Vite da NBA: Shaquille O’Neal

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Prefazione: Quando si parla di Shaquille O’Neal, non si tratta “soltanto” di uno dei cestisti più forti che la palla a spicchi e i suoi spettatori abbiano mai visto. Si parla di un’icona, che trascende e travalica i paletti cestistici, ma anche sportivi. Si parla di un personaggio, più che di un cestista. E su di lui sono stati scritte decine e decine di libri, migliaia di pagine, girati film e creati giochi. Il nostro obiettivo con questo articolo quindi non sarà né farne una normale biografia, né un elogio con scanner dei risultati raggiunti – le potete trovare su Wikipedia o BBallReference – ma parlarvi dell’uomo e del personaggio Shaq con un filo conduttore: il Leitmotiv, che – speriamo – dia unità alla storia, e vi illustrerà una faccia poco calcata della sua vita, sarà il rapporto con il suo padre naturale.

 

(“Biological didn’t bother”, ovvero “il padre biologico non si curò (di me)”)

Shaquille Rashaun O’Neal nasce a Newark, New Jersey, esattamente 43 anni fa. Appena partorito, pesava un ordinario 3.48 kg, nel sistema imperiale britannico, usato anche negli Stati Uniti d’America, pari a 7 libbre e 11 once. Sette e undici, due numeri fortunati nei giochi di dadi: per questo la madre, Lucille, pensava che fosse un bimbo fortunato, e sottolineò questa speranza chiamandolo “Shaquille Rahaun”, due parole islamiche che significano “piccolo guerriero”. Dopo 43 anni possiamo con certezza affermare che la prima parte della profezia non si sia “propriamente” avverata. Lucille, però, non era musulmana, né lo era il padre biologico, Joe Toney: a Newark però, specie nei quartieri più poveri, era attiva una comunità di islamici, che aiutava le famiglie e i ragazzi in difficoltà. Sicuramente era in difficoltà Joe, appena inscritto alla Seton Hall University, che subito abbandonò Lucille e il piccolo e venne arrestato dopo pochissimo tempo per problemi di droga e mandato alla prigione di Lexington, Kentucky. Da allora per Shaq è un uomo morto, non esiste, come non è mai esistito quando era piccolo e in difficoltà, quando aveva davvero bisogno di una figura paterna. Joe lo vedrà, da lontano, sei anni dopo la sua nascita: appena uscito dalla prigione infatti volle incontrarsi con il nuovo marito di Lucille, Phil Harrison, che aveva sposato la madre di Shaq quattro anni prima, portando entrambi nella sua casa, di gran lunga migliore rispetto al modesto appartamento a sette stanze della madre di Lucille, dove vivevano tre generazioni diverse e, leggendo l’autobiografia di Shaquille, anche qualche fantasma. In quel parco dei sobborghi di Newark decise di concedere i diritti legali del figlio a Phil, che diventerà una pedina importantissima per la crescita di Shaquille. La sua impostazione militare (durante l’infanzia del piccolo raggiunse il grado di sergente riserva) determinò il tipo di educazione inferto a Shaq: sì, inferto. Con molto più bastone che carota. Con colpi di cinghia e cintura quando lo faceva innervosire, come quando in classe interrompeva la lezione per ballare breakdance sul pavimento. La break, la sua prima passione, e forse tutti noi lo ricordiamo ballare all’All-Star Game:

 

A quel tempo però ballava soprattutto per catturare l’attenzione: il piccolo Shaquille, nonostante l’amore di Lucille, si sentiva solo e poco curato, oltre che sfortunato rispetto ai suoi coetanei, spesso figli di ufficiali di più alto grado. Come quando bruciò nel camino un suo pelouche, o come quando, in uno dei soggiorni in appartamenti nel campo militare dove il padre era in servizio militare, fece partire l’allarme incendiario nell’intero accampamento, e fu tenuto in “ostaggio” fino all’arrivo di Phil. Come quando, a sei anni, per imitare il suo idolo Superman saltò da un albero con esiti poco felici: frattura del polso e funzionalità della mano parzialmente compromessa, tanto da condizionare il suo gioco. Era un ragazzo difficile, e come se non bastasse vi era un altro problema: il pargolo iniziava a crescere. A 13 anni era un metro e 95 centimetri e continuava ad allungarsi: come ricorda il padre con un sorriso: “I pantaloni comprati il sabato gli andavano piccoli il venerdì successivo.”, e a volte i vestiti fatti inviare da oltreoceano arrivavano quando già erano troppo piccoli. Non è però il sorriso di Joe Toney, con la mandibola leggermente bassa, quel sorriso trasmesso con la genetica, la quale non abbandona i suoi prodotti, a Shaquille, e divenuto nel tempo icona dell’NBA.

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Shaq non si abituò subito al suo corpo: era goffo, impacciato nei movimenti, e la cattiveria dei compagni di classe, che per il suo essere imbranato lo soprannominarono “Sasquatch”, lo portò spesso a doversi affermare con la forza. Vi era infatti l’ennesimo problema: ogni anno, o al limite ogni due, suo padre veniva trasferito in una nuova base e Shaq e Lucille dovevano fare le valigie e partire. Proprio per questo Shaq da piccolo non ebbe mai grandi amici, anzi, proprio quando iniziava a legare con qualche suo compagno di classe, era arrivato il momento di trasferirsi: prima Bayonne, poi Eatontown, sempre New Jersey, poi Ft. Stewart, California e addirittura in Germania, a Wiesbaden e poi a Wildflecken, e nuovamente negli Stati Uniti, in New Jersey e a San Antonio, dove frequentò l’high school. E dovette ripetere un anno scolastico, come se non bastassero le sue enormi difficoltà di integrazione. E aveva due nomi “strani”: ah! quante volte da piccolo ripudiò quel “Shaquille”, imprecando per non esser stato chiamato Joe, o Nick, o Tim, nomi “normali”. Ma Shaq non era una persona normale, qualunque, uno dei tanti. E i problemi non potevano fermarlo: in fondo era un guerriero, lo diceva il suo stesso nome.

Nel frattempo conosceva la palla a spicchi, grazie alle lezioni del padre Phil appena dopo pranzo, con lunghe sessioni di gioco in post, che lo portava anche al palazzetto a vedere… Jon Koncak. “Guardalo, Shaq, guardalo. Questa pippa qui, sai perché viene chiamata ‘Jon Contract’? Ogni anno prende 13 milioni di dollari, più di Bird e Magic. E lo fa senza saper giocare, guardalo. Non ha un movimento in post, e si intasca 13 milioni all’anno.” Poi, puntandogli l’indice sul petto: “Anche tu puoi arrivare a quel livello; non di gioco, puoi diventare molto più forte, ma puoi guadagnare altrettanto se arrivi nell’NBA, per questo ti devi impegnare al massimo”. E magari dopo a casa non gli puntava contro solo l’indice. Per un anno intero infatti Shaquille fu in punizione: la sua vita divenne scuola-casa, casa-scuola, e nient’altro, e manco a farlo apposta la scuola era di fronte casa. Poi, quando andò in Germania, finalmente iniziò a cambiare atteggiamento: lontano da droga, alcool –aveva infatti paura che lo uccidessero, afferma con un certo orgoglio, e poi la birra non gli piaceva- iniziò anche ad evitare le lotte, ad ascoltare maggiormente gli insegnanti, e, cosa molto importante per noi appassionati, a giocare esclusivamente a basket.

Il padre infatti gli insegnava, parallelamente alla pallacanestro, anche il football: il ruolo in cui Shaq spiccava era l’halfback, per i non addentro il giocatore più agile e scattante della squadra, fondamentale con la sua corsa per il buon esito dell’attacco. Ma come, parliamo dello stesso Shaquille O’Neal? Yes, sir! Peraltro era davvero bravo, tant’è che smise proprio per questo: essendo superiore fisicamente ai suoi avversari, ancor di più nel momento in cui arrivò in Germania, era spesso vittima di brutti falli, che colpivano le sue ginocchia, affette dalla Sindrome di Osgood-Schlatter, che interessa soprattutto sportivi nella fase adolescenziale e che è spesso molto dolorosa. Questa patologia, che Shaq curò a forza di pillole contenenti calcio e tanto latte, gli rese difficoltoso anche il percorso nella pallacanestro: nonostante l’altezza quasi sui due metri, non riusciva a saltare (e per tutto il periodo dell’high school raggiungeva soltanto 38 cm di elevazione), schiacciare, non riusciva insomma a sfruttare tutte le potenzialità del suo fisico. Tant’è che il coach lo escluse dalla squadra a 15 anni: “aveva i piedi troppo grossi ed era troppo impacciato”. Tant’è che schiacciò per la prima volta per caso: una bimane davvero debole e scoordinata, nulla in confronto rispetto a quello che in seguito farà, come distruggere letteralmente almeno 5 canestri in carriera, ma era una schiacciata. Ed esultò come dopo l’alley oop in gara 7 vs Portland, correndo nel palazzetto, ma non verso i tifosi e le telecamere, ma verso i compagni di squadra che, girati, non l’avevano visto schiacciare. E non lo vedranno schiacciare per altre due settimane, visto che i successivi tentativi furono dei clamorosi fiaschi.

 

 

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1989: è l’anno di Ritorno al futuro pt.2, ed è da Doc e Marty che prendiamo in prestito la macchina del tempo per assaporare quell’anno magico. La Robert G. Cole High School di San Antonio, Texas, è alla terza stagione con il miglior centro titolare che si sia mai visto in campo: un 17enne che sfiorava i due metri e cinque, con scarpe di numero 53 e che dominava come nessuno mai prima. Basti pensare che i Coguars con lui in campo vinsero nei tre anni 68 partite su 69. Cifre? Nell’ultimo anno 32 punti, 22 rimbalzi e 8 stoppate ad allacciata di scarpe. Trascinerà i suoi compagni al titolo di Stato, e la finale venne trasmetta in diretta nazionale. A 3000 km di distanza, in un bar malfamato del New Jersey, Joe Toney guarda la partita, e lo riconosce subito. Esclama al barman e ai presenti: “Lo vedete quel ragazzone che sembra 5 anni più grande degli altri? Quello è mio figlio, lo giuro!”. “Pff, Joe, sei ubriaco: troppe Bud stasera!”. Nessuno nel locale gli credeva: non era la prima volta che un avventore del locale, dopo aver alzato il gomito svariate volte, “rilasciava” improbabili dichiarazioni. E oltretutto si chiamava Joe Toney, non Tom o Jack O’Neal. Quello però era davvero suo figlio. Ma, farebbe da contraltare lo stesso Shaq, non era suo padre. Il vero padre era Phil, che lo motivava sempre, con risultati spesso evidenti; dopo l’ennesima sfuriata del militare, Shaq decise che era abbastanza e ne mise 52 contro Lubbock.

 


1992

Shaq è al terzo anno alla Louisiana State University, e si è già dichiarato per l’NBA Draft 1992, in quanto non poteva ignorare le richieste dei pro team. Complice una media di 27.6 punti, 14.7 rimbalzi e cinque stoppate a partita, l’anno prima venne premiato come miglior giocatore NCAA. I risultati di squadra però non saranno mai alla sua altezza, per demerito dei suoi compagni di squadra, di diverse spanne inferiori: il compagno di squadra più forte, Chris Jackson (ora Mahmoud Abdul-Rauf), oltretutto, entrò nell’NBA già nel 1990, e l’ala grande Stanely Roberts abbandonò nello stesso anno il college. Dal suo secondo anno, quello del premio, tutte le responsabilità premevano su Shaq, che rispose alla grande. Tim Povtak, dell’ Orlando Sentilel, lo definì “la fusione fra Patrick Ewing e Karl Malone”,  mentre il coach della Georgia Hugh Durham, sentenziosamente, affermò “è una montagna di muscoli indifendibile”. E poi era anche il migliore della squadra a scuola, dove manteneva una media di un solo punto inferiore al massimo. Nell’inverno del suo ultimo anno però una telefonata sembrò mettere in crisi il castello perfetto che Shaq stava costruendo con impegno e dedizione. “Ehi, Shaq, c’è un tale Joe Toney al telefono, dice di essere tuo padre e vuole parlare con te” “Chiudi ORA la chiamata! Non voglio saperne nulla di quell’uomo”. Joe, per l’ennesima volta, vide troncato il suo tentativo di ristabilire il contatto, di ricucire il filo rosso che li collega.

 

 

With the first pick of the 1992 NBA Draft, the Orlando Magic select… Shaquille O’Neal, from LSU” Prima reazione: sorriso, pollice sul petto e “it’s me, it’s me”. La sorpresa è solo di facciata: era dato prima scelta assoluta da tutti gli esperti, nonostante la presenza di altri due lunghi di livello assoluto, Alonzo Mourning (scelto da Charlotte) e Chris Laettner (scelto dai T’Wolves). L’esordio è contro i Miami Heat: da allora tutto il 1992 fu una lunga sfida fra Shaq e Alonzo, due centri destinati a dominare, seppur in misura diversa. Già nella terza partita della sua carriera il prodotto di LSU segnò 35 punti; due giorni dopo concluse con 31 punti e 21 rimbalzi: i lavori estivi con Kareem Abdul Jabbar e Bill Walton per migliorare il suo gioco offensivo diedero i loro frutti. Proprio Walton dirà “Per certi versi mi ricorda Barkley: ha quella velocità, quell’esplosività che è difficile da trovare in un lungo della sua stazza. Questo ragazzo, se riesce a controllare se stesso e la sua forza, può diventare il migliore

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Mentre dominava sul parquet –a fine stagione vincerà il ROY con cifre pazzesche (23.4+14+3.5blks)-, iniziò a diventare un’icona, un personaggio inconfondibile nel panorama di Orlando, tanto da esser definito da Scott Poulson-Bryant nella rivista Vibe “più grande di Mickey Mouse” che, fino ad allora, dall’alto del DisneyWorld, dominava la metropoli della Florida. Nel momento in cui calcò per la prima volta l’Amway Arena, aveva, oltre al contratto da rookie, un accordo da 13 milioni di dollari per la Pepsi, un contratto da 15mln$ in cinque anni con la Reebok, che cercava una figura da contrapporre a Jordan per la Nike, e un totale di altri 20-25 milioni di verdoni per contratti con Kenner, Spaulding e Scoreboard. Insomma, non se la passava mica male. Ma non puoi reggere a tanti contratti, a tante aspettative, a tanta pressione se non hai una testa a posto: proprio per questo Shaq non finirà mai di ringraziare Phil Harrison per la sua educazione. “L’importante non è avere i soldi, ma è essere educati al fine di mantenerli” affermerà in seguito. E, detto da un signore che spese un milione di dollari nei primi 30 minuti della sua carriera professionistica, dimostra la sua crescita. Joe, dove sei Joe? Dove sei stato? Era lì, sopra al corridoio per la locker-room del palazzetto di una gara interna dei Magic. Era lì, ad aspettarlo, dopo aver preso un volo solo per vederlo. Ma Shaquille uscì dall’altra parte.

 

 

2002 Finals: Los Angeles Lakers vs New Jersey Nets.

I LAL sono alle terze finali di fila, e sognano il three-peat: lo sogna soprattutto il numero 34, quel Shaquille O’Neal che nel 2000 e 2001 aveva vinto l’MVP delle finali, e aspirava al terzo, dominando come mai nessuno prima e scacciandosi le critiche di incostanza nei momenti decisivi di quando giocava a Orlando, lasciata da free agent nel ‘96. Il suo stile di gioco era disarmante: ogni qual volta riceveva palla in post basso, potevate già contare due punti in più. O uno in alternativa se lo mandavano in lunetta preventivamente (ah, maledetto 52% dalla linea della carità). E se riceveva palla nel pitturato, nel post profondo, concludeva facilmente con la tripletta due punti+poster+and one. In gara uno ne segna 36 (con 16 rimbalzi): vittoria Lakers. In gara due sono 40 (con un incredibile 12 su 14 dalla lunetta) e vittoria dei LAL di addirittura 23 punti. In gara tre si va in New Jersey. L’associazione è facile: il suo luogo di nascita. La deduzione ancora più facile: Joe Toney, che viveva ancora nello stesso appartamento a Newark. Ancora una volta però le luci dei riflettori sono puntate tutte su Shaquille, che domina (34.5+10.5 nelle due partite a New Jersey) e, sweepando gli avversari, vince il suo terzo MVP delle finali di fila. Per Joe solo rimpianti e commiserazione. Bill Russell dirà: “Bene, dicono che io sia il più grande centro difensivo della storia. Contro questo Shaquille, non avrei speranze. Zero. Naught”. E aveva sicuramente ragione: mai tanta potenza fisica fu abbinata a mani da pianista e tecnica sopraffina.

 

 

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Epilogo: Negli USA vanno molto di moda i “What if”. E se Shaq fosse rimasto ai Lakers? Se non avesse avuto la faida con Kobe? Se avesse voluto mantenersi sostanzialmente in forma, invece di tornare dopo ogni offseason con almeno 20 kili di troppo? Probabilmente avrebbe vinto ad oltranza a tavolino per manifesta superiorità. Perché sì, vincerà un titolo con gli Heat, ma da contraltare a Wade; risulterà decisivo ai Suns, e un po’ meno ai Cavs e ai Celtics, ma nonostante i numeri comunque buoni non era affatto il vero Shaquille O’Neal. O forse sì? Nella prefazione ho parlato di un Shaq unico nel suo genere, fuori da ogni categoria, da ogni standard, da ogni stigmatizzazione. Ed è nella natura insita del suo personaggio, della sua icona che va ricercata la vera risposta: certo, avrebbe molti più anelli al dito, qualche record e titolo in più –se quelli già vinti non gli bastavano-, ma non sarebbe stato SHAQ. Auguri, e grazie per questi intensissimi 43 anni e, cari lettori, perdonateci la lacrimuccia, ma non esisterà mai più uno come lui:

 

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