Vite da NBA–: Jimmer Fredette, il mormone che ha stregato l’’America

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E’ il 25 Febbraio del 1989, siamo a Glens Falls, Stato di New York. Il piccolo T.J. , 7 anni, esce di corsa da scuola e corre all’ospedale locale, gli hanno comunicato che il suo fratellino è appena nato: T.J. tributa al neonato con il dorso delle dita una tenera carezza sulle guance paffute, un gesto semplice e spontaneo che sancisce la nascita di un legame fraterno speciale tra lui e il piccolo James Taft Fredette. Ma per tutti sarà semplicemente “Jimmer”, un soprannome unico scelto dalla madre per dare un carattere distintivo, originale al pargolo appena nato.   Jimmer cresce, e muove i suoi primi passi con le scarpette da basket ai piedi, sotto l’ala protettiva di T.J. : il fratello maggiore è per lui una figura di riferimento, un mentore, un confidente e un motivatore, sul parquet ma prima ancora nella vita quotidiana. Ed era anche una guida tecnica di tutto rispetto, stando ai 25 punti di media a partita a cui viaggiava alle scuole medie. Ma una mattina, quasi all’improvviso, un attacco di panico paralizza T.J. dalla paura: non sarà purtroppo l’ultimo della sua vita, ma sarà l’inizio di un atroce e prematuro declino sportivo che culminerà nella diagnosi di “vestibular disorder”, un mix tormentato di vertigini, nausea, attacchi di panico e disfunzioni nervose.   La sfortuna di T.J. è però per certi versi la fortuna di Jimmer. Il fratello maggiore ricorda con grande lucidità: “Ho concentrato la mia attenzione su di lui sin da quando era piccolo, perché sapevo di non poter arrivare dove avrei voluto. Ho capito subito quanto fosse forte e competitivo[…] Uno dei due ce l’avrebbe fatta, e mi rendevo conto che il mio tempo stava passando. Jimmer era colui che ci sarebbe riuscito.” E così, a suon di allenamenti organizzati da T.J. sul ball-handling al buio senza poter vedere nient’altro che una fioca luce in fondo al muro della palestra e a forza di partitelle organizzate contro i ragazzi del penitenziario Mount McGregor Correctional Facility, Jimmer cresce e diventa inevitabilmente il miglior marcatore della storia di Glens Falls High School e il sesto miglior scorer di ogni tempo all’high-school nello Stato di New York. Eppure, ciò non basta a catturare l’attenzione degli scout degli atenei più prestigiosi della regione atlantica, concentrati principalmente sui licei che esercitano la loro area di influenza sulla Grande Mela. La scelta del college per il nostro ragazzo proveniente dall’upstate di New York a questo punto diventa una scelta di fede. La parola “fede” non è usata casualmente: la mamma, Kay, è profondamente cattolica, mentre Jimmer, T.J. e la sorella maggiore Lindsay (Miss Teen USA per lo Stato di New York nel 1998, ennesimo certificato di qualità del patrimonio genetico dei Fredette) sposano la religione mormona, quella di papà Al. Ad essere più precisi, quella che è comunemente chiamata mormona è la “Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni” (o Latter-day Saints Church, secondo la lingua anglosassone), nota ai più con l’aggettivo “mormone” per via del Book of Mormon (uno dei testi sacri di questa branca della cristianità). Seguendo la guida del missionario Kimball Rogers (il cui figlio Stephen sarà un compagno di squadra proprio del nostro Jimmer al college), con cui condivideva la passione per il basket, Al Fredette imboccò questa strada da giovane e trasmise la sua devozione ai figli. A questo punto è facile tirare le fila del discorso e arrivare alla scelta di Jimmer: dalla natìa Glens Falls e dalle sponde del Fiume Hudson si parte per un viaggio di quasi 3600km alla volta di Provo, ad un tiro di schioppo dal Lago Utah. Provo è la sede del campus di Brigham Young University, la maggiore università religiosa degli States nonché baluardo della Latter-day Saints Church (l’eponimo “Brigham Young” è dovuto ad uno dei padri del culto mormone, che fondò l’università a fine ‘800).   Ora, non crediate che il rapporto tra la religione e l’ateneo sia semplicemente un qualcosa di effimero ed intangibile, più una formalità che una questione di sostanza. Vi sbagliereste di grosso e, per maggiori delucidazioni in merito, “citofonare” a Brandon Davies (visto anche ai Sixers recentemente, oggi in Francia): l’ex-compagno di Jimmer Fredette nella sua carriera collegiale a Brigham Young (da ora in poi, “BYU”) ha rischiato seriamente l’espulsione dal campus per via di una violazione del severissimo honor code dell’ateneo che, oltre a proibire il consumo di tabacco, tè, caffè, alcol e ovviamente droghe, professa la castità e vieta il sesso pre-matrimoniale. Eppure, un contesto così rigido ed isolato dalle tv nazionali e dall’invadenza dei media è forse l’ambiente ideale per una persona umile e profondamente devota quale è Jimmer e, dopo la stagione da freshman (2007-2008) in sordina, passata soprattutto a prendere confidenza con la pallacanestro ad alto ritmo di Coach Dave Rose, il nativo di Glens Falls inizia a far girare parecchie teste di addetti ai lavori e non solo.   Già secondo miglior marcatore della squadra nell’anno da sophomore (16.2 punti a partita) e selezionato nel primo quintetto della conference di militanza di BYU (la Mountain West Conference), la stagione 2009/2010 vede la nascita di un fenomeno che nessuno, forse nemmeno lui stesso, si sarebbe mai potuto aspettare. Jimmer prende in mano le redini della squadra, ne diventa il top-scorer (22 punti di media, che diventeranno 28.9 nel suo ultimo anno, rendendolo il miglior marcatore dell’intera nazione), e trova anche l’amore con Whitney Wonnacott, meravigliosa cheerleader di BYU che sposerà nel 2012 ovviamente in un tempio della Latter-day Saints Church.   Ma persino il reverendo Brigham Young da lassù avrebbe forse chiuso un occhio nei suoi confronti, se mai Jimmer avesse seguito i suoi ormoni più che i dettami mormoni, perché James Fredette è diventato un personaggio, IL personaggio più rappresentativo del college basket dell’ultimo decennio.

Una delle scene tipiche della “Jimmermania” al Marriott Center di Provo, il campo di casa di BYU
Ultimamente, come lui c’è stato forse solo un predestinato come Stephen Curry, entrambi accomunati dall’aver preso per mano un ateneo dai risultati non proprio eccelsi e (verrebbe proprio da dirlo in questo caso) averlo innalzato nei cieli dell’èlite NCAA: a suon di trentelli (24 in 4 anni di college, record a BYU) e partite epocali ben sopra i 40 punti (6 in carriera, record anche questo), Jimmer riscrive la storia dell’ateneo polverizzando il record realizzativo di un certo Danny Ainge (ex-BYU e top-scorer fino ad allora) e stabilendo il primato per maggior numero di punti in singola partita (52, nella semifinale del torneo della Mountain West Conference del 2011 contro New Mexico), maggior numero di punti in stagione e in carriera (record detenuti sia per quanto riguarda la conference che ovviamente per Brigham Young). Ma le statistiche sono solo un corredo della “Jimmermania” che ha impazzato per tutta America tra il 2010 ed il 2011. Idolatrato per tutto il campus, Fredette è diventato una figura di culto per gli appassionati di tutto il mondo ed addirittura un neologismo, un vocabolo schietto ed efficace per indicare l’umiliazione e l’annichilimento dell’avversario di turno: “Jimmered” è l’appellativo dello sconfitto, sepolto sotto una pioggia di triple. Mamma Kay ci aveva visto giusto, “Jimmer” è diventato un soprannome unico, speciale, un nome evocativo come “Elvis”, “Magic”, “Jordan”. James Fredette è il simbolo del college basket contemporaneo e ha tracciato un sentiero poi ripercorso per certi versi da Doug McDermott (oggi tanta gavetta ai Bulls dopo 4 anni di onnipotenza a Creighton).   La grande forza del #32 di BYU sta nell’essere riuscito, attraverso capolavori dello sport come questo:

è riuscito a catalizzare l’attenzione della nazione su un campus tipicamente lontano dai riflettori e dai dibattiti sul college basket che conta, trascinando Brigham Young alla prima vittoria in una partita di Torneo NCAA dopo 17 anni di astinenza e spingendosi fino alla Sweet Sixteen del 2011 (e forse sarebbero andati anche oltre, se il testosterone di Brandon Davies non gli fosse costato una sospensione, ricordate?) Ed è stata una cavalcata trionfale alla ribalta delle cronache, conquistando l’ammirazione del mondo NBA (Kevin Durant twittava entusiasta durante gli exploit di Jimmer a BYU) e persino le parole di apprezzamento di Barack Obama, il tutto con un set di skills balistiche educate ed un range di tiro infinito: non una macchina da highlights di SportCenter con voli sopra il ferro, solo tanto lavoro e tanta dedizione, con quella stessa sfrontatezza sul campo che gli hanno insegnato i ragazzi del penitenziario dell’upstate con cui è cresciuto giocando da ragazzino.   E così, senza quei video dei workout pre-Draft NBA che tanto vanno di moda oggi esaltando l’apertura alare animalesca dei prospetti o le capacità esplosive di elevazione, Fredette si ritaglia un posto nel taccuino degli scout e sbarca “al piano di sopra”: tra atletoni e talenti vari dal pedigree eccellente, la decima scelta assoluta del Draft 2011 è un ragazzo bianco proveniente dalla terra dei Mormoni. Purtroppo, non esiste un’equazione del tipo “NCAA=NBA”, ed ecco che Jimmer si ritrova oggi nel limbo dell’anonimato dopo tre stagioni spese tra Sacramento, Chicago e New Orleans (sua franchigia attuale), con appena 7 partenze in quintetto in 219 partite disputate e ricordato più per camei di lusso come quello della scorsa notte (appena 6 secondi in campo nel successo dei suoi Pelicans sui Toronto Raptors). Davvero un peccato che un giocatore così incandescente dal perimetro e così solido mentalmente e sul piano comportamentale non abbia ancora trovato fortuna nella dimensione NBA, ma sicuramente potrà dire di essere stato un fratello leale. Per capire questa affermazione, facciamo un passo indietro al 27 Gennaio 2007: nell’anno chiave della sua carriera cestistica, in procinto di affrontare il salto verso la Division I NCAA, T.J. prepara un contratto scritto per il fratellino. Il documento, ancora oggi appeso sopra il letto di Jimmer, recita: “Io, James T.Fredette, dichiaro oggi, 27 Gennaio 2007, di fare il lavoro e i sacrifici necessari per essere in grado di raggiungere il mio obiettivo finale di giocare nella NBA.”  

Missione compiuta James, nell’attesa che qualche franchigia faccia di te un role player determinante in NBA, gli appassionati del college basket di tutto il mondo ti fanno gli auguri ed esprimono un desiderio: come T.J. ti ha insegnato l’arte della pallacanestro, tu “Teach Us How To Jimmer