Vite da NBA: Jason Williams, il cioccolato bianco più dolce di sempre

di Eugenio Agostinelli

Che ne pensi di White Chocolate?” disse un assistente alle relazioni con i media dei Sacramento Kings ad un piccolo, pallido ragazzino dal volto da adolescente che vestiva la casacca viola. Il ragazzo, rookie, rise ingenuamente. Era ancora privo di un soprannome ‘da NBA’. Era di carnagione bianca, il suo gioco era stato definito ‘sweet’… c’era un soprannome migliore di White Chocolate? Inizia così la storia in NBA di Jason Chandler Williams, che 39 anni fa nacque nella piccolissima cittadina di Belle (1.421 anime), in West Virginia. Jason, piccolo dal cuoio capelluto biondissimo, passò la sua infanzia con suo padre, che lo portò con sé nella Dupont High School, dove il papà lavorava, ed entrambi vivevano nel campus del liceo. Papà Williams aveva le chiavi della palestra liceale, così lasciava entrare il figliolo quando voleva per fare due tiri a canestro. Jason passava le nottate intere nella palestra, ci sapeva proprio fare con quella palla a spicchi… E’ proprio qui che nacque il Jason Williams cestista. Impratichitosi un po’, iniziò ad esagerare: prese i pesi per le caviglie e se li mise nei polsi, e giù di esercizi di ball-handling, allenando la velocità e abilità di mani e braccia. Durante il periodo all’high school si accorsero in molti del suo talento, e nel 1995 il college di Providence mise per primo le mani su di lui, forte dell’interessamento da parte del loro coach Rick Barnes; allenatore che però lasciò la panchina di Providence per andare a Clemson, quindi Jason non vi approdò mai. Provò ad unirsi all’accademia militare di Fork Union, ma fin da subito non si trovò a suo agio e decise di andarsene. Si accontentò di un college mid-leveled come Marshall, dove però allenava un grande coach emergente come Billy Donovan: poteva essere la volta buona, in un buon college e con un buon allenatore il biondino avrebbe potuto dimostrare le sue enormi qualità. Cosa che avvenne già dall’anno da freshman: nella stagione ’95-’96 Jason infatti fece registrare ottime cifre, come testimoniano i 13.4 punti di media ed i 6.4 assist a partita. L’accoppiata Williams-Donovan fece gola a parecchi college, ma i più lesti furono i Florida Gators che se li accaparrarono in fretta e furia. La legge NCAA vuole però che, quando si effettua il passaggio di un giocatore da un college ad un altro, il giocatore in questione sia inattivo per la stagione in arrivo, e così fu anche per Williams; il giovane non stava più nella pelle e prometteva grandi cose per l’annata seguente. Le promesse furono mantenute: nella stagione ’97-’98Super Cracker’ (com’era soprannominato alla high school) scrisse 17.1 alla voce punti e 6.7 alla voce assist, tirando con il 48% da 2 ed un ottimo 40% da 3, raccogliendo anche 3.0 rimbalzi a partita. Da segnalare un record frantumato da J-Will: smazzò 17 assist in una sola gara, contro la squadra di Duquesne. Pochi?

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La stagione seguente fu un fiasco, ma non per motivi tecnici: Jason venne infatti sospeso da coach Donovan dopo qualche partita per reiterato uso di marijuana. Dopo questo spiacevole quanto ripetuto episodio, decise di dire basta alla carriera collegiale e di allenarsi un po’ in vista del Draft NBA edizione 1998. Il suo mentore fu Nick Anderson, suo futuro compagno ai Kings, che lo educò (solo cestisticamente, psicologicamente è tutt’ora una battaglia persa) ad hoc e lo preparò per il grande salto. Questi allenamenti estivi fecero guadagnare parecchie posizioni al biondino. I Sacramento Kings si accorsero dei suoi progressi individuali, vollero dunque rischiare la chiamata mettendo in secondo piano i suoi problemi con la giustizia, mettendo davanti a questi il talento del giovane da Belle: infatti, prima della sospensione, Williams era il migliore della Southeastern Conference in palle rubate, assist e percentuale ai tiri liberi. Viene quindi scelto dalla franchigia di Sacramento con la chiamata numero 7, appena dietro il compianto Robert Traylor, il Trattore. Come non essere scettici di uno che ha giocato appena 2 anni di college soprattutto per problemi con la disciplina? Se il talento però è quello lì, aspettiamo un po’ prima di parlare di scelta sbagliata… Il rischio corso dai Kings paga notevolmente: ormai ribattezzato White Chocolate, Williams da rookie segnò 12.8 punti di media con 6.0 assist e 3.1 rimbalzi, a cui aggiunse anche 1.9 rubate. C’era tuttavia un problema, che non era di tipo disciplinare ma prettamente tecnico: Williams tendeva a tirare con percentuali bassine, come testimoniano il 37.4% dal campo ed il 31% da 3 punti, salvo rialzarsi nei tiri liberi col 75%. Nei Kings di Chris Webber (stella indiscussa della squadra) ed il veterano Vlade Divac, Williams agì come terzo miglior realizzatore proprio dietro questi due santoni qui; Sacramento fece una stagione di alti e bassi, terminando la RS dopo il lockout con un record di 27-23 e venendo eliminata al primo turno dei playoffs dagli Utah Jazz per 3-2. Al termine della stagione, tirando le somme, Williams risultò essere uno dei rookies migliori della stagione, dietro soltanto a tale Vince Carter dei Toronto Raptors e Mike Bibby dei Vancouver Grizzlies. Insomma, i critici e gli scettici avevano altro di cui parlare, no? Un ‘piccolo’ dettaglio: nel suo anno da rookie, la canotta numero 55 di Williams fu una delle più vendute di tutta l’NBA, e l’affluenza di pubblico rispetto alla stagione precedente dei Kings aumentò del 13%, trascinando la sua squadra ai playoffs per la terza volta dal 1985, anno in cui si trasferirono da Kansas City a Sacramento. And last but not least, venne inserito nell’NBA All-Rookie First Team della stagione. Oh, chiamatelo pure come volete, anche ‘marijuana addicted’… ma come fai a farne a meno di uno così? P.S.: Venne selezionato per giocare il Rookie Challenge e, come la maggior parte saprà già, venne fuori ‘sta roba qui. A fine gara disse “L’ho fatto almeno così tutti voi non mi chiederete di rifarlo”. Che vuoi dirgli?
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Al suo anno da sophomore, nella stagione ’99-’00, Williams divenne la spalla ideale di C-Webb in una stagione da 24+10 rimbalzi di media; White Chocolate si affermò come seconda opzione offensiva in coabitazione con Divac con 12.3 punti a partita a cui aggiunse ben 7.3 assist e 1.4 rubate a gara, tirando però con le stesse percentuali dal campo dello scorso anno, eccezion fatta per il tiro da 3 dove peggiorò (dal 31% al 28%). Sacramento fece lo stesso percorso dell’anno prima: playoffs e fuori al primo turno, stavolta sempre per 3-2 contro i Los Angeles Lakers. A fine luglio arrivò il primo sgarro (EH, L’AVEVAMO DETTO NOI CHE ERA PERICOLOSO! diranno in molti): Williams venne sospeso per uso dell’amica Maria, dichiarata illegale anche in NBA proprio dalla stagione 1999/2000: la prima volta che un giocatore viene beccato, deve sottostare ad un ‘mandatory consueling program’, ossia una sorta di rieducazione (quelle del “Non farlo più sennò ti sculaccio!”, per capirci), ed in aggiunta dovrà saltare le prime 5 gare della stagione seguente. Stagione che Williams non giocò particolarmente bene, complice anche un minutaggio che si abbassa per via della definitiva esplosione di Peja Stojakovic e del decisivo apporto di Doug Christie; i numeri dicono 9.4 punti, 5.4 assist e 2.4 rimbalzi, ma dalla parte sua ci fu un miglioramento nelle percentuali che potè far ben sperare per lui e per la franchigia di Sacramento. Stavolta i Kings, approdati per la terza stagione consecutiva ai playoffs, riuscirono a superare il primo turno per 3-1 ai danni dei Phoenix Suns, ma dovettero cedere ancora una volta ai Los Angeles Lakers di Kobe e Shaq con un netto 4-0. I tifosi di Sacramento e non solo erano innamorati dello stile di Williams: frenetico, veloce ed imprevedibile, con i suoi passaggi stravaganti e le sue triple da distanza siderale riusciva a far saltare sulle sedie persino i tifosi avversari. La dirigenza dei Kings però non era dello stesso parere, ritenendo Williams un playmaker non così puro come necessitavano loro, ed i suoi problemi comportamentali erano un macigno non da poco che si portava sulle spalle. Così, nell’estate 2001, la franchigia tagliò i ponti e spedì Williams, sempre in coppia col fedele Nick Anderson, verso Memphis, dove i Grizzlies si erano trasferiti recentemente da Vancouver. Le pedine di scambio dei nuovi Grizzlies furono Mike Bibby (si, lo stesso Mike Bibby con cui era in competizione nell’anno da rookie) e Brent Price. Nel primo anno a Memphis trovò una seconda giovinezza: l’ormai 26enne dal West Virginia, che in cabina di regia aveva le spalle coperte dall’espertissimo Brevin Knight, segnò 14.8 punti a gara (massimo in carriera), conditi da 8.0 assist e 3.0 rimbalzi giocando nello starting five dei Grizzlies tutte le 65 gare disputate in stagione. Assieme a lui c’era un giovane spagnolo di nome Pau Gasol al suo primo anno nella lega, ed un altro componente importante del quintetto era Shane Battier. La stagione, però, andò uno schifo: record di 23-59, uno dei peggiori della lega, coach Lowe non proprio amatissimo in città e tifosi che non andavano all’allora Pyramid Arena nemmeno gratis.
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E allora ci si riprova l’anno successivo, no? Stagione 02’-’03, a Memphis arrivarono rookies di livello come Drew Gooden e Gordan Giricek, in più aggiunsero al roster una guardia tiratrice del calibro di Mike Miller e con la crescita di Gasol e Williams, aiutati da Battier, si sarebbe potuta prospettare una stagione di gran lunga migliore di quella della passata stagione, ma il condizionale era giustamente d’obbligo. C.v.d.: Memphis fu disastrosa, il record migliorò di una sola vittoria e la panchina di coach Lowe saltò dopo appena 8 partite, quando la dirigenza di Memphis decise di richiamare dal letargo un coach del calibro di Hubie Brown, che però ancora non riuscì a fare miracoli e concluse la stagione come il suo predecessore, se non peggio visto un roster sicuramente più ricco di talento di quello dell’annata precedente. Williams, tra il disgusto generale, fu l’unico assieme allo spagnolo Gasol in grado di far stropicciare gli occhi ai tifosi di fede Grizzlies, scrivendo 12.1 punti e 8.3 assist a partita, tirando con il 35% da 3 e l’84% ai liberi, ma soprattutto facendo vedere lampi di grande classe, genio ed in particolare tanta sregolatezza. Ma era tutto chiaro: ci voleva soltanto del tempo prima che questi Grizzlies iniziassero veramente a carburare, prima che tutto quel talento venisse fuori e contribuisse a portare la squadra in alto. La stagione 2003/2004 di Memphis fu quella della svolta, grazie anche al contributo di Stromile Swift e del neo arrivo Bonzi Wells, direttamente da quei Portland Jail Blazers che fecero tanto scalpore in quegli anni. Williams, come avvenne a Sacramento, nel suo terzo anno in squadra faticò anche per via di qualche minuto in meno e portò in dote ‘solo’ 10.9 punti e 6.8 assist a partita, sempre con una buonissima percentuale ai liberi (83%). Coach Brown riesce a far ruotare bene i suoi uomini, ma ai playoffs vengono spazzati via dai futuri campioni della Western Conference, i San Antonio Spurs, per 4-0.
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L’annata successiva è ancora in fase calante, ma la svolta nella carriera di J-Will arriva nell’estate 2005: nella più grande trade della storia, lui e James Posey arrivano ai Miami Heat in cambio di Eddie Jones, ed altri 10 giocatori si muovono tra ben 5 squadre. Williams fu voluto fortemente da Shaquille O’Neal, suo vicino di casa in Florida, che lo riteneva l’unico in grado di far girare una squadra con lui ed il sophomore Dwyane Wade, uno che poi sarebbe diventato di lì a poco la migliore guardia dell’NBA dell’epoca al fianco di Kobe Bryant. O probabilmente lo era già. ‘Giasone’ in cabina di regia era inamovibile, aveva la media minutaggio più alta dopo quella di Wade ed era il terzo miglior realizzatore della squadra con 12.3 punti di media, a cui aggiunse 4.9 assist e 2.4 rimbalzi, il tutto tirando col 37% da 3 e l’86% ai liberi… Dite che Shaq c’abbia visto giusto? Vedremo… Miami, grazie alla saggia guida di Pat Riley (che dopo un record iniziale di 11-10 di Stan Van Gundy si è auto-assunto come head coach della squadra), concluse la stagione con un record super di 52-30 e si prese il primo posto nella Eastern Conference, candidandosi come una delle favorite per il Larry O’Brien Trophy. Ai playoffs, Miami passò 4-2 contro i Bulls con qualche difficoltà di troppo, poi si sbarazzò dei New Jersey Nets per 4-1 ed arrivò in finale di Conference contro quei Pistons che soltanto 2 anni prima si laurearono campioni NBA. Niente da fare, questi Heat con un metronomo dal nome Jason Williams (ma guarda un po’, i Kings lo scambiarono proprio perché era tutto tranne che questo!) riuscirono ad approdare alle Finals vincendo la serie per 4-2. Dall’altra parte, nella parte ad ovest degli Stati Uniti, c’erano i Dallas Mavericks ad aspettarli: Dirk Nowitzki, Jason Terry e Josh Howard erano solo alcuni dei nomi di questi Mavs, che sicuramente daranno del filo da torcere agli Heat. Ma il duo Shaq-Flash era davvero troppa roba, i Miami Heat in 6 partite eliminarono pure Dallas e vinsero il campionato NBA. Williams nei playoffs si è rivelato ancora una volta una pedina fondamentale, seppure le cifre non lo dimostrino appieno: partendo in tutte le partite in quintetto, White Chocolate ha fatto registrare 9.3 punti e 3.9 assist ad allacciata, con alle spalle un cambio di indiscutibile valore tecnico e morale come ‘The GloveGary Payton a fargli da sparring partner. Un anello NBA per un giocatore che ha fatto entusiasmare ogni tifoso di ogni angolo di questo globo è il minimo che si possa concedere. Chi pensa il contrario, non credo ami a fondo questo gioco fatto anche di spettacolo e di highlights, non solo di schemi e difese a zona. Nelle stagioni seguenti ai Miami Heat, Williams perse lucidità col tempo e non riuscì più a contribuire come fece nell’anno del titolo, vedendo i suoi minutaggi diminuire di pari passo con le sue prestazioni sul campo, soprattutto per via di qualche problema fisico di troppo che comincia a dargli delle noie insopportabili. Così, nell’estate 2008, gli Heat decisero di non confermarlo e lui trovò un accordo annuale con i Los Angeles Clippers. Pronto a tornare, la cosa decisiva che fermò la sua avventura a LA fu una sua decisione: infatti il 26 settembre 2008 Jason Williams annunciò il ritiro dal basket giocato. Il mondo intero, specialmente tutti gli amanti di quei giocatori che ti fanno brillare gli occhi con le loro giocate stupefacenti (per Williams la parola vale in tutti i sensi), affrontò una giornata di lutto. Ma nell’agosto 2009 Jason decise di far gioire tutte queste persone, firmando un contratto annuale con gli Orlando Magic, dove restò un anno e mezzo prima di fare un graditissimo ritorno ai Memphis Grizzlies da febbraio ad aprile 2011, per poi annunciare il secondo ritiro, stavolta quello decisivo però, a 35 anni. D’estate, dato che non riesce a star fermo un attimo, si diverte ad umiliare giovani cestisti che vogliono mettersi in mostra ad torneo ad Orlando, uno dei tanti tornei amatoriali dove ogni tanto qualche superstar (o ex) NBA fa delle comparsate, come successo anche con Jamal Crawford questa estate a Seattle. In un’azione dove venne accusato di aver fatto passi, Jason Williams ha risposto così al diretto accusatore. Non sta mentendo ragazzi, non ha mai mentito in vita sua. Quando era un ragazzino, era solito frequentare il playground di Rand, una piccola città vicino Belle prevalentemente di uomini neri. Per assaporare fin da adolescente quell’aria di sfida, gli piaceva sfidare chiunque si presentasse al campetto di Rand e nel Charleston recreation center. “Dicevano tutti che giocavo come un ragazzo nero. Difendere su quei ragazzi più grossi di me a volte mi metteva in difficoltà, poi amavano fare trash talking con me, ed essendo l’unico ragazzo bianco in campo ciò facilitava loro questo aspetto. Ogni giorno mi difendeva uno diverso, i primi tempi ero in difficoltà, lo ammetto. La gente diceva molte cose su di me, poi c’erano altri 2 ragazzi bianchi con me che però fecero schifo, furono cacciati. Ero davvero l’unico”. E quando ne nasce un altro come te, Jason? Ha sempre affermato che “Family is my most treasured  possession” mettendola davanti al basket, infatti qualcuno lo accusò di essere un mercenario che scendeva in campo controvoglia, soltanto per vedere il suo conto in banca gonfiarsi un po’. Invece precisò:  “Io amo questo sport, ma prima ancora amo la mia famiglia. Nothing more”. Tutto qui, nient’altro. Ha sempre preferito tenere un basso profilo fuori dal campo, ma nel parquet le luci erano tutte per lui e per il suo genio. Sua moglie ed i suoi 3 figli ora sono il suo presente, il suo passato è quell’anello che porta al dito col logo dei Miami Heat… ed il suo futuro? Nessuno lo sa, nemmeno lui. Quando Jason Williams è nel paese delle meraviglie, questi giocano in maniera incantevole, disse Federico Buffa ai tempi di Orlando.
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E allora grazie Jason Chandler Williams, perché ci hai fatto vedere cose che probabilmente mai più saranno presenti su un parquet di pallacanestro, tantomeno pensabili da una mente sana. E noi possiamo dire “Io l’ho visto giocare”, “Io ho provato più di 100 volte il passaggio col gomito, ma ci riesce solo lui”. Il cioccolato bianco più dolce che sia mai stato inventato. 18/11/1975: Happy birthday White Chocolate

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