Vite da NBA: Russell Westbrook

di Simone Angeletti, @daddycombs95
www.bleacherreport.com

Più che da Long Beach questo viene direttamente dagli studi di Hollywood e che gli studios per antonomasia avessero aperto anche una filiale alla Chesapeake Arena di Oklahoma City è abbastanza raro, i losangelini sono indubbiamente gelosi della loro fabbrica dei sogni.

Invece, Oklahoma, dopo tanto tempo passato tra uragani impazziti e pozzi di petrolio sparsi un po’ ovunque, ha montato su una fabbrichetta di una manciata di dipendenti che fa impazzire una città intera a colpi di swish e “Ooooooooh”.

Il deus ex machina di questa fabbrica di sospiri che appunto viene da Long Beach e porta una canotta con lo 0 sopra (non è esattamente uno 0 lui, anzi) si chiama Russell Westbrook jr.
Lo circonda un’aura di magia, come se al posto della sua faccia mettessimo quella di David Copperfield, una perenne sensazione di “qualunque cosa faccia ora, parte un applauso o qualche pomodoro”, un istinto incontrollato e incontrollabile che si tramuta in un contropiede con falcata stile Usain Bolt o un tiro da centrocampo con ancora 23,9 secondi solo perchè tirare direttamente dalla Route 66 potrebbe essere fuori target anche per lui.

Qualcosa del tipo “you can’t handle me”, se provi a leggergli nel pensiero trovi una serie di numeri e lettere indecifrabili, un Da Vinci Code che solo lui, Leonardo Russell Westbrook da Vinci può interpretare. E come lo interpreta, ragazzi.

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La carriera del caro Russell ha un inizio quasi simbolico che risale all’estate 2004, quando a 16 anni, cresce di circa 12 centimetri in 3 mesi… Abbastanza sconcertante per i vicini di banco vedere uno che cresce come una pianta e comincia a schiacciare palloni e squadre avversarie quando appena 90 giorni prima non faceva neanche il titolare.

Dopo questa late-blooming in piena regola, il ragazzotto di Long Beach che voleva imitare Magic “ti sorrido mentre ti affogo” Johnson comincia a fare il Magic Johnson della sua Leuzinger High dall’alto dei suoi 25 pti di media più 8.7 assist in 51 partite e la sua prima schiacciata nella vita.
A quanto pare, poi ci ha preso gusto.

Bussa Ben Rowland di UCLA e Russell si trasferisce lì, in mezzo a Darren Collison, Kevin Love, Arron Afflalo.

Bella compagnia, solo che non gioca quasi mai: 9 minutini scarsi e meno di 4 pti a partita, poca roba per uno del suo talento, che poi tra l’altro il suo ormai famoso e assodato pull-up da 6 metri sembra allora quasi un volo pindarico più che qualcosa di realizzabile, soprattutto per una guardia che mette un libero sì e un no.
Talento che esplode quando Collison decide di farsi un giretto in infermeria e Russell si prende il suo posto in maniera più che onorevole con 12 pti a partita e una menzione d’onore come mastino difensivo; perchè questo ragazzo qua, matto come un cappellaio quando si ritrova un pallone tra le mani, quando si allena, si allena per bene, parola di papà Russell sr.
Dalle corse sulla sabbia col fratello Raynard a Manhattan Beach alle sessioni interminabili di tiro fino a quando il canestro sparisce dietro il nero opaco della notte, ai video di Magic, agli allenamenti per il fisico… Tanta work ethic che alle sue doti naturali non ha fatto mai male.

UCLA esce contro la Memphis della futura prima scelta nel suo stesso Draft Derrick Rose, e i 22 di Russ non bastano. Proprio Rose sarà il suo termine di paragone, dove questi recitava il ruolo di quello NBA-Ready mentre il nostro sembrava più una specie di selvaggio ottimo dalla panchina: per alcuni, sarebbe diventato nel migliore dei casi il nuovo Leandro Barbosa.
Sam Presti, GM dei Sonics che proprio nell’estate del 2008 se ne andarono a OKC, si gioca la scommessa: non riesce il trade-down sulla quarta scelta, allora taglia la testa al toro e prende Russell per quarto. Davanti a Brook Lopez, davanti Kevin Love, davanti Eric Gordon… una specie di follia in quel contesto.

Let’s restart from a new beginning, from a new 0, vero Russell? Mentre i Sonics traslocano dalla KeyArena alla Chesapeake lui “trasloca” lo 0 di UCLA nella nuova canotta blu-arancio dei fulmini.
E che fulmini siano: i Kings si beccano 34 punti a Febbraio, tripla-doppia contro i Dallas, la seconda in carriera appena l’anno dopo, Minnesota si becca 16 assist, GSW 8 steals… delirio che lo porta all’All-Star Game tra i Rising Star (dove i rookie perdono nonostante i suoi 40) e al quarto posto del ROY, esattamente come la sua scelta.

Da qua comincia ad emergere il vero Master of Chaos che è Russell: smazza quintali di assist eppure è la cosa più lontana al classico playmaker, silenziose geometrie frutti di schemi e movimenti controllati finite gentilmente nel cestino, si gioca a 300 all’ora, convinzione nei propri mezzi fisici e mentali, potenzialmente immarcabile ma mai ancora domo in un sistema di gioco classico, casinaro quanto basta per mandare in tilt un palazzetto, magico quanto basta per farlo impazzire l’esatto secondo successivo. Non proprio la descrizione di Leandro Barbosa.

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Il suo stile di gioco così complesso e controverso non convince esattamente tutti, soprattutto perchè quando di fianco c’è un certo Kevin Durant, il bravo ragazzo dell’NBA, che una palla dentro un canestro ce la mette discretamente bene, passi per il il bimbo bulletto e cattivo che da piccolo ti rubava la merenda e oggi ti ruba i tiri, soprattutto se te li prendi da centrocampo su una gamba sola quando hai ancora mezzo secolo per finire l’azione. Insomma Rossè, te la sei anche cercata.

Questo strano duo però comincia a giocare sul serio, soprattutto quando arriva anche una guardia di Los Angeles nemico giurato delle lamette da barba, mancino e con potenzialità offensive ai limiti dell’assurdo. È l’anno 2012 e mentre Brooks costruisce un sistema difensivo niente male mettendo nel mucchio anche un Kendrick Perkins che sembra l’ombra di quello di Boston ma rimane sempre uno bello grosso, Serge Ibaka che sotto canestro sembra King Kong che gioca con gli elicotteri e Thabo Sefolosha che oltre a ricordare agli americani dell’esistenza della Svizzera, difende forte, dall’altra parte i tre tenori hanno carta bianca, basta che la buttino dentro.

Con questo “sistema” arrivano alle Finals, però c’è davanti un uomo in missione che se fallisce non spegne la Play e ricomincia, quindi per questo giro niente anello.

Il Barba per motivi imperscutabili (o forse no) finisce a Houston e arriva Kevin Martin, che si rivelerà non essere proprio la stessa cosa.
Playoff chiusi al secondo turno, Russ si sfascia proprio contro la squadra dell’ex qui sopra perchè qualcuno l’ha tamponato a palla ferma e gli ha girato anche l’impossibile. OKC passa comunque, poi però incontra i Grizzlies della premiata ditta Z-Bo/Gasol e la chiudono lì.

Possiamo tranquillamente arrivare ai giorni nostri, dove Russell non smette mai di stupirci e non smette mai di far imbufalire i complottisti che lo credono il gemello malvagio di Durant.

“Tutti ti ammirano e nessuno ti capisce”, come disse Charlie Chaplin ad Albert Einstein.
Tanti auguri Russ e tante altre transizioni… Ma smetti di giocare a mosca cieca con i vestiti, per favore.

P.S.: Lil Dicky ha scritto un pezzo su di lui, vale la pena dare un occhiata.

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