Vite da NBA: Oscar Robertson – “The Big O”

di Lorenzo Simonazzi

Se poteste scegliere un posto dove nascere nella storia, non credo sia nelle vostre opzioni il centro-sud degli Stati Uniti degli anni ’40. Regioni in cui per tutti coloro che non fossero di una certa colorazione della pelle, non c’era le benché minima di chance di potersi affermare. Di certo quindi non lo scegliereste se foste neri  come Oscar Robertson, nato il 24 novembre del 1938 a Charlotte, Tennessee.

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Oscar e famiglia però si trasferiscono a Indianapolis, in una specie di campo nomadi per soli neri ed è qui che inizia a muovere i primi passi verso la grandezza. A differenza degli altri bambini, sceglie il basket al posto del baseball perché era lo sport dei poveri; d’altra parte serve solo un pallone ed ferro a cui mirare no? Ed invece no perché i genitori non potevano permettersi di comprare un pallone al piccolo Oscar, così lui inizia a tirare palline da tennis nel classico cesto da pic-nic sul retro della sua “casa”. Oscar si iscrive alla Crispus Attucks High School, ovviamente un liceo per soli neri, ma è indubbiamente una spanna sopra tutti i suoi compagni di squadra. Coach Crowe lo nota subito e gli affida le redini della squadra che guida a due titoli statali nei suoi anni da Junior e Senior, con un record complessivo di 62 vittorie ed una sola sconfitta. La città si accorge di questo ragazzo proprio nel suo ultimo anno chiuso a 24 punti di media tanto da soprannominarlo “Mr. Basketball” ma la festa per la vittoria del titolo (il primo di una squadra composta da soli giocatori neri) venne ospitata nella periferia, perché è li che i neri dovevano stare. Il suo show si trasferisce alla “University of Cincinnati” dove in 3 anni riscrive da cima a fondo il libro dei record sia dei suoi “Bearcats” sia della NCAA: passerei ore ad elencare tutti i riconoscimenti che ottenne ma preferisco soffermarmi sul fatto che nonostante il suo record di 79 vittorie e 9 sconfitte non fu mai in grado di ottenere l’agoniato titolo di campione NCAA. La spiegazione è sempre la stessa, siamo negli anni ’50 e durante le due Final Four ottenute, Oscar fu costretto a dormire nei dormitori dei college, lontano dal resto della squadra che dormiva comodamente in hotel:” non li perdonerò mai” dirà qualche anno dopo lo stesso Oscar. oscar-robertson-cincinnati Dopo aver guidato Team USA alla medaglia d’oro nelle Olimpiadi di Roma del 1960, in una squadra composta tra gli altri, anche da 3 futuri Hall of Famer come Jerry West, Jerry Lucas e Walt Bellamy, che rifilò agli avversari uno scarto medio di 42 punti a partita – se ve lo state chiedendo: sì, meglio anche del Dream Team di Barcellona 1992 -, Oscar viene scelto dai Cincinnati Royals con la “territorial pick”, pagandolo al momento della firma 33,000$. Le lacrime furono una naturale conseguenza per un ragazzo cresciuto praticando lo sport che più amava con un palla da tennis, perché quella da basket era troppo costosa.
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La sua prima stagione la chiude a 30 punti, 10 rimbalzi e quasi 10 assist di media a partita, venendo nominato, ovviamente, Rookie of the Year ma fu anche MVP dell’All Star Game e membro del miglior quintetto della stagione, che accadrà anche per i successivi 12 anni. Nella stagione seguente scrive la storia, firmando una tripla doppia di media nelle 82 partite disputate con 30.8 punti, 12.5 rimbalzi e 11.4 assist. Inutile dire che mai nessuno si è lontanamente avvicinato a tali prestazioni; le parole lasciano il tempo che trovano di fronte a questi numeri ma la sua squadra non è all’altezza della sua star ed i playoff rimangono un miraggio. Finalmente nella stagione 63-64 i Royals costruiscono una squadra da titolo e Robertson vince il titolo di MVP, unico ad interrompere l’egemonia di Russell e Chamberlain in quella decade. Tuttavia, nei playoffs, Cincinnati viene asfaltata 4-1 proprio dai Celtics di Russell. Le successive 6 stagione furono una delusione dietro l’altra così nel 1970 decise che era arrivato il momento di cambiare aria.
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Si passa così in casa Bucks, in cambio di Flynn Robinson e Charlie Paulk, non proprio due superstar, dopo che Cincinnati provò a cederlo ai Lakers in cambio di West e Chamberlain senza però trovare un accordo. Qui le cose si fanno interessanti poiché Robertson è accoppiato a Lew Alcindor (per tutti ormai Kareem Abdul Jabbar) formando così un asse play-pivot come pochi altri nella storia del gioco. I due guidano Milwaukee al primo ed unico titolo della loro storia, così come il primo vero titolo per “The Big O”. Già per ormai è tutti “The Big O” ma la sua più grande battaglia rivoluzionerà per sempre la NBA. Come presidente dell’associazione giocatori, Robertson intraprende una lotta sia con la lega, che porterà alla fusione di NBA e ABA sei anni dopo, ma soprattutto con i proprietari che possedevano letteralmente i contratti dei giocatori, senza che essi potessero avere alcun potere una volta scaduto il contratto. Oscar rivoluzionò quindi il concetto di “free-agency” con i giocatori che furono liberi di negoziare con le altre squadre, permettendo così di ottenere anche salari più alti.
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Robertson torna alle finali nel 1974 ma sono ancora i Celtics di Cowens a privarlo del secondo titolo NBA, ed anche della sua ultima possibilità di vincere l’anello. Il ritiro avverrà infatti l’anno seguente, nel 1975. “The Big O” è spesso dimenticato quando si intraprendono le discussioni su chi siano i più grandi di sempre, forse per il fatto che abbia vinto meno di quanto effettivamente meritasse, ma se si pensa ad un giocatore nella storia in grado di saper fare qualsiasi cosa su quei maledetti 28 metri, quello è proprio Robertson. Nelle sue prime 5 stagioni NBA ha tenuto la spaventosa media di 30.3 punti, 10.6 rimbalzi e 10.4 assist, probabilmente uno di quei record destinati a restare nella storia, paragonabile solo ai 100 punti di Chamberlain o agli 11 titoli NBA di Bill Russell che hanno spesso e volentieri fermato la corsa di Robertson. Auerbach usò queste parole per rispondere alla domanda su quanto fosse forte Robertson per lui: ”He is so great that he scares me”. Già, mi fa paura, mai nessuno come lui.

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