Vite da NBA: Gerald Green

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Prologo: Il salto è un esempio naturale e quotidiano di moto parabolico: c’è il movimento verso l’alto, il raggiungimento dell’altezza massima e la ricaduta verso la terra, la quale ci trattiene con la forza di gravità. La vita del giocatore di cui stiamo parlando è assimilabile a tanti salti in successione, di durata e lunghezza variabile: ci sono stati picchi durante i quali ha toccato quasi il cielo (e non solo metaforicamente, forte dei suoi 1,20m circa di elevazione), ma dalla durata effimera, e numerose cadute, dopo le quali ha dovuto raschiare con forza la terra ove era precipitato, per addirittura non rischiare di finire ancora più in basso. E, chiamatelo scherzo del destino, fatalità o coincidenza, il personaggio in questione è noto soprattutto per la sua capacità di elevazione, per la sua incredibile abilità nel salto e nella schiacciata, che lo hanno reso un giocatore iconico in questione: il suo nome è Gerald Green, per noi italiani Geraldo. http://i.imgur.com 2014, Phoenix, USA “Sapevamo sapesse tirare. Per certi versi è un giocatore unico: ci sono molti difensori che saltando riescono a contrastare ottimamente i tiri. Ma lui salta sopra tutti; tira ad un’altezza dove altri giocatori non possono arrivare.” A parlare è Jeff Hornacek, vincitore del Three Point Shootout del 1998 e del 2000, ora allenatore dei Phoenix Suns; il giocatore cui si riferisce è Gerald Green, che sta vivendo la sua migliore stagione della sua carriera, e si sta candidando prepotentemente al titolo di Most Improved Player 2014, poi vinto dal suo compagno di squadra Dragic. Che Gerald Green sapesse saltare, è storia vecchia. Come detto in precedenza, è una delle sue caratteristiche peculiari, anzi, sicuramente la sua caratteristica più nota. Un paio di aneddoti: una volta, in high school, ad un dunk contest, schiacciò saltando una fila di compagni. Gli altri partecipanti alla sfida la abbandonarono, per riverenza o per non essere imbarazzati nel confronto, e Gerald visse per acclamazione. Arrivato in NBA, non è stato da meno: la schiacciata in alley-oop con mulinello, con testa sopra al ferro contro gli Houston Rockets (squadra della sua città natale, ndr), è annoverata fra le migliori schiacciate in-game di sempre, e perfino gli avversari reagirono con le mani fra i capelli: Che sapesse tirare, ai più era noto. Quanto meno il suo jumper è sempre stato considerato dai più molto solido, nonostante una selezione di tiro non di certo “illuminata”. Che potesse essere il miglior tiratore della lega dall’angolo sinistro, tirando col 54,1%, e complessivamente col 40,7% da tre, lo sapeva forse il solo Jeff, che di tiro se ne intende e che evidentemente ha doti da profeta: “Ci serviva un giocatore atletico e che sapesse tirare da tre: l’identikit perfetto di Gerald.” Che potesse essere un tiratore e slasher fra i migliori della lega, dopo anni passati nel dimenticatoio, chissà, probabilmente lo sapeva solo Gerald stesso.   1997, Houston, USAStavo provando a vedere quanto in alto potessi saltare.” A undici anni, con la voglia di schiacciare come vedeva fare ai suoi campioni preferiti, indossando all’anulare l’anello del diploma della madre, Gerald decise di sfidare la gravità per la prima volta. Il canestro non era come quelli in TV, ma uno improvvisato, attaccato ad un portone, con chiodi sporgenti: proprio uno di questo strappò il suo dito fino alle ossa, rendendo l’amputazione della metà dell’anulare l’unica opzione possibile. Il padre tuttora ha gli incubi se ricorda quel momento: “Si poteva vedere solo l’osso; i medici dissero che tutti i legamenti e i tendini erano strappati: era impossibile riattaccarlo.”

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Soltanto a 16 anni Gerald riprovò a schiacciare, più che altro per metter fine alle enormi critiche che gli piovevano addosso mentre frequentava il primo anno alla Dobie High School. La gente si chiedeva come mai non riuscisse a schiacciare nonostante un ottimo fisico, a differenza di altri suoi coetanei, come Brent Jackson, che aveva simili caratteristiche e che già aveva iniziato ad emozionare il palazzetto con numerose in-game dunks. L’impedimento fisico e psicologico, quel dito amputato, non fermava le critiche, anzi, le alimentava, come sempre: “Ho dovuto affrontare numerosi scontri fisici per questo problema; non è una cosa su cui scherzarci.” Seguendo una filosofia semplice: non iniziare a insultare, e d’altro canto non tirarsi indietro se colpito. Durante la pausa scolastica l’obiettivo di Gerald fu uno solo: riuscire a schiacciare. In autunno, iniziato l’anno di sophomore, quando calcò il parquet per la prima volta, provò subito a schiacciare con una bimane: fiasco totale, ma con una peculiarità. Geraldo non riuscì a completare la schiacciata non perché non fosse arrivato con le mani al ferro, ma perché era saltato troppo in alto, anche contro le sue stesse aspettative: nel momento in cui era a livello 0 delle ordinate y, per non dire quasi sotto terra, travolto dagli eventi, dalle critiche dei tifosi e degli assistenti, saltò, non solo metaforicamente, ma letteralmente, scrollandosi di dosso tutto, pronto a raggiungere un (purtroppo non duraturo) picco. “Saltai per schiacciare ma sbagliai perché non sapevo che avrei saltato così tanto.” Non sapeva che avrebbe saltato così tanto, perché cinque anni prima la “prova di salto” andò male. Non sapeva che questo successo sarebbe stato effimero; non sapeva che avrebbe dovuto aspettare ancora un anno per avere la propria possibilità, come non sapeva nemmeno che il tutto sarebbe accaduto in un’altra scuola. A 17 anni infatti venne trasferito alla Gulf Shores Academy, scuola per ragazzi “travagliati”, dove fu riclassificato come junior; i motivi di questo trasferimento, nonostante le congetture dei giornalisti su un rendimento scolastico troppo basso, o comportamenti non adeguati, furono meramente di natura cestistica: Gerald infatti nel suo anno da freshman non ebbe mai l’opportunità di calcare il parquet. Ken “Juice” Williams, l’allenatore della squadra di basket alla Gulf Shores, dichiarò: “Il mio primo obiettivo era quello di tenere lontani i ragazzi dalle strade. Dicevo: ‘Se vi faccio giocare titolari, voi la smettete di drograrvi e cacciarvi in risse?’. Quando arrivò, Gerald mi sembrava un dio, un angelo sceso dal cielo: non faceva nulla di sbagliato.” E in campo sfruttò appieno la fiducia del coach, viaggiando ad una media, nel suo ultimo anno, di 33 punti, 12 rimbalzi, 7 assist e 3 stoppate a partita. Venne nominato All-American, e si impose come miglior marcatore dell’ All-Americans Game con 24 punti, di cui 6 triple. Ovviamente, quell’anno vinse pure il Dunk Contest: in fondo, era già in volo. “HIIII” è l’onomatopea usata nella fumettistica per indicare lo scricchiolio. Se aveste la DeLorean di Doc Brown e Marty McFly, in grado di tornare nel 2005, avreste sentito proprio questo suono guardando i sogni e le speranze di Gerald pian piano crollare col trascorrere del tempo. Nonostante le soddisfazioni che arrivavano dal campo, la Gulf Shores non era proprio la scuola ideale per Gerald: troppo grande, troppo dispersiva, quasi un college più che una high school. Forse è questo uno dei motivi per cui, dopo l’anno da senior e un’iniziale volontà di andare alla Oklahoma State University, decise di fare il grande salto dalla high school alla NBA, dichiarandosi eleggibile a soli 19 anni; questa pratica, il prep-to-pro, fu proibita dall’anno successivo, e tuttora per poter accedere al draft bisogna aver spento almeno 19 candeline e aver finito la high school da almeno un anno: fra le motivazioni di questo nuovo regolamento vi è proprio la constatazione dell’importanza di una maggiore crescita prima dell’ingresso fra i professionisti. E i numeri danno ragione: a fronte infatti di Lebron, Howard e Kevin Garnett, in grado di affermarsi fra i migliori della lega senza problemi, innumerevoli sono i ragazzi che, troppo giovani e non ancora pronti, fisicamente ma soprattutto mentalmente, sono stati travolti da questo salto, come Robert Swift, Korleone Young, e la leggenda newyorkese Lenny Cooke, finito addirittura undrafted e dimenticato da tutti, quando all’high school dava filo da torcere allo stesso Chosen One. Tuttavia, le aspettative su Gerald erano molto alte nonostante la sua giovane età; Kobe Bryant lo definì “Un talento pazzesco”, mentre il guru delle high school Sonny Vaccaro azzardò un paragone con Tracy McGrady, ripreso e confermato da molti scout: “Tracy ha un’abilità innata e credo che Gerald abbia la stessa abilità innata: secondo me è stato benedetto con un regalo.” Gerald era così sicuro di sé che seguì il consiglio del proprio agente, assunto lo stesso anno, concedendo i workouts solo alle squadre con le prime sei scelte.
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Il 28 giugno però, giorno del draft, le sei squadre gli preferirono altri giovani talenti, come Bogut, CP3, Deron Williams e Raymond Felton; la squadra dove pensava di andare, Portland, che aveva la terza scelta, scambiò poche ore prima del draft quella pick per due scelte al primo giro e una al secondo con Utah. Ora toccava ai Toronto Raptors: tutti i fan canadesi sognavano Gerald, già considerato una steal of the draft per i suoi ampissimi margini di crescita, ma l’annuncio di Stern spense i loro (e dello stesso Gerald) sogni, e questo video, che illustra la reazione di due gasatissimi Raptors, elettrizzati dalla possibilità di ritrovarsi Gerald nel loro team, e schockati dalla scelta della dirigenza, ne è un’incredibile testimonianza. “Gerald Green, please, Gerald Green, don’t fuck up.” “With the seventh pick of the 2005 NBA Draft, the Toronto Raptors select… Charlie Vilanueva.” Nonostante un anno da rookie assolutamente rispettabile, con una media di 13 punti e 6.4 rimbalzi, e prestazioni da 48 punti (vs Bucks) o 25pts+18rmb (vs NO), Charlie non acquistò mai il favore dei fans, e fu scambiato nel 2006 dalla dirigenza Raptors, nel tentativo di riparare il danno fatto l’estate precedente. Ma ritorniamo a Gerald, che nel frattempo scivola sempre più in basso: passano prima di lui Frye, Bynum, ma anche Fran Vasquez, fino ad arrivare a Danny Granger, diciassettesima scelta assoluta per gli Indiana Pacers. “With the eighteenth pick of the 2005 NBA Draft, the Boston Celtics select… Gerald Green.” Dopo gli abbracci con i genitori, e la ricevuta del cappellino dei Celts, Gerald sale sul palco con testa chinata e mano in tasta, quando Stern gli chiede di stringere la mano: appena vede il dito mozzato si scusa, affermando di non sapere nulla di quella storia, tenuta dallo stesso Gerald in segreto, proprio ad evitare gli atteggiamenti di insofferenza subiti in high school.
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Nonostante una Summer League discreta, non riuscì a trovare molto spazio in squadra, complice la presenza nello spot di ala piccola del capitano Paul Pierce e, nella seconda metà della stagione, anche dell’ex All-Star Wally Szczerbiak, e infatti fu mandato più volte in D-League; nella lega maggiore giocò appena 11.7minuti di media in 32 partite. La situazione non era delle migliori: i Celts, nonostante la career-season di Paul Pierce in punti (26.8 ad allacciata di scarpe), non riuscirono a qualificarsi per i Play-Off, e Doc fu ampiamente criticato, in particolar modo dall’opinionista dell’ESPN Bill Simmons per i risultati di squadra scadenti. Proprio per queste critiche Doc fu riluttante ad aumentare il minutaggio dei più giovani, in particolar modo dell’acerbo Gerald, che comunque alla seconda stagione vide raddoppiare il proprio minutaggio medio (22 minuti in 81 partite), rispondendo con una crescita parallela: il doppio dei punti (da 5.2 a 10.4), rimbalzi (da 1.3 a 2.6) e assist (da 0.6 a 1), affermandosi oltretutto come specialista da tre, totalizzando 258 tentativi dall’arco durante l’intera stagione. Grazie alle doti atletiche paurose, venne selezionato per il Dunk Contest, che si svolse il 17 febbraio, in una delle edizioni più divertenti degli ultimi anni: inutile dire che vinse proprio lui, battendo in finale il campione in carica Nate Robinson; l’entry dunk con la collaborazione di PP34, la schiacciata alla Dee Brown sopra lo stesso KryptoNate, la schiacciata finale che gli garantisce la vittoria sono sicuramente fra le migliori degli ultimi anni: Il 16 Marzo stabilì il proprio career high in punti, 25, aumentandolo il 10 aprile di altri 8 punti: tutto sembrava andare per il meglio. Nell’estate 2007 però Gerald fu ceduto, nell’ambito della maxi-trade che accasò l’MVP Kevin Garnett a Boston, e finì a Minnesota, dove trovò troppa concorrenza nel suo ruolo: da qui la decisione di ritornare a casa, alla Houston che l’aveva cresciuto, in cambio di Kirk Snyder e una seconda scelta al draft del 2010. Ai Rockets però gioca solo quattro minuti e viene tagliato l’8 marzo. Nel gennaio, con la maglia dei T’Wolves, partecipò da campione in carica lo Slam Dunk Contest, perdendolo in finale contro un Howard in forma smagliante: In estate firma con i Dallas Mavericks; l’agente, Colin Bryant, affermò “C’erano più squadre interessate, che offrivano anche più soldi, ma per Gerald questa è la situazione migliore”. Disputò trentotto anonime partite che non gli bastarono per rinnovare il contratto, annuale.
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E’ il dicembre 2009, e al telefono di Gerald non arrivano offerte; per tutti gli esperti della lega è il classico esempio ammonitore da non seguire, e l’affermazione di Phil Jackson trovò tutti d’accordo “Se guardi Gerald, tu pensi ‘Wow, ha talento’: sa saltare, sa tirare, sa schiacciare. Il problema è che non sa cosa fare in campo, non riesce ad adattarsi in un sistema.” E’ in uno dei punti più bassi della sua vita; addirittura pensa al ritiro dal basket, e sonda in alternativa un ritorno al college. Ma è in questo momento che prende una delle decisioni allo stesso tempo più folli e determinate della sua vita: destinazione Russia, al PBC Lokomotiv-Kuban. “E’ dura giocare in Russia: è freddo, sei da solo, non conosci la lingua. Molti avrebbero lasciato perdere, ma non Gerald.”, ha dichiarato a riguardo il suo (ennesimo) agente, Kenton Edelin, sottolineando la grande forza di volontà che accompagnò Gerald in quel tempo. “Ci allenavamo in palestre fredde, e molte squadre che affrontavamo erano di semplici villaggi. –ricorda Gerald– La stessa città dove giocavo era piccola, e non vi era una sola persona nera. Non mi ero mai trovato prima in un posto con sole persone bianche, e lo shock aumenta se sei proprio tu la persona nera: la gente viene da te, ti tocca, controlla se sei pittato; nelle grandi città, Mosca, S.Pietroburgo, non ci sarebbero stati problemi, ma nei piccoli villaggi non avevano mai visto una persona nera.” “La gente pensò che avevo perso interesse nella pallacanestro, ma fu proprio il contrario: fu proprio giocando in Russia, una rottura di palle, che riscoprì l’amore verso il basket e verso l’NBA.”, la lega che l’aveva troppo presto accolto e troppo presto abbandonato. “Mi promisi che ce l’avrei fatta, e che avrei sfruttato al meglio le possibilità che mi sarebbero arrivate.” Nell’estate passò al BC Krasnye Krylia Samara, un altro team russo, dove ritrovò un’altra meteora dell’NBA, Qyntel Woods, salvo poi andare in Cina nell’ottobre 2011, dai Foshan Dralions. “Fui cacciato dopo quattro partite. Fu una scelta senza senso: il campionato dura meno di quaranta partite; certo, fu una brutta partenza, ma avremmo potuto vincerne 32 delle rimanenti partite, e in ogni caso io viaggiavo a 27 punti di media.
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Decide di accasarsi allora ai Los Angeles D-Fenders, la squadra della D-League affiliata ai Lakers: il coach, Eric Musselman, fu molto sorpreso dall’atteggiamento di Gerald “Non si preoccupava di essere chiamato e ritornare in NBA: il suo obiettivo era quello di diventare un giocatore migliore.” E la buona attitudine di certo non gli mancava “Era una spugna: voleva sempre di più da se stesso, non si accontentava mai. E, non appena sbagliava, si scusava con i compagni. Cercai fin da subito di fargli capire che non doveva lottare per un contratto da 10 giorni. Doveva lottare per giocare stabilmente nell’NBA e non da comparsa.” Poco prima dell’All-Star Weekend, il telefono di Edelin squillò: “Sono Billy King, il GM dei New Jersey Nets. Vorremmo proporre al suo assistito Andre Emmett un contratto da 10 giorni con noi.” “Ehm, guardi che io non sono l’agente di questo Emmett, ma di Gerald Green.” “Ah, ci scusi. Coraggio, comunque, la potremmo richiamare.” E così fu: le ali piccole Damion James e Keith Bogans si infortunarono, e King propose un contratto di 10 giorni a Gerald, salvo superare il provino, consistente in un 1vs1 contro Alan Anderson, altro pretendente al posto. Il giorno prima aveva giocato il D-League All Star game, vincendone l’MVP, e durante il provino ebbe molte difficoltà, trovando raramente la retina. Furono però l’attitudine difensiva e la testardaggine a convincere il coach Avery Johnson ad offrigli il contratto, a cui ne seguì un altro della stessa durata, e un altro ancora, fino al termine della stagione. Green segnò 20 o più punti in sette gare, con il picco vs i Cavs (32 punti). “Non sapete che gioia è indossare queste –riferendosi alle calze con la silhouette di Jerry West– Non pensavo che ce l’avrei fatta; sapevo che non avrei mai smesso di provarci, ma pensavo di aver sprecato le mie possibilità.” Il contratto scade a giugno, ma ormai non è più il talento sprecato che non desta interesse nella lega. Il 12 luglio 2012 firma un contratto con i Pacers, dove fa da backup per Paul George; partecipa al suo terzo Dunk Contest dove, pur non vincendo, mette giù questa roba qui: Il 27 luglio 2013 viene scambiato, con Miles Plumlee e una prima scelta per Luis Scola ai Phoenix Suns: ecco che si riavvolge il nastro, Gerald vive la sua migliore stagione in carriera e finalmente pare essersi scrollato di dosso tutte le preoccupazioni e critiche maturate negli anni. Per un soffio i suoi Suns non riescono a partecipare ai Play-Off, ma il suo apporto, dalla panchina come anche dallo starting-five è innegabile. Le cifre parlano da sole: 20 minuti, quasi 16 punti e 2.5 triple a partita.
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La stagione in corso è leggermente al di sotto, complice la presenza di Isaiah Thomas come sesto uomo; tuttavia Gerald non si è abbattuto “A volte è frustante, lo ammetto; vorrei giocare di più ma sono conscio del fatto che ognuno qui fa dei sacrifici, e non è mia intenzione andare contro le decisioni del coach.” Il suo impatto però non è assolutamente trascurabile: con lui in campo, l’Offensive Rating sale di tre punti, e non è un caso che è quindicesimo nella lega (considerando chi ha giocato almeno 10 partite) e terzo fra i panchinari per punti per36 minuti, 22.9, e triple per36 minuti, 3.7. “Non voglio tirare solo triple. Non voglio essere ricordato solo come uno schiacciatore. Non sono quel tipo di giocatore. Ora che ho meno pressioni offensive pondero meglio le mie scelte, e evito sempre di forzare.” “Tutti vogliono essere le superstar delle loro squadre. Io ho capito già tempo fa che non lo sarei stato. Il mio obiettivo allora divenne essere un giocatore produttivo, il cui nome resterà nelle menti dei tifosi come quello di un combattente, che non si è mai dato per vinto, un vincente.” Noi, Gerald, ti ricorderemo proprio così, come un lottatore che non ha mai gettato la spugna. Auguri!

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