Vite da NBA: Kawhi Leonard, da quella notte di Compton al titolo di MVP delle Finals

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thechronicleherald.ca

Un epilogo migliore era difficile da avere quanto era difficile solamente da immaginare. La crudeltà della vita lo ha portato a dover maturare anzitempo, a diventare un uomo quando ancora non aveva compiuto 17 anni, quando nel gennaio del 2008 suo padre Mark è stato assassinato in seguito a quello che si presume esser stato un tentativo di rapina nel suo autolavaggio, a Compton, zona meridionale di Los Angeles. Nessun testimone, nessun arresto, nessuna spiegazione. La polizia locale brancola nel buio e un adolescente Kawhi Leonard si ritrova anzitempo orbato di padre. Una figura che, tendenzialmente, nella vita di un uomo ha un’importanza fondamentale, come esempio e modello da seguire, come traguardo da raggiungere. Quasi 17 anni sono pochi quando descrivono il tempo che si è condiviso con il proprio genitore, ma sono bastati, affinché Mark Leonard riuscisse a lasciare al figlio Kawhi pochi ma semplici insegnamenti, che condurranno il ragazzo da Riverside alla vetta del mondo sportivo. Con sprezzante realismo, Leonard accetta la morte del padre e decide di farlo rivivere in sé non tanto con ricordi struggenti quanto con l’abnegazione nel lavoro che il padre gli ha insegnato quando assieme lavavano automobili a Compton.
La Canyon Springs High School è dove Kawhi comincia la sua esperienza personalissima con la pallacanestro. Probabilmente anche a causa del decesso del padre, Leonard si trasferisce alla Martin Luther King High School, proprio nella sua città natale. E’ qui che inizia la cavalcata.
All’ultimo anno di liceo, trascina la sua squadra ad un eloquente record di 30-3, viene nominato Califonia Mr. Basketball e attira su di sé gli occhi della San Diego State University. Al primo anno con gli Aztecs, Leonard comincia con ottime cifre (12,7 punti e 9,9 rimbalzi di media), arrivando a diventare matricola dell’anno della Mountain Western Conference, di cui sarà l’MVP l’anno successivo. Leonard ha portato San Diego State a un record di 25-9 tra cui un record di 11-5 nella MWC. Vincendo la sua conference, l’università si aggiudica di diritto l’invito al Torneo NCAA. La prima apparizione di San Diego State non è però il massimo: sconfitta contro Tennessee 62-59 al primo turno con la solita doppia doppia di Leonard con 12 punti e 10 rimbalzi. Complessivamente non male, visto e considerato che Kawhi veniva utilizzato da centro, pur avendo un fisico meno piazzato di quello odierno, ma potendo contare sulle meravigliosamente sproporzionate braccia e mani. Nella stagione successiva, le cifre attraversano un netto miglioramento: 15,7 punti e 10,4 rimbalzi di media a gara. Gli Aztecs di Kawhi chiudono con un record di 34-3 e San Diego State si ripresenta, dunque, al Torneo NCAA. Stavolta va meglio ma non benissimo: il loro cammino finisce alle Sweet 16, dove avrebbero perso contro la UConn di Kemba Walker e Jeremy Lamb.
Ma ormai Leonard si sente pronto per il salto di qualità. Quindi rinuncia alle ultime due stagioni a San Diego e si rende eleggibile per il Draft del 2011. Lo scelgono i Pacers alla quindici, ma puntuale arriva la chiamata di R.C. Buford (general manager degli Spurs), che ha un certo occhio. Per convincere Larry Bird a mollare il californiano, Buford decide di rispedire a casa George Hill, nativo appunto di Indianapolis, un’altra bella storia da raccontare per la casualità con cui è stato scoperto prima a livello giovanile e poi da Popovich. L’affare si conclude anche con l’inserimento di “dettagli” (agli Spurs anche Bertans e i diritti di Lorbek) e Leonard, al rientro dal lockout, è ufficialmente dei San Antonio Spurs.
All’esordio, Kawhi ha uno di quei rarissimi momenti di desolazione, quelli quando gli sovviene che papà Mark non è più affianco a lui, a seguirlo nelle tappe fondamentali della sua vita. “Mio padre doveva essere a vedermi sugli spalti, è stato tristissimo”, dirà un appena ventenne Leonard nel post partita. Ma la vita non ha ancora finito gli imprevisti da sottoporgli. Il problema è prettamente di collocazione in campo. Con gli Aztecs, Leonard giocava da centro, ma l’NBA è tutta un’altra cosa e un suo impiego da 5 è da escludere. Quindi, c’è da cambiare ruolo e lavorare sugli altri fondamentali. Così, ogni mattina alle 6:30, Kawhi Leonard si fa aprire la palestra ma non chiede nemmeno di farsi accendere le luci: si porta due lampade da casa e comincia ad allenarsi. Da solo. La dirigenza Spurs chiama perfino il coach di Leonard a San Diego, per capire se tutto questo fosse normale, o bisognava insospettirsi. E invece è solo quella famosa abnegazione che gli ha insegnato papà Mark. Il lavoro individuale svolto da Kawhi gli permetterà di diventare il giocatore completo che ci si ritrova adesso. E’ questa la gente di cui Popovich ha bisogno per riprovare l’assalto al titolo.
Col passare del tempo, Leonard cresce vertiginosamente. Oltre che in campo, anche il carattere comincia a forgiarsi. La sua personalità, schiva ma fortissima (in perfetto stile Spurs), comincia ad emergere sempre più. Una serie di infortuni hanno affidato a Kawhi le chiavi della squadra a ridosso del periodo dell’All-Star Weekend. E’ lì che Leonard ha dimostrato di avere “los huevos” grandi a sufficienza per meritare quel posto a San Antonio ed essere parte integrante di un progetto immortale.
Ecco la prima opportunità nella carriera di Kawhi di poter sbancare il lunario: le Finals del 2013. Gli Heat sono una buona squadra, se non fosse per LeBron che la rende da titolo. Ma non ha paura di fronteggiare il dominatore della Lega. Fossero questi i veri problemi nella vita di un uomo, magari avrà pensato. Fatto sta che anche l’essere mitologico quale è LeBron James ha trovato in Leonard il più ostico difensore fino ad allora incontrato. Il Larry O’Brien non è mai sembrato così vicino, e quasi Kawhi protende le lunghe braccia, per afferrare la vittoria di una vita. Il suo 1/2 dalla lunetta, però, lascia tre punti di distacco a pochi secondi dalla fine di una decisiva gara-6. Quando la palla carambola nelle mani di Bosh e viene ricevuta da Allen che senza guardare mette la tripla che vale l’overtime, probabilmente è Leonard prima di tutti a rendersi conto che il sogno è svanito.
E, allora, di nuovo gambe in spalla, come ha insegnato papà Mark. Gli Spurs di quest’anno probabilmente hanno toccato l’apoteosi della pallacanestro e Leonard ha saputo collocarsi perfettamente partita dopo partita all’interno del sistema di gioco voluto da Popovich. La cavalcata trionfale verso il record migliore della Lega ne è la testimonianza. Più che un sistema di gioco, è la perfetta combinazione fra l’umanità intima di un allenatore che ne sa più di tutti, ricambiata da professionisti prima che uomini di valore altissimo, forgiati e non montati dai successi: fatti non furono per il denaro e la vanagloria ma per seguire la vittoria, qualsiasi sia la posta in palio. Ed ecco che il destino dà un’altra chance a questi uomini straordinari per la catarsi dopo la sconfitta nelle precedenti Finals. La consapevolezza che questa potrebbe essere l’ultima per Duncan, sembra l’abbia galvanizzato, a lui come a tutta la squadra. Lo zenit viene raggiunto in uno splendido crescendo. Quello di Kawhi Leonard.
Non conta quale sia la metà campo, Kawhi se non è a sporcare (se non rendere impossibili) tiri a LeBron, è dall’altro lato a correre pronto a punire in transizione, o a sgomitare sotto canestro con Andersen, o fare qualunque cosa possa servire alla squadra. Dopo le prime due gare giocate quasi sotto tono, il bildungroman (dalla letteratura tedesca, “romanzo di formazione”, ndr) di Kawhi giunge finalmente al termine. Mette insieme tre gare di abbacinante padronanza dei propri mezzi e di controllo sugli avversari che lasciano stropicciare gli occhi agli spettatori e dipingono un mezzo sorriso, quasi abbozzato, sul volto di Buford e Popovich. Prima 29, poi 20 e 22 punti, per guadagnarsi la palma di MVP delle Finals 2014 e chiudere i conti col presente, memore sempre del passato nel cuore e nella mente, con lo sguardo verso il futuro. Che più roseo di così non potrebbe essere.

Buon compleanno, Kawhi.

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