Vite da NBA: Metta World Peace AKA Ron Artest

di Federico D'Alessio

Photo: dabarbershop.it
Un nome, una garanzia. Riguardo la carriera (e non solo) di Ron Artest, alias Metta World Peace since 2011, ce ne sono di cose da dire. Perché, in fin dei conti, sono ben poche le personalità che sono riuscite a spiccare anche fuori dal parqet come l’ex giocatore dei Knicks. Ma partiamo dall’inizio: Ronald William Artest jr. nasce nel Queens, a New York, il 13 novembre 1979. La situazione familiare non è delle migliori: il padre, ex pugile e marine, divorzia dalla madre quando Ron ha solo 6 anni e il ragazzo, che mostra una certa attitudine alle risse, viene ben presto seguito da un assistente sociale. All’età di otto anni, proprio questa figura spinge per la sua iscrizione in una squadra di basket, al fine di spingerlo a socializzare con i coetanei. E da lì fu un cammino tutto in ascesa, che portò Artest, nella sua stagione da Senior alla Salle Academy High School, ad essere eletto giocatore dell’anno dello stato di New York e ad essere convocato al McDonald’s All-American, proseguendo il suo cammino al college con la St. John’s University. Nel 1997, alla sua prima annata, chiude la stagione a quota 11.6 punti e 6.3 rimbalzi a partita, con la squadra che va a sfiorare le Final Four; l’anno successivo è ancor più positivo per il buon Ron, che dopo aver viaggiato con una media di 14.5 punti, 6.5 rimbalzi e 4.2 assist di media in stagione, si rende eleggibile per il draft. A sceglierlo con la sedicesima chiamata assoluta sono i Chicago Bulls, orfani di Jordan e di Pippen, in cui Artest trova spazio fin dagli albori. Giocherà 175 partite in due anni e mezzo, con tanto di inclusione nell’All-Rookie Second Team. Al giro di boa della stagione 2001-02, proprio quando Ron sembrava essere diventato parte fondamentale del nucleo dei Bulls (viaggiava a quota 15 punti e 5 rimbalzi a partita) viene ceduto agli Indiana Pacers. Nel suo primo periodo in quel di Indianapolis, Artest fatica un po’ a trovare la sua misura, ma dall’annata successiva le cose cambiano: Ron prende sempre più il comando della squadra, contribuendo al raggiungimento plurimo dei playoffs, nei quali però i Pacers non riusciranno a spingersi oltre il secondo turno. La carriera del ragazzo newyorkese è quasi monotona finora, no? Ma non c’è da disperare, quel 19 novembre, tra i tifosi più accaniti e non, saranno in pochi a non ricordarlo. Palace of Auburn Hill, casa dei Detroit Pistons. Indiana è sul punto di strappare un importante successo esterno, gran parte dei tifosi di casa hanno già lasciato gli spalti. Da una normale situazione di gioco, però, scoppia la rissa, ribattezzata come la Pacers-Pistons Brawl, forse in assoluto più celebre nella storia dell’NBA. Con il coinvolgimento dello stesso Artest, di Ben Wallace, di Jermaine O’Neal, di Stephen Jackson, di altri giocatori e, soprattutto, di alcuni spettatori. Ma solo il video, in fin dei conti, può rendere l’idea di cosa fu teatro il Palace quella sera. Ad Artest viene inflitta una squalifica di 86 partite, la più lunga nella storia della pallacanestro a stelle e strisce, che lo costringerà a perdere un’intera stagione e ha richiedere ai Pacers, nel 2005, appena tornato sul parquet, di essere scambiato, a causa di tensioni nello spogliatoio. In mezzo a mille lamentele e ritardi nell’ambito delle trattative, viene spedito a Sacramento in cambio di Peja Stojakovic. In California saranno tre stagioni molto proficue dal punto di vista personale (toccherà i 20 punti a partita), quanto povere di soddisfazioni per il gruppo, con una sola apparizione in postseason. Nell’estate del 2008, vengono confermate le voci di una trade che vede Artest diretto in sponda Houston assieme a Patrick Ewing Jr. e Sean Singletary in cambio Bobby Jackson e Donté Greene. Giunta l’ufficialità, non si fa  attendere una dichiarazione di Yao Ming, che si dichiara felice per l’approdo dell’ex Indiana e speranzoso che “non sia più coinvolto in risse o vada a picchiare un ragazzo in tribuna”. La replica è, come di consueto, senza peli sulla lingua: “Comprendo ciò che ha affermato Yao – dichiarò Artest – ma io sono ancora un ragazzo del ghetto. E questo non cambierà. Non avrò mai intenzione di cambiare la mia cultura, e sono sicuro che Yao non abbia mai giocato con un giocatore nero che tanto la rappresenta quanto me”. D’altro canto, Artest timbra una buona stagione, contribuendo, dopo 12 anni di digiuno in quel di Houston, al raggiungimento dei playoffs e all’eliminazione dei Blazers. Ad attenderli in semifinale di Conference ci sono i Lakers di Kobe, che avranno la meglio solo in gara-7. Da segnalare, in gara-2, una gomitata al collo rimediata da Ron proprio dal Black Mamba, punito “solo” con un flagrant foul di tipo 1. Artest, indignato in seguito alla chiamata di un fallo in attacco, ha cercato il contatto con Kobe per tutta il resto della gara, sino a rimediare un’espulsione fischiata da Joe Crawford. In gara-3, Artest si fa di nuovo espellere per un fallo durissimo su Pau Gasol, intento a schiacciare in contropiede, malgrado la decisione fu rivista nella giornata successiva e fu scalato a normale flagrant. Per assurdo, sono proprio i Lakers a firmare Ron nell’estate successiva, con un quinquennale da 33 milioni di dollari. Artest perde un po’ il ruolo di leader che aveva acquisito nelle passate stagioni (in maglia gialloviola non salirà mai sopra i 12 punti di media), ma si adatta alla realtà losangelina ed è parte fondamentale del gruppo quando, nel 2010, i ragazzi di coach Jackson centrano le NBA Finals, con tanto di game-winner in gara-5 delle Western Conference Finals. I Lakers superano poi in finale i Boston Celtics 4-3, con Ron Artest eletto MVP della sfida finale, decisa anche dai suoi 20 punti. E pensare che quest’ultimo, che aveva sempre sognato di scrivere una canzone, incise appena il giorno prima di gara-7 il singolo musicale “Champions”, quando ancora tutto era in discussione. Più ombre che luci poi nelle annate successive, che vedono i Lakers alle prese con la fine, o quasi, di un ciclo. Da citare però, oltre al cambio di nome in Metta World Peace nel 2011, la celeberrima gomitata a James Harden nell’aprile del 2012, costata al fu Ron Artest, che la definì del tutto “non intenzionale”, 7 gare di squalifica.
mykickgame.com
Nell’estate del 2013, dopo la prematura eliminazione subita per conto degli Spurs al primo turno dei playoffs, World Peace viene tagliato dai Lakers sfruttando l’amnesty clause, e firma con i Knicks. Dopo 29 partite con la maglia di New York, sceglie di uscire dal suo contratto biennale e diventa così free agent. In seguito a vari mesi di inattività, firma con i Sichuan Blue Whales, formazione della lega cinese di pallacanestro. E, aggiungiamo, sbriga anche le pratiche per cambiare nuovamente il proprio nome, questa volta in “The Pandas Friend”. Da non credere, vien da dire. Ma d’altronde, se si parla dello stesso Ron Artest che nel 1999 fece domanda per essere assunto in un negozio di elettronica Circuit City solo per usufruire dello sconto riservato ai dipendenti, c’è ben poco da rimanere sorpresi.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy