Vite da NBA: Scottie Pippen, il braccio destro di MJ

Vite da NBA: Scottie Pippen, il braccio destro di MJ

di Simone Efosi

 

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  Un antico detto africano recita: “Se vuoi correre veloce, fallo da solo. Se vuoi andare lontano, fallo con qualcuno” Se c’è uno sport con il quale questo proverbio centra perfettamente il bersaglio, quello è proprio il basket. Abbiamo avuto innumerevoli esempi di come siano state le squadre e non i singoli giocatori a vincere i campionati, basti pensare ai Celtics degli anni ’60, ai Lakers degli anni ’80 e ai Bulls degli anni ’90… già, quei Bulls guidati da Michael Jordan in campo e Phil Jackson in panchina. Il fatto che un giocatore incredibile come Jordan, arrivato alla sua sesta stagione da professionista, non riuscisse a vincere un titolo è emblematico di quanto, per farlo, avesse bisogno di qualcosa oltre ai suoi 35 punti a partita. A Michael serviva qualcuno di cui fidarsi in campo, qualcuno che potesse essere determinante quasi quanto lui, qualcuno che potesse assumere il ruolo di leader in caso di sua assenza. QUEL qualcuno fu pescato al draft NBA del 1987 dai Seattle Supersonics, che lo girarono poi ai Bulls in cambio di Olden Polynice… QUEL qualcuno era SCOTTIE PIPPEN. Pippen è nato in Arkansas in una numerosissima famiglia che ebbe gravi problemi finanziari. Il padre fu costretto sulla sedia a rotelle dopo esser stato colpito da un infarto e così la madre dovette lavorare senza sosta per mantenere Scottie e i suoi 9 fratelli. Grazie ai suoi eccellenti risultati scolastici, ottenne una borsa di studio per la University of Central Arkansas dove venne impiegato nel management della squadra. Il momento propizio arrivò quando, decimato dagli infortuni, il team dovette schierarlo come giocatore e Scottie ripagò la fiducia data, dimostrando grande attitudine e abilità sul parquet. Venne notato prima dal solo Jerry Krause, successivamente da tanti altri scout NBA e nel 1987 venne scelto al draft e, tramite il già citato scambio tra Seattle e Chicago, approdò ai Bulls. Chicago in quel momento stava cercando di costruire una squadra attorno a Michael Jordan. Scottie veniva visto come elemento peculiare allo scopo, grazie alla sua ottima validità in difesa e al suo fisico che gli permise (per tutta la carriera) di giocare in tanti ruoli differenti con grande impatto sulle partite. I Bulls ingranarono a pieno regime grazie alla perfetta intesa tra Michael e Scottie e il contropiede della squadra divenne presto il più letale ed esplosivo della NBA, ma nonostante tutto la vetta della Lega continuò a essere conquistata dai Detroit Pistons. Nel frattempo, dal suo esordio, Pippen continuò ad incrementare le sue statistiche individuali e i tifosi lo premiarono votandolo per l’ All Star Game nel 1990. Rottamato Doug Collins e promosso Phil Jackson come nuovo head coach, i Bulls diventarono la nuova prima potenza della Lega. Con Pippen a mostrare le sue straordinarie abilità di difensore da una parte e di immenso attaccante nell’altra metà campo, Chicago vinse finalmente il primo titolo. Il merito non fu solo di  Jordan (che tuttavia giocò una serie incredibile) ma anche al “fuoco di copertura” dei compagni di squadra, Pippen e Paxson in particolare. Scottie entrò sempre di più nel cuore dei tifosi, che continuarono a volerlo all’ All Star Game, e nel frattempo la NBA lo nominò nel secondo quintetto assoluto e nel primo e secondo difensivo.
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Pippen era all’apice della sua carriera, partecipò alle Olimpiadi di Barcellona 1992 con il Dream Team, vinse 3 titoli consecutivi con i Bulls giocando con cuore, passione e grande tenacia offensiva e difensiva; ma qui arrivò il colpo che nessuno a Chicago poteva aspettarsi: Il ritiro di Michael Jordan. Ci fu grande pressione da parte dei media e, indirettamente, dei compagni di squadra, verso Pippen, che si trovò improvvisamente a dover essere il leader indiscusso dei suoi Bulls. Nonostante l’assenza di MJ, Pip guidò la squadra a un risultato più che buono, vincendo 55 partite in stagione regolare e ricevendo una nuova convocazione all’ All Star Game. Ancora una volta Scottie mostrò il suo talento smisurato, segnando 29 punti e venendo nominato MVP della partita. L’annata del 1994 proseguì su quei binari fino al termine della stagione; Scottie ottenne la più alta media per punti, assist e stoppate per i Bulls e venne nominato nel primo quintetto NBA, ma non riuscì ad evitare l’eliminazione ai playoffs per mano degli agguerritissimi New York Knicks, che riuscirono nell’impresa solo a gara 7 e dopo 5 serie di playoffs vinte da Chicago contro di loro(1981, 1989, 1991, 1992, 1993). Durante la serie vinta da New York ci fu un episodio che fece discutere parecchio e che creò in qualche modo divergenze tra Pippen e Phil Jackson: – Siamo in gara 3 con i Bulls sotto 0-2 nella serie, punteggio sul 102 pari, 1,8 secondi al termine, palla Bulls. Phil Jackson disegna una rimessa ad opera di Pippen per servire il rookie Tony Kukoc per il tiro decisivo. Scottie la prende malissimo e si rifiuta di entrare in campo in quanto voleva essere lui stesso a tirare. Kukoc segnerà sulla sirena ma sia il coach sia il 33 dei Bulls non dimenticarono quanto accaduto. Da qui, i rapporti tra Pippen e la dirigenza dei Bulls presero una piega un po’ burrascosa, tra incomprensioni e trattative mai andate in porto. A gettare ulteriore scompiglio sulla situazione già non troppo facile, furono voci insistenti che davano Scottie in partenza da Chicago verso Seattle in cambio di Shawn Kemp, ma l’affare non andò mai in porto per la gioia dei tifosi di entrambe le squadre. Il 1995 fu un anno difficile per i Bulls, che non ottennero un record molto convincente in regular season e Pippen venne additato come colui che non aveva saputo essere il leader del dopo-Jordan, come voluto da squadra e tifosi. Il record di franchigia sfiorò il 50% e fu solo il ritorno inaspettato di MJ a risollevare sorti e morale di Chicago, che tuttavia fu eliminata dai playoffs dagli Orlando Magic, terminando una stagione che, comunque, per Scottie aveva significato guidare i Bulls in ogni voce statistica, cosa all’epoca accaduta solo nel 1978 con Dave Cowens ai Celtics. Il rientro di Jordan e l’ingresso di Rodman in squadra fu quello che occorse a Chicago per tornare a dominare la NBA e che rimise Pip nel ruolo più congeniale di “secondo violino”. I Bulls giocarono una stagione impeccabile nel 1996, vincendo 72 partite in regular season, record tutt’ora imbattuto e sbranando gli avversari ai playoffs. Le Finals contro i Sonics furono una pura formalità e Scottie potè nuovamente accendere il sigaro della vittoria finale, infilandosi al dito il quarto anello di campione NBA.
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Durante l’estate Scottie prese parte alla formazione Statunitense che si aggiudicò la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atlanta ’96, in una squadra che a detta dello stesso Pippen, fu caratterizzata più dai capricci e dall’ego dei giocatori singoli, che del gruppo, come invece era stato 4 anni prima a Barcellona. Nel 1997 “Da Pip” e MJ erano scatenati, riuscirono a bissare la straordinaria stagione passata eguagliando il precedente record vittorie-sconfitte in regular season, con 69-13 e raggiunsero nuovamente le Finals. Nonostante un infortunio al piede, Scottie riuscì con i Bulls a sconfiggere gli agguerritissimi Jazz di Malone e Stockton in 6 partite, vincendo il suo quinto anello a fianco a Jordan. L’azione simbolica avvenne alla fine di gara 6, con i Jazz a effettuare una rimessa con pochi secondi sul cronometro e sotto di 2 lunghezze. Pippen in tuffo rubò palla e lanciò il contropiede di Kukoc, che schiacciò il 90-86 per il 5° titolo di Chicago. La stagione successiva però non fu affatto felice, a causa di un infortunio che lo tenne lontano dal campo per gran parte della regular season. I Bulls faticarono vistosamente, ma con il ritorno di Pippen si rimisero in carreggiata verso il titolo appena in tempo per i playoffs. La squadra dovette lottare molto di più del previsto, inoltre voci interne di un quasi certo ritiro di Jordan, la partenza di Phil Jackson, Dennis Rodman, Ron Harper e dello stesso Pippen in scadenza di contratto, non giovarono ai Bulls, consapevoli che quello sarebbe stato il loro ultimo campionato con quella formazione. Le Finali di Conference contro i Pacers furono massacranti e dopo averla spuntata alla settima partita, Chicago finì nuovamente fra le fauci di un vecchio nemico, pronto per scacciare i fantasmi del passato. I Jazz si fecero trovare pronti ed affamati, vincendo la prima partita misero un primo importante tassello per vincere la serie ma con il cuore proprio solo ai grandi campioni, i Bulls risorsero inspiegabilmente in gara 2, vincendola. Trasferitasi a Chicago, la serie non cambiò volto: i padroni di casa affondarono Utah con un distacco di 42 punti in gara 3 e prevalsero anche in gara 4. Sul 3-1 la città mise in fresco lo spumante. Gara 5 si sarebbe giocata allo United Center, dove i Bulls non perdevano una partita di Finale da gara 1 del 1991. Ma agli Dei del Basket piace divertirsi. Karl Malone giocò una partita straordinaria, mentre proprio Pippen siglò la sua peggior performance di playoffs, con un deludente 216 dal campo. I Jazz, guidati da The Mailman e dai punti decisivi di Antoine Carr, agguantarono gara 5 e la serie tornò a Salt Lake City per gara 6. Scottie arrivò alla sesta partita in condizioni disastrose, a causa di gravi problemi alla schiena che non gli permisero nemmeno di camminare correttamente, figuriamoci di giocare una partita di finale NBA. Lo staff medico dei Bulls fu preoccupato, la squadra anche, finchè grazie a qualche manovra fisioterapeutica, la preparatrice atletica di Scottie riuscì a rimetterlo in condizioni di scendere in campo. Sebbene estremamente limitato, Pip giocò minuti fondamentali per i suoi ma purtroppo il dolore alla schiena non gli permise di stare in campo a lungo. Con il numero 33 in difficoltà fisiche, i Bulls dovettero sudarsi quella vittoria, che avvenne di 1 solo punto e con la partita più leggendaria della carriera del numero 23. I Bulls vinsero così il sesto titolo, inanellando il secondo 3-peat. Fu la fine di un’Era, la fine di una squadra.
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Pippen non firmò nuovamente con Chicago, al culmine di troppi dissapori con la proprietà. Uno dei punti cruciali della questione fu il proprio stipendio, di parecchio inferiore alla media della NBA; il fatto che molti giocatori certamente meno forti e meno determinanti di lui prendessero a volte il doppio del suo salario convinse Scottie che era il momento di cambiare aria. Volò così a Houston per giocare brevemente con i Rockets, dove durò poco a causa di divergenze con i compagni di squadra, Charles Barkley in primis. Approdò dunque ai Blazers dove tentò di vincere un altro anello, mancandolo per un soffio, perdendo gara 7 delle finali di Conference del 2000 contro i Lakers di Kobe e Shaq. Scottie si trovò qui al termine della sua carriera, in una squadra che non riuscì a raggiungere nuovamente la vetta. Nel 2003 rifirmò per 1 anno con i Bulls con i quali giocò solo 23 gare a causa infortuni. Decise a questo punto di ritirarsi. La sua maglia fu issata al soffitto dello United Center, proprio accanto a quella di Michael, proprio vicino a quei 6 stendardi di campioni NBA che lui stesso ha portato alla città, con la sua leadership silenziosa, dietro le quinte, grande cuore e grande costanza.
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Chi, come chi scrive, è cresciuto guardando la NBA negli anni ’90 potrebbe tranquillamente dire di “esser venuto su a pane e Michael Jordan”, sicuramente conscio del fatto che Pippen non avrebbe mai vinto 6 titoli senza Jordan, ma anche e soprattutto che Michael non ne ha mai vinto nemmeno 1 senza Scottie. Auguri Afroman!  

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