Vite da NBA: Jamal Mashburn

0

ww.espn.go.com
“I made my first real business decision at age 10,” he said. “I had wanted to be a baseball player, until this Dominican kid threw a really, really fast fastball at me. At that time, I decided not to be a baseball player.”
Prima del “mostro” (nel senso letterale del termine) che è stato da giocatore, è giusto anticipare che questo ragazzo qua, oltre a sparare 51 punti in faccia a Michael Jordan, piuttosto che passare la vita tra campi di golf o panchine di college, fa l’imprenditore. Con un più che discreto successo e capitale in cassaforte. Non male per uno che da ragazzino si affacciava su Rucker Park dai casermoni che circondano il tempio dei playground, molto più Harlem che Upper East Side.
La terza vita di Jamal Mashburn, dopo quella di teenager di Harlem e giocatore di basket lo vede concessionario di automobili (di lusso, vende Porsche, Lexus e Jeep in tutto il Kentucky), cofondatore di una holding insieme a Winston Justice (se qualcuno tifa Broncos…, è lui), talento vero dentro e fuori dal parquet.
La carriera del Mashburn che interessa a noi appare sfolgorante già alla Cardinal Hayes High, nel Bronx (insomma, tutti posti tranquilli) e continua in Kentucky tra le file dei Wildcats dove in un anno ne diventa il questo realizzatore, si toglie lo sfizio di farsi un giro alle Final Four 1993 e vince il SEC Player of the Year. Tutto in un anno.
I Mavericks se lo lasciano scappare? Proprio no, alla 4 scelta del 1993, l’onore di stringere la mano a Stern è il suo.
Dallas è una squadraccia senza mezzi termini, oltre a Derek Harper e un’ottima guardia sophomore come Jim Jackson c’è lui e il deserto del Gobi.
I 3 coadiuvati dal deserto del Gobi vincono 13 partite, una partita ogni 6 e mezzo giocate e come premio di consolazione arriva la 2 scelta.
Questa seconda scelta qua oggi allena i Bucks e tutto sommato ha lasciato ricordi quantomeno buoni in giro per gli Stati Uniti, soprattutto ai cavalli che con lui e Dirk Nowitzki vinceranno un titolo contro l’armata rossonera degli Heat di LBJ.
Jason Kidd, signore e signori, entra in grande spolvero in NBA e vince il Rookie of the Year insieme a Grant Hill mentre guida l’attacco formato da lui stesso e le due bocche di fuoco Mashburn e Jackson.
La Triple J (Jason, Jamal, Jim) comincia a far tornare gente alla Reunion Arena (la American Airlines Center arriverà più avanti) e Jamal stampa 24.6 a partita, sesto in classifica.
Ah, ne fece 50 davanti a sua maestà Michael Jordan a Chicago…
Per la cronaca, Jim ne fece 37.
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=bRR3Jx8RvoI&w=854&h=510]
Da qui in poi gli infortuni cominciano a bussargli alla porta e la sua carriera subisce un non indifferente declino quando nell’ultimo anno e mezzo ai Mavericks gioca circa 40 partite su un centinaio e rotti.
Una trade porta i suoi talenti a South Beach dove ancora non c’è il Lebron che il suo amico Kidd avrà il piacere di rovinare la festa qualche anno dopo ma comunque vedere Alonzo Mourning e Tim Hardaway allenati da Pat Riley tutto sommato non fa male.
Miami non è mai andata così forte, 61 vittorie e Mashburn che porta la pagnotta a casa con quasi 14 punti ad allacciata di scarpa, non esattamente i 24 di appena 3 anni prima ma comunque bastano per permettere agli Heat di sbarcare in post-season.
Finale di Conference sofferta per Miami, che stramazzata da 12 partite con Orlando e New York, cade in 5 partite contro i Bulls pigliatutto.
Il copione si ripete tutto sommato fino all’inizio del nuovo millennio quando Monster Mash si concede 17 punti a partita e una condizione fisica non più martoriata dagli acciacchi ma i Knicks è da un po’ di tempo che non fanno sconti, per tre volte in 3 anni fuori al 2 turno per mano della squadra della sua città natale.
Altra trade, si va a New Orleans dove Mashburn riallaccia il filo rotto a Dallas e comincia a macinare ventelli conditi da 7 rimbalzi e mezzo e quasi 6 assist a partita.
Lui e Walter Louis Baron Davis giocano a livelli impensabili e Miami si becca un cappotto ai playoff totalmente inaspettato con Mash che fa 28,22,21 in 3 partite.
I Bucks sono più ostici però e non bastano tre gare in fila per sbarazzarsi dei cervi di Milwaukee i quali passano a gara 7. Altra eliminazione, non bastano neanche 250 punti in 10 partite.
Arrivato alla parte sbagliata dei 30, Jamal si inventa la stagione della vita: per prima cosa non salta nemmeno una partita e di per sé è già un piccolo successo, 21 punti e mezzo a partita, la prima convocazione all’All-Star Game, un cinquantello a Memphis e ancora un altro viaggio ai Playoff.
Questo sarà l’ultimo: New Orleans esce contro i Sixers di un folle alto 20 centimetri in meno di lui e il 3 sulle spalle.
Nessuno ancora sa che questa stagione sarà quella del suo definitivo commiato dal basket giocato: un infortunio cronico al ginocchio lo mette fuori gioco, nonostante abbia saltato un anno e subito anche una delicata operazione.
Mentre cercava di recuperare il suo ginocchio ormai martoriato, New Orleans lo scambia per Glenn Robinson e Mash finisce ai Sixers (con i quali non giocherà mai), la squadra che l’ha respinto per l’ultima volta dall’assalto all’anello diventando così l’ultimo in ordine cronologico (dopo Jerry West, Michael Jordan, il Mozart dei canestri, Reggie Lewis e Larry Bird) a segnare almeno 20 pti di media durante l’ultima stagione da giocatore. Tutto sommato non è niente male come premio di consolazione.
E così arriviamo ai giorni nostri dove il ragazzo di Harlem, nonostante la sua carriera non certo anonima, ha messo a frutto i consigli della mamma e sì è creato un’alternativa alla sua vita da cestista di livello assoluto nel caso non fosse andata proprio bene.
Il prossimo obiettivo? Una franchigia in NBA, parola di Jamal Mashburn.
Tanti auguri Monster Mash…

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here