Vite da NBA: “Super” Mario Elie

di Simone Efosi

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Lo chiamavano “The Jedi” al campetto della “sua” New York, presso Central Park, dove giocava dando spettacolo già da ragazzino. Mario Antoine Elie e il suo incredibile talento, nascono nella Grande Mela il 26 novembre 1966. La madre lo chiama “Mario” in onore al cantante lirico Mario Lanza e fin dalla giovanissima età comincia a coltivare la sua passione per il basket. Frequenta l’high school presso la Power Memorial Academy, la stessa di Kareem Abdul Jabbar, trovandosi in squadra con il futuro hall of fame Chris Mullin e, una volta cresciuto, sceglie per il suo percorso universitario, l’ American International College proprio nel paese che ha dato i natali al Gioco: Springfield MA. Naturalmente ai talent scout NBA non sfugge la versatilità di Mario, che viene scelto con la chiamata numero 160 dai Milwaukee Bucks. Purtroppo però l’inizio non è dei migliori e occorre aspettare il 1990 per vederlo calcare un parquet della Lega massima, dopo aver concluso una parentesi in Irlanda, Portogallo, Argentina, in WBL (tornato negli States) e CBA. Finalmente arriva il suo turno in NBA, con la maglia di Philadelphia che lo gira dopo poche partite ai Golden State Warriors, dove ritrova il compagno di high school Chris Mullin per un paio di stagioni. Nel 1992 viene ceduto ai Blazers, dai quali parte l’anno successivo per approdare agli Houston Rockets di coach Rudy Tomjanovic… e qui la sua carriera decolla! Houston ha una squadra meravigliosa, schiera giocatori di livello pazzesco come Robert Horry, Sam Cassell, Kenny Smith e Otis Thorpe… e se il tuo Centro si chiama Hakeem Olajuwon e vince nella stessa stagione il premio come MVP e Miglior Difensore, volare in vetta alle classifiche e ai playoffs è un gioco da ragazzi. Giusto? Sbagliato. Dopo aver archiviato la pratica Blazers al primo turno senza troppi problemi, i Rockets giungono tra le fauci dei Suns che non più tardi di 1 anno prima hanno dato più di qualche grattacapo a Jordan e i Bulls in un’edizione indimenticabile delle NBA Finals. Con Michael a giocare a baseball e i Bulls non proprio irresistibili, Phoenix pensa di poter arrivare fino in fondo. La serie è furibonda e prosegue fino alla settima partita, dove Houston riesce ad avere la meglio sugli agguerriti avversari. Il passaggio successivo sono gli Utah Jazz, che non possono nulla contro la corazzata texana e dopo 8 anni di assenza, i Rockets tornano alle Finali, dove ad aspettarli ci sono i New York Knicks. La serie è meravigliosa, intensa, spietata e dall’esito incerto fino alla fine, con Houston ad alzare il titolo NBA dopo 7 incredibili partite e con Mario Elie a fare da vero e proprio fattore a sorpresa, soprattutto in attacco, in aggiunta a Kenny Smith, Vernon “Mad Max” Maxwell e Hakeem Olajuwon.
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La stagione 1994-95 è una mezza incognita per Mario e il resto della franchigia texana. Trovandosi a difendere il titolo appena conseguito, i Rockets perdono la concentrazione proprio quando sembravano intenzionati a volare fino al “Back to back” senza alcuna esitazione. Comincia un periodo in cui i campioni in carica perdono parecchie gare e quando a batterli sono i Los Angeles Clippers, allora all’ultimo posto assoluto nella intera NBA, diventa chiaro che un cambiamento è necessario. Tutti, compreso Mario Elie, sono nel mirino per un eventuale scambio, che arriva dopo la pausa per l’All Star Game portando in Texas nientemeno che Clyde Drexler, riformando il magico duo “Phislamajama” dell’Università di Houston, composto da lui e Olajuwon. La benzina torna a scorrere nelle vene dei Rockets, che pagano il dazio di tante difficoltà in stagione, approdando ai playoffs con la posizione numero 6. Definire incredibile quella post-season sarebbe riduttivo, visto che Houston cavalca fino alle Finals compiendo delle rimonte pazzesche durante molte delle gare giocate. L’esempio più lampante è il re-match dell’anno precedente con i Phoenix Suns. Guidati da Barkley, Kevin Johnson e Dan Majerle, la squadra dell’Arizona è in vantaggio 3-1 nella serie, proprio quando i campioni in carica si risvegliano vincendo le successive 2 gare e portando la resa dei conti alla settima. Mancano una manciata di secondi al termine e con il punteggio a favorire i Suns, è proprio Mario Elie a prendere e segnare il tiro che risolve la serie. Con una tripla a 7 secondi dalla sirena, Super Mario archivia la pratica a favore di Houston e, girandosi verso la panchina avversaria, lancia un bacio sbeffeggiatorio agli attoniti Suns. Quel gesto viene poi battezzato ed è tutt’ora ricordato come “The kiss of death”. https://www.youtube.com/watch?v=wfhhBN9L8Sg Eliminando nella serie successiva gli Spurs, i Rockets tornano alle Finals dove ad aspettarli ci sono i giovani Orlando Magic. Tutta la serie è una vera e propria dimostrazione di carattere per la squadra texana, che risolve la serie per 4-0, rimontando parziali a sfavore a volte considerevoli. Mario Elie ha di che essere orgoglioso, soprattutto in quanto in queste Finali registra 16,3 punti a incontro, quasi il doppio che nel resto della stagione con il 64% dal campo e un importante 7/10 da 3 spalmato tra le gare 3 e 4. Dopo esser diventato per la seconda volta campione NBA, Mario passa  altre 2 stagioni a Houston, dove però non otterrà vittorie significative, combattendo saltuariamente con qualche infortunio. Nel 1998 viene infine ceduto ai San Antonio Spurs. L’anno successivo, nella stagione NBA più controversa della storia, a fianco a David Robinson e al rookie Tim Duncan, raggiunge un’altra volta il palcoscenico più importante di tutti, riuscendo a infilare un altro anello alla mano, battendo in finale dei New York Knicks dotati di un grande Latrell Sprewell. Dopo un paio di stagioni in maglia Spurs, va a Phoenix per il canto del cigno della sua carriera, con oltre 6000 punti segnati in 732 partite. Nel 2007 viene inserito nella New York Basketball Hall of Fame e comincia la carriera di vice allenatore, che comincia a Dallas, per poi passare da Sacramento e New Jersey.

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