Vite da NBA: Pat Riley

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  Gli Stati Uniti d’America hanno da poco bombardato Berlino, mettendo definitivamente in ginocchio la Germania, quando a Rome, New York, nasce Patrick James Riley. Cresce a Schenectady, una cittadina che attualmente supera di poco i sessantamila abitanti. Con Patrick ci sono i cinque fratelli maggiori, sua madre Mary e il padre Leon Francis, giocatore di baseball per 22 stagioni. I sette sono una classica famiglia americana del tempo, dove Mary, fervente cattolica, alleva la prole praticamente da sola, sempre in movimento sulla costa Est al seguito di Leon. Tra un viaggio e l’altro, Pat comincia a giocare a pallacanestro in uno dei campetti vicino casa, accompagnato dai fratelli. È quasi sempre il più piccolo e si trova in un contesto piuttosto violento, dove viene spesso messo alla prova fisicamente ed emotivamente. Il più delle volte rientra a casa piangendo, chiedendo al padre di non mandarlo più al campo. È questo uno dei periodi più importanti della vita del giovane Riley, che comincia a fare i conti con la dura realtà e capisce subito che nessuno gli regalerà niente. E Leon questo lo sa bene, infatti continua a mandare Pat al campo, per insegnargli a non avere paura. Dopo aver frequentato l’High School a Schenectady, Riley ha vari college a corteggiarlo, due in particolare; Alabama, che lo chiama per giocare a football, e Kentucky, che lo vuole come giocatore di basket. Patrick sceglie Adolph Rupp e i Wildcats, preferendo la pallacanestro al football americano. Riley giocherà tre anni per Rupp da ala piccola (è alto 193 cm), dimostrandosi un giocatore talentuoso, capace di segnare 22 punti di media nella sua ultima annata collegiale. A questo punto della sua vita Pat ha piani piuttosto diversi da quelli che poi effettivamente si realizzeranno; sogna di vincere il titolo NCAA e di diventare un giocatore professionista nella NBA. È un ragazzo sfrontato, arrogante, abbastanza pieno di sè e un po’ egoista. Trascina i suoi nella finale NCAA, soprattutto grazie agli insegnamenti di Rupp, che vuole una squadra tecnica e veloce. Nell’ultimo atto, però, i Wildcats, strafavoriti, vengono sconfitti dall’università di Texas Western, un piccolo ateneo de El Paso (storia poi diventata famosissima grazie al film Glory Road). Nonostante la sconfitta, Riley non si butta giù: è convinto di essere uno dei migliori prospetti della nazione. E ha ragione. Nel 1967, infatti, viene selezionato dai San Diego Rockets con la settima chiamata assoluta, ma anche dai Dallas Cowboys della NFL; per la seconda -ed ultima- volta, Pat Riley sceglie il basket al posto del football.

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Il primo anno nella Lega non è dei più semplici; subito prima del Draft, Riley si è sottoposto ad un’operazione a causa di un’ernia del disco, e non è quindi al meglio fisicamente. Conclude la stagione sotto gli 8 punti e sotto i 16 minuti di media. Nel ’68’69 le cose sembrano andar meglio, ma gli infortuni (in particolare uno al ginocchio) non gli lasciano tregua, permettendogli di entrare in campo solamente in 56 occasioni (saranno invece 36 le presenze nel suo terzo anno). A questo punto la sua carriera NBA sembra arrivata ad un punto morto, e Riley prova una mossa che, col senno di poi, è proprio caratteristica del suo stile. Viene selezionato da Portland con l’expansion Draft, ma non mette mai piede in campo con i Blazers; si fa infatti raccomandare dal telecronista Chick Hearn (commentatore per Los Angeles di 3338 partite consecutive) ai Lakers, perché vuole giocare a LA. L’astuta mossa, però, non sortisce gli effetti sperati. In California resta per cinque stagioni, nelle quali segna 7,8 punti con il 43% al tiro. Di quei tempi, Riley parla come di un incubo. In effetti, essere un comprimario nella squadra di West, Baylor e Chamberlain non deve essere stata la cosa più facile del mondo. Inoltre, Pat comincia ad essere sempre più frustrato; gli infortuni lo tormentano e piano piano capisce che non potrà mai essere un vero giocatore NBA. Nonostante le difficoltà, ad LA vince comunque il titolo 1972, risultando, con 16 minuti di media, il 6° giocatore più utilizzato della squadra. Nella stagione ’74’75, la sua ultima ai Lakers, registrerà il suo massimo in carriera, terminando con 11 punti di media. Arriva però un’ennesima operazione al ginocchio a distruggere definitivamente quello che resta delle sue speranze. Viene ceduto ai Suns e nel ’76, ad appena 31 anni, si ritira, avendo a referto più tiri tentati che punti realizzati. Torna immediatamente in California, deluso da se stesso e frustrato per aver fallito in quello che riteneva di saper fare meglio.
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Nonostante la rabbia per i mancati successi, Riley si rimette in gioco. Prima lavora per la TV dei Lakers e poi finisce sulla panchina dei gialloviola, grazie alla classica coincidenza fortunata che cambia i destini delle persone. L’allenatore capo Jack McKinney è vittima di un incidente in bicicletta e deve rinunciare ad allenare. È così che Paul Westhead, il vice di McKinney, conquista il posto da head coach, liberando quello di assistente, per il quale viene chiamato Riley, già da tempo in orbita Lakers. Contemporaneamente esordisce nella Lega tale Earvin Johnson. Sarà proprio la matricola da Michigan a regalare il primo titolo NBA da allenatore (seppur in seconda) a Riley. Il rapporto tra i due è di reciproca stima e rispetto. Per Magic, Pat è il motivatore che lo ha spinto al suo meglio. Ad esempio, un tipico giochetto che faceva Riley era quello di parlare ad un suo assistente nello spogliatoio, mentre Johnson, con grande anticipo rispetto al resto della squadra, era da solo in campo a tirare, prima di una partita. Giocando Bird e Jordan spesso sulla costa Est, ad LA conoscevano già il risultato delle partite di Bulls e Celtics prima di scendere in campo. Così Riley attaccava – “Bill (l’assistente allenatore, ndr) hai visto cosa ha fatto Larry stanotte? Ne ha messi 46 con 12 rimbalzi!” – e ancora – “Bill, devo dirti un’altra cosa: non posso credere che Jordan ne abbia fatti 60! Sessanta Bill!”, alzando il tono di voce per farsi sentire da Magic. Così Riley, che conosceva bene la rivalità del suo play con Bird e Jordan, caricava indirettamente Johnson, che rispondeva sul campo a suon di triple doppie. Di contro, per Riley, Magic è stato il più grande leader che abbia mai allenato. Dopo 6 partite della stagione ’81’82 Westhead viene esonerato (a Magic non piace il suo sistema di gioco) e Jerry Buss consegna la squadra al duo Jerry West-Pat Riley. West rifiuta però il ruolo, dando pieni poteri a Riley, che diventa il capo allenatore. Per le successive quattro stagioni, i Lakers giocheranno le Finali NBA, vincendo in due occasioni. Dopo aver abdicato nell ’86 al trono della Western Conference, i Lakers tornano alle Finals nell’ 1987, battendo i Celtics in 6 gare. Dutante la parata per la vittoria del titolo, Riley prende la parola e predice la vittoria anche per l’anno successivo. Proclama mantenuto nell’ ’88, con i Lakers che battono i Pistons e diventano la prima da squadra in vent’anni a vincere due titoli consecutivi. È in questi anni a Los Angeles che nasce il personaggio Pat Riley, prima ancora che l’allenatore. Il giocatore deludente e il coach impacciato dei primi tempi lasciano spazio ad uomo dal carisma eccezionale, capace di guidare con autorevolezza una squadra fatta di campioni e grandi personalità in contrasto tra di loro. Un uomo che è diventato un icona del successo nella vita, tanto da scrivere, anni dopo, “The Winner Within”, un libro che parla di come essere un vincente. Dal punto di vista tecnico, riprende quello che Rupp gli aveva insegnato a Kentucky. I Lakers giocano un basket di fondamentali, mettendo sempre la palla in mano a Magic per un contropiede e appoggiandosi a Jabbar in post basso quando attaccano a difesa schierata. Le scelte si rivelano azzeccatissime. Un play come Johnson, con grande visione di gioco e capace di prendere il rimbalzo e correre subito dall’altra parte, è perfetto per coinvolgere e sfruttare al meglio i formidabili atleti che Riley ha nei ruoli di ala e guardia. Dopo la settima finale in otto anni, durante i Playoffs 1990 lascia la panchina dei Lakers per dissidi nello spogliatoio e torna a lavorare in TV.
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Dopo un anno di televisione diventa l’allenatore dei New York Knicks. La situazione dei Knicks non è esattamente paradisiaca. La squadra è divisa in fazioni e i giocatori si odiano l’un l’altro. Riley però ha la personalità giusta per incanalare tutto questo e trasformarlo in energia positiva. Se a Los Angeles era arrivato in punta di piedi (il primo anno si vergognava anche a farsi chiamare coach), a New York si presenta con la reputazione del vincente. La squadra è una perfetta trasposizione del suo carattere. I Knicks giocando duro, spesso durissimo e a volte anche sporco, con un solo obiettivo fondamentale: vincere. Riley ha una roster con poco talento ma tanti muscoli e attributi, con Ewing-Oakley sotto canestro e McDaniel-Starks (quest’ultimo da sesto uomo) nel reparto esterni. Nei primi tre anni, però, New York deve fare i conti con Chicago, una volta al primo turno, dove vengono spazzati via, una volta nelle semifinali di Conference (sconfitti per 4-3 in una serie combattutissima) e una in Finale di Conference. Riley va vicinissimo all’impresa nel ’94 quando, con Jordan fuori dalla Lega dopo il primo ritiro, New York arriva in finale, arrendendosi in sette gare a Houston, dopo essere stata in vantaggio per 3-2. L’anno successivo lascia i Knicks per trasferirsi a Miami, in quello che resta uno dei trasferimenti più discussi di sempre. Riley, infatti, apre le trattative con Micky Arison (all’epoca neopropietario) ben prima del consentito. New York accusa Miami di aver violato il regolamento e sia gli Heat, sia Riley rischiano grosso. Alla fine la questione si conclude con un accordo e Pat si trasferisce in Florida. A South Beach chiede e ottiene il controllo totale. Non è solo l’allenatore che si presenta in palestra per gli allenamenti e chiama i giochi durante le partite; è l’uomo immagine degli Heat, il General Manager de facto, il co-propietario della franchigia (si fa dare il 20% delle quote), il padrone della città. A Miami Riley allenerà per undici stagioni (dal ’95 al 2003 e dal 2005 al 2008), portando in Florida la cultura della vittoria e del lavoro che ancora oggi costituiscono le pietre angolari su cui si basa il suo lavoro di executive. Tutto ciò, infatti, si è riflesso anche nelle scelte di mercato degli Heat; con Riley, Miami ha sempre puntato poco sul Draft e molto su trade e player development, pur di costruire rapidamente squadre competitive. Basti pensare alle mosse dell’ultima deadline.
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I primi Heat di Riley sono una squadra caratterialmente simile ai suoi Knicks -duri, spigolosi, cattivi- ma tecnicamente più ricca di talento, con Tim Hardaway nel ruolo di playmaker. Eppure Miami non riesce ad avere successo nei Playoffs. Prima ci si mettono ancora Jordan e i Bulls, e poi, per tre anni di fila, gli avvelenatissimi Knicks (dopo il suo trasferimento, a New York lo chiamano “Pat the rat”) che buttano fuori gli Heat per 3 anni di fila in alcune delle serie più dure di ogni epoca (famosa la rissa nel ’94 tra Larry Johnson e Alonzo Mouring, con Jeff Van Gundy coinvolto). La sua missione Riley la porta a termine nel 2006, quando riprende le redini della squadra dopo un paio di stagioni da Presidente. In quella annata, per l’ennesima volta, Pat deve sconfiggere lotte intestine ed egoismi. Niente di più facile per un motivatore come lui, uno che le parole le sa usare sempre nel modo giusto. Nelle Finals i suoi si trovano subito sotto 2-0 e non sembrano pronti per un appuntamento del genere. A Miami però la serie cambia e gli Heat si portano in vantaggio sul 3-2. Prima di gara 6, da giocare a Dallas, Riley dichiara “ho portato UNA giacca, UNA camicia e UNA cravatta“, alludendo al fatto che non gli sarebbe servito altro poichè la serie sarebbe finita proprio a gara 6. Previsione ovviamente azzeccata. Dopo due stagioni così così, decide di ritirarsi definitivamente da allenatore e diventa executive a tempo pieno. È in questa veste che arrivano le soddisfazioni più grandi, come le quattro finali consecutive e i titoli nel 2012 e nel 2013 (che lo hanno reso l’unico della storia a vincere un titolo NBA da giocatore, da allenatore e da dirigente). Anche, se non soprattutto, da Presidente, Riley dimostra di essere un vincente e di saper prendere le decisioni giuste. Dopo l’arrivo dei Big Three nel 2010, l’oculatezza di Riley sta nel rinforzare la squadra con i giusti innesti. L’anno successivo convince Shane Battier, pedina tattica fondamentale, e esce dal Draft con Norris Cole, talento limitatissimo ma subito pronto per entrare nelle rotazioni. Nell’estate 2013 porta a Miami Ray Allen con un offerta pari alla metà di quella dei Celtics. Tutti sappiamo come si sia conclusa quella stagione. La storia di Pat Riley è quella di un uomo che ha avuto successo, prima ancora che sul campo, nella vita. Un uomo che non si arreso di fronte alle sconfitte, ai fallimenti e ai limiti, neppure quando tutto sembrava perduto. Un motivatore in grado di tirare fuori il meglio da ogni giocatore, sia dal punto di vista tecnico che caratteriale. Un allenatore capace di adattare sempre la propria pallacanestro alla squadra a disposizione. Un executive con un progetto chiaro. Un vincente. Pat Riley è stato tutto questo. E, arrivato a 70 anni, non ha minimamente voglia di fermarsi.