni prima. Lo scontro tra Howard e James è evidente fin da Gara-1, dove un Howard da 30+13 riesce a condurre i suoi alla vittoria ( nonostante i 49 di James ). Con il fattore campo ribaltato, i Magic sembrano aver portato a casa anche la seconda gara. Poi, tutti penso conosciate il buzzer beater di LeBron in quella sfida a 1 secondo dalla fine, che porta la serie sull’1-1. Orlando riesce a vincere entrambe le gare casalinghe, ma una tripla doppia da 37+14+12 del prescelto in Gara5 riporta la serie in Florida. Spesso ho sentito in questi tempi ” eh, ma Howard quando conta non è mai incisivo “. In quella gara6, forse la più importante della sua carriera, chiude con una prestazione da 40 punti e 14 rimbalzi. Orlando è in Finale NBA. [youtube http://www.youtube.com/watch?v=KMBIntMN6l8] In quelle Finals incontreranno i Lakers di Kobe, nettamente favoriti. Ma si sa, nel basket non si vince sulla carta. Ed infatti, la serie sembra essere più equilibrata del previsto, nonostante il dominio Lakers in Gara1. I Magic hanno la possibilità di portare a casa Gara-2, ma i due lay-up sbagliati da Lee condannano la franchigia della Florida. Dopo aver vinto gara-3, Howard sbaglierà due importantissimi liberi in Gara-4 che condannano Orlando alla sconfitta. I Lakers vinceranno le finali 4-1. Se Lee avesse segnato il lay-up? Se fosse stata chiamata interferenza a Gasol? Se Dwight avesse segnato i liberi? Eh, troppe ipotesi. Ma forse il risultato è troppo severo con i Magic che magari, con un pò di fortuna in più, avrebbero portato la serie fino alla sesta o alla settima. Howard continua a guidare la lega per punti e rimbalzi nella stagione successiva, vincendo un nuovo premio di difensore dell’anno e venendo selezionato nuovamente nel primo quintetto NBA. E’ il centro più dominante di quest’epoca, e sembrano esserci pochi dubbi, ma la corsa di Orlando ai Play-Off questa volta si ferma alle Eastern Conference Finals contro i Celtics. Tuttavia, i Magic partono tra le favorite ad est anche all’inizio della stagione 2011, e Howard sembra essere al top della forma. Ma un calo di forma dei vari Lewis, Turkoglu ecc. porta Orlando ad effettuare varie trade e a dividere definitivamente il gruppo che aveva portato i Magic in finale. Howard chiude la stagione con 23 punti e 14 rimbalzi di media, arrivando secondo alla corsa all’MVP dietro a D-Rose e vincendo il terzo consecutivo premio di miglior difensore dell’anno. Ma il cammino dei Magic ai Play-Off è disastroso, con una sconfitta al primo turno contro gli Hawks per 4-2.   Qualcos
a si è rotto, nel meccanismo perfetto dei Magic che dominavano l’Eastern Conference, e che ormai sembrano non essere più una contender. Howard è nel miglior momento della carriera, e comincia a pensare di cambiare aria. Inizia una vera e propria caccia all’oro da parte di tutte le squadre NBA, che inseguono per tutta la stagione 2012 trade per convincere Howard a vestire la propria casacca. I Magic naturalmente ne risentono, Van Gundy viene esonerato ( dirà successivamente che proprio Howard ha chiesto alla dirigenza il suo licenziamento, tuttavia i due rimarrano stranamente in ottimi rapporti ) e Howard subisce un brutto infortunio alla schiena che lo terrà fuori per tutta la seconda metà di stagione. Alla fine della stagione, tutti più o meno sanno che Howard cambierà casacca. Sono tante le squadre accostate al nome di Dwight, Nets, Mavericks, Warriors, Rockets…Lakers. Ma fino ad Agosto, a parte, qualche rumor, nulla di rilevante, e l’idea che Dwight avrebbe giocato l’ultima stagione prima della scadenza del contratto ai Magic era sempre più comune. Ma proprio quando i rumors iniziavano a cessare ecco l’annuncio ufficiale: Howard è un nuovo giocatore dei Los Angeles Lakers. Dwight era arrivato ad un punto di svolta: i Lakers erano i favoriti ad Ovest, grazie all’arrivo anche di Steve Nash in estate. Lui era l’uomo franchigia incaricato dai Lakers come post-Kobe: ah, essere il volto dei Lakers, bellissimo a dirsi. Solo che li a Los Angeles, hai tutto addosso. I media, pronti ad esaltarti dopo ogni successo e a distruggerti dopo ogni insuccesso. E ne aveva fatto le spese Pau, nell’occhio del ciclone delle critiche di tutta LA in quel periodo. Le pressioni sono tantissime, basta pensare come era trattato Shaq prima del Three-Peat. Shaq aspettò, e alla fine un ragazzino con il numero 8 e un signore anziano che predilige tale filosofia tattica del triangolo arrivarono in suo aiuto. Quel ragazzino Dwight lo aveva già in squadra, solo che era cresciuto e aveva ben altre pretese. Mentre nel 2000 solo aspirare ad essere un secondo violino per lui sarebbe stato magnifico, ora pensare che qualcuno possa contrastarlo in quanto a PRIMO nella SUA franchigia è per lui fuori dal mondo. E se questo ha il carattere di Dwight, la rottura è quasi inevitabile. Come lo fu con Shaq nel 2005, d’altronde. Dwight era comunque il miglior centro NBA all’epoca, e certo Kobe non era triste di averlo in squadra. Quel quintetto, formato da Steve Nash, Kobe Bryant, Metta World Peace, Pau Gasol, Dwight Howard faceva dei Lakers i primi candidati ad essere gli anti-Heat. Qualcosa ( o forse tutto ) andò storto. Dwight si trovò alle prese con logoranti infortuni a schiena e spalle e con una delle più deludenti stagioni della sua carriera. Ed ecco che le critiche a Los Angeles cominciarono a prenderlo di mira, e il suo carattere da ragazzino venne subito indicato come suo primo difetto. Dwight era sempre stato questo, tuttavia quando ai Magic dominava che bisogno c’era di criticarlo? A Los Angeles invece, si cercava anche la minima cosa per muovere una critica. Anche giustamente, aggiungerei. Howard, e quei Lakers, avevano fallito. Un 7 posto ad ovest concluso con un netto 4-0 da parte gli Spurs fu la conclusione di quei Lakers, dei decantati ” Nuovi Big Three ” Kobe, Howard e Nash. Poi però, a fine stagione, tutti si ricordarono che Dwight era anche in scadenza. E le critiche per un tratto cessarono, forse per paura, per la paura che se Dwight avesse lasciato si sarebbero ritrovati con un Kobe alla fine ed il nulla. Come per l’altro ” superman”, Shaq, LA era stata la consacrazione, per Dwight LA è stata la kryptonite. Dwight non reggeva tutta quella pressione. Io sono ancora convinto che avrebbe dovuto provare a rimanere a LA, forse mi sbaglio. Ha provato le luci della ribaltà, e ha mancato l’appuntamento che l’avrebbe definitivamente consegnato all’Olimpo del basket e alla cerchia dei più forti di sempre. E forse è stato meglio ricominciare da capo, un pò più nell’ombra. La scelta ricade su Houston, dove si unisce a James Harden. Un arrivo quasi in sordina, che non suscita lo stesso interesse dell’approdo ai Lakers dell’anno precedente. La carriera di Dwight è all’anno 0, come anche il percorso di quei Rockets. La stagione di Howard a Houston. è migliore rispetto alla precedente, tuttavia i nuovi Rockets non riescono ad andare oltre il primo turno, dove si devono arrendere ad un beffardo Buzzer-Beater di Lillard. Ma i Rockets sono comunque contender a pieno titolo nella stagione che ora stiamo vivendo. E nonostante un suo infortunio che lo sta tenendo fuori per un bel pò di tempo, Houston sembra essere molto più pericolosa della scorsa stagione. Giudicare una carriera in corso non è mai facile. Specie se si tratta di una carriera cosi complessa e piena di stravolgimenti come quella di Dwight Howard. Possiamo sicuramente dire che sarà un Hall of Famer. Che ha un palmares più che decoroso con anche un titolo dell’Eastern Conference. Che per anni è stato l’unico Centro degno di essere chiamato in questo modo, che è stato il più forte giocatore interno della sua generazione. Forse però, quando era veramente al top e sembrava poter far tutto, gli è mancato quella cosa in più. Quella cosa che distingue gli Hall Of Famer dalle leggende. Ma la parentesi di Los Angeles è stata breve, e non mi sembra giusto far ricadere un giudizio di una carriera come quella di Howard, piena di riconoscimenti e soddisfazioni, solo su un anno. Anche perchè Dwight ha ancora tanti anni di carriera davanti, e sembra avere anche il team giusto per puntare in alto. Forse è solo dietro a LeBron James e Kobe Bryant in quanto ” haters “, questo termine che tanto ci piace usare. Ma avere degli ” haters ” è una cosa cosi negativa? No, basta guardare i nomi sopracitati. Se non sei qualcuno, nessuno ti odia. Certo, vuol dire che in qualche modo si è scomodi, o comunque non si risulta simpatici, e Howard forse con il suo modo di fare da bambinone riesce a stare antipatico. Ok, umanamente Howard è sicuramente uno dei personaggi più apprezzabili e sensibili dell’intero panorama cestistico, ma questi aspetti sono spesso sconosciuti o comunque non interessano ai più. Forse non è più il centro più forte della lega ( sottolineo il FORSE ) . Forse non è più il miglior difensore della lega. Ma i mezzi sono sempre quelli, e Dwight, a 29 anni, ha tutto per far ricredere tutti i suoi detrattori. E per tornare quell’Howard, che tutti abbiamo ammirato a Orlando, che tutti abbiamo visto dominare. 8/12/1985: Happy b-day DH12!

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