Vite da NBA: Roy Hibbert

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Ci sono dei momenti in cui la vita comincia a prendere la piega che sognavi, desideravi e speravi. Sono quei momenti in cui credi che tutto possa funzionare, in cui ogni cosa ti può riuscire, che speri possano durare all’infinito o, almeno, abbiano una lunghezza consistente. Quando invece questi momenti iniziano a traballare, a rendersi più difficoltosi, ci impieghi un attimo a perdere le tue certezze e a finire in un vortice che risucchia senza pietà quanto di buono e positivo fosse successo prima.
Roy Hibbert ha festeggiato ieri il suo ventottesimo compleanno; lo ha fatto ancora come centro titolare degli Indiana Pacers con una media di 11.9 punti e 7.4 rimbalzi, simbolo perfetto di una franchigia decaduta celermente e prepotentemente. Gli infortuni, Hill e George su tutti, hanno avuto la loro tremenda importanza, ma vedere questa squadra capace di giocarsi la finale di Conference contro Miami alcuni mesi fa ed ora navigare a vista nei bassifondi dell’Est fa veramente impressione. Del resto, la storia di Hibbert combacia in maniera perfetta con quella della sua squadra, anche prima dell’inizio di questa sciagurata stagione. Un anno fa se si chiedeva ad Hibbert come avrebbe immaginato di passare il suo 28esimo compleanno, le sue risposte sarebbero state sicuramente migliori della sua attuale situazione: forse si immaginava con un anello al dito, con lo status di uno centri migliori dell’intero panorama cestistico mondiale, come uno degli incontrastati leader di una delle compagini migliori dell’intera America. Queste predizioni sarebbero state molto plausibili se il tempo tornasse indietro fino a 8 o 9 mesi fa: marzo/aprile 2014. Dopo una stagione passata a guidare senza troppa fatica l’Eastern Conference, gli Indiana Pacers guidati dalla leggenda di Larry Bird dalla scrivania, dall’ottimo coach Vogel e da un quintetto ottimo, completo e micidiale, iniziano ad avere una profonda crisi di gioco, risultati e, conseguentemente, di certezze. Lo spartiacque principale di una stagione Nba è l’All Star Game. Le cose, prima o dopo quello straordinario weekend, possono mutare in maniera vertiginosa. Gli Indiana Pacers sprofondano in un tunnel senza via di uscita. Iniziano a perdere partite con una costanza che fa paura, si fanno risucchiare dagli Heat nella lotta al primo posto e vedono la flessione di tutti i loro migliori giocatori. Fra questi, manco a dirlo, c’è Roy Hibbert.
Il giocatore attualmente più alto della lega (218 cm) è nato a Queens ventotto anni fa da Roy Senior e Patty Hibbert. Furono proprio loro due a spingerlo verso il gioco del basket, considerato per lui adattissimo vista la straordinaria altezza. Viene perciò mandato nel luogo in cui un praticante della sua statura può diventare un vero e proprio giocatore, la Georgetown University, un posto in cui un centro di gran livello non è stata merce rara negli ultimi anni, basti chiedere ai vari Patrick Ewing, Alonzo Mourning e Dikembe Mutombo, gente che nella propria carriera grazie (anche) ai propri centimetri non ha avuto affatto un ruolo marginale nella Nba. Hibbert non ha le stimmate del fenomeno ma le basi per fare bene nella lega più competitiva del mondo ci sono tutte; viene dunque logicamente scelto al draft del 2008 alla posizione numero 22 dai Toronto Raptors. Lì non hanno però bisogno di lunghi promettenti, ma già compiuti e di esperienza. Con Bargnani e Bosh già sotto le plance i canadesi decidono di affiancare loro Jermaine O’Neal: per averlo, il sacrificato è proprio Hibbert che viene girato immediatamente ai Pacers assieme al play T. J. Ford e a Radoslav Nesterovic. Inizia ora la storia di Roy e Indiana: una crescita costante che li vede crescere di pari passo, dai bassifondi della lega sino alla prima apparizione ai playoff, annata 2011. Sarà una comparsata; Indiana inizia a divenire una potenza dalla stagione successiva, 2011/2012. La squadra arriva sorprendentemente terza durante la regular season e Hibbert inizia ad assaggiare la pallacanestro dei grandi, partecipando all’All Star Game. La sua presenza al’evento è famosa a noi italiani per l’aneddoto di Buffa relativo alla sua dieta: secondo il noto giornalista, Hibbert quando era in trasferta chiamava il suo dietologo per sapere cosa poter mangiare di quello che era presente nel menù. Pare che l’obbligo per il centro fosse quello di mangiare ben 7 volte al giorno per un totale di 5000 calorie. Alla faccia della dieta. Hibbert nei due anni successivi avrà modo di rendersi noto per ragioni più inerenti il parquet che non le sue abitudini alimentari. Indiana l’anno successivo arriva a giocarsi addirittura le finali della Eastern Conference contro i campioni in carica di Miami di sua maestà James e dei Big Three. Indiana è ormai una nuova potenza affermatasi grazie alle esplosioni di giocatori come George e lo stesso Hibbert ma, soprattutto, autrice di un gioco di squadra di spessore che ha nella fase difensiva la propria ciliegina sulla torta. Per Miami superare Indiana sarà infatti una vera e propria impresa, un’ agonia dalla lunga durata di 7 partite. Alla fine, i pronostici sono stati rispettati e il talento e l’esperienza hanno avuto la meglio sull’entusiasmo e l’organizzazione dei ragazzi di Vogel. Ciò però non intacca la loro convinzione e quella dello stesso Hibbert. Nel 2014 Indiana è firmataria di una stagione di qualità con le credenziali della favorita e di squadra più accreditata a proibire a James i suoi propositi di three-peat. Arriviamo dunque dove ci eravamo lasciati.
Hibbert sprofonda in una serie di performance negative, passive, prive di ogni guizzo vincente. Il pivot sembra essere stanco, demotivato, svuotato. Eppure in quell’anno stava viaggiando a cifre ottime, meritandosi la seconda convocazione della carriera all’All Star Game. Hibbert trascina con sé Indiana nel baratro o è forse il contrario? Erano un esempio di grande collettivo invece quell’unità di spogliatoio si frantuma, con i giocatori più in vista che iniziano ad isolarsi in campo, a forzare, a diventare più individualisti. Hibbert diventa una delle barzellette della lega. All’improvviso i suoi punti deboli iniziano a prendere il sopravvento sulle sue qualità e capacità. Era ed è un lungo con un ottimo gioco in post, una buona proprietà di tiro dalla media come testimoniato dalle ottime percentuali ai tiri liberi, ma ci mette un attimo ad essere etichettato come un giocatore troppo molle, privo dei muscoli, dell’energia e della grinta necessaria a duellare contro avversari meglio piazzati. Il suo linguaggio del corpo non trova modo di smentire queste voci e Vogel inizia a confinarlo sempre più spesso in panchina: in una sfida persa con Atlanta lo scorso 29 aprile non gli fa mai vedere il campo negli ultimi 24 minuti di gioco. Anche i suoi compagni iniziano a tirargli le orecchie, cercando di stuzzicarlo e di ottenere qualche reazione; peccato che lo spogliatoio dei Pacers non sia più un luogo di grande sostegno e riparo dai problemi esterni anzi, forse è proprio da lì che nascono le spaccature più profonde. Perso il collante Granger per Evan Turner, la squadra inizia ad andare in pezzi con voci di risse e tradimenti. Lo stesso Hibbert finisce sotto la luce dei riflettori per un gossip che avrebbe visto la sua fidanzata rifugiarsi fra le braccia del compagno di squadra ed amico George. Inoltre l’arrivo di un potenziale concorrente come Bynum, giocatore che poteva completarlo, riempire le sue falle e dunque togliergli minutaggio, gli toglie quelle sicurezze che aveva impiegato anni ad acquisire. La stagione va avanti e Indiana ha troppa più qualità delle sue avversarie per non farsi strada nella post season: le fatiche sono però troppe e ingiustificate per una franchigia di quel potenziale. Indiana e Washington fanno sudare le cosiddette sette camicie a Hibbert e ai suoi compagni e il centro è troppo discontinuo per far sancire il suo ritorno a livelli consoni: tira fuori qualche altra buona prestazione come con Atlanta in gara 5 e Washington in gara 2 ma, nel complesso, il suo apporto rimane simile a quello della parte finale di stagione. Indiana replica, quasi per inerzia, la finale di Conference contro Miami, ma il fattore campo non basta a invertire la tendenza di una rivalità che ha visto sempre trionfare gli uomini venuti dalla Florida. Hibbert e Indiana sono delle entità troppo smarrite per cercare un’impresa del genere e i Pacers rimandano, forse per sempre, i loro sogni di gloria. La nuova stagione è all’insegna dell’anonimato e il nostro festeggiato, più per le gesta in campo, troppo poche per uscire dal baratro è stato nominato solo per un tentativo di trade proposto da Indiana a Phoenix per avere Dragic.
Il neo 28enne ha visto i suoi sogni e le sue aspettative rimanere tali, si è visto ridurre da pedina essenziale a pedina di scambio. Un percorso veloce pochi anni che l’ha visto rischiare di toccare l’apice per poi scagliarsi, di brutto, sulla superficie più dura e dolorosa. Ora ci sarà la voglia di rialzarsi o Roy vivrà nel ricordo di due stagioni e mezzo vissute sulla cresta dell’onda, si accontenterà di essere stato una meteora come tanti compagni e avversari? Non si sa, ma sperare è lecito: andare dalle stelle alle stalle è facile e veloce, perché mai non dovrebbe esserlo anche il percorso inverso?