Wilt Chamberlain, una vita senza limiti

Wilt Chamberlain, una vita senza limiti

Wilt Chamberlain nasceva 81 anni fa. Il più incredibile giocatore che abbia calcato un campo da basket, impossibile da riassumere…

di Massimo Tosatto

“Nobody loves Goliath”
Wilt Chamberlain

Niente spiega il mistero di Wilt Chamberlain più di un aneddoto riportato da Paul Arizin, l’Hall of Famer suo compagno di squadra ai Warriors ancora di Philadelphia.

Paul, già  nonno, aveva un nipote disabile, grande fan di Wilt Chamberlain. Quando il ragazzino seppe che il nonno aveva giocato con Wilt, gli chiese se potevano scrivergli e farsi mandare l’autografo. Paul, sempre timido, disse che forse Wilt nemmeno si ricordava di lui, ma alla fine cedette alle insistenze di suo nipote e gli scrisse. Wilt rispose in modo entusiasta e scrisse personalmente al nipote di Paul Arizin. Al cinquantesimo anniversario della NBA, quando sia Arizin che Wilt entrarono nella selezione dei 50 giocatori più forti, Paul andò all’All Star Game con suo nipote. Wilt, vedendolo, prese personalmente la sedia a rotelle e lo portò dove si trovavano tutti gli altri grandi giocatori, facendo in modo che tutti firmassero il pallone che poi diede al nipote di Paul Arizin.

E dire che Wilt e Paul non erano amiconi nella NBA della fine degli anni ’50. Non che molti lo fossero, di Paul, notoriamente un carattere un po’ chiuso, cresciuto nell’impresa di pompe funebri dei genitori. Ma di Wilt, un po’ tutti lo erano. Perché non si poteva non essere amici di Wilt Chamberlain.

Wilt nacque a Philadelphia 81 anni fa. Dopo un’infanzia fragile, morendo quasi di polmonite, crebbe in fretta, arrivando a 1 metro e ottanta ad appena 10 anni. All’ingresso alla High School era quasi due metri e dieci e, grazie a un incredibile atletismo, imponeva la sua statura coniugata a un’incredibile velocità e un’elevazione non comune.

Da ragazzo Wilt amava l’atletica. Correva i 400 e gli 800, saltava due metri in alto e si dilettava nel getto del peso. Questo gli permise di non diventare il classico lungo goffo e lento, ma di crescere armonioso e leggero, diventando la più letale macchina cestistica di sempre.

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Auerbach mise gli occhi su Wilt, tanto che gli chiese di fare un 1 contro 1 contro B.H. Born, il pivot di Kansas. Wilt vinse 25 a 10 e convinse il povero Born a non seguire la carriera professionistica. Auerbach lo pressò per fargli frequentare una Università  del New England, perché a quei tempi esistevano i draft territoriali per giocatori universitari, per cui, se un atleta frequentava un college entro 60 miglia dalla sede della squadra, poteva essere scelto preferenzialmente da quella squadra

Wilt non rispose. Era uno che non potevi letteralmente forzare a non fare nulla. Dotato di un carattere e di un’autostima infiniti fin da ragazzo, sapeva perfettamente cosa voleva, e non voleva impegnarsi in anticipo per una squadra.

A Philadelphia, non potevi parlare di basket senza pensare a Eddie Gottlieb. Anche Eddie, il mammasantissima dei Philadelphia Warriors, oggi Golden State, mise gli occhi addosso a Wilt alle scuole superiori, ma non poteva scegliere per primo, in quanto i Warriors erano una buona squadra.

Eddie, allora, propose di estendere il draft territoriale anche alle high school. Difficile dire se gli altri proprietari non fiutassero qualcosa o lo lasciassero semplicemente fare, ma Gottlieb poté così piazzare il suo colpo migliore e acquisire senza colpo ferire i diritti su Wilt.

Chamberlain, dopo la carriera alle scuole superiori, fece un anno da freshman a Kansas, quando i primi anni non potevano giocare, poi un sophomore in cui alla prima partita segnò 52 punti e prese 31 rimbalzi. Un talento fisico superiore, ma anche una grande intelligenza cestistica, una varietà infinita di movimenti e la sostanziale limitatezza dei suoi avversari, lo aiutavano a produrre quei numeri.

Nel 1957 perse la finale NCAA contro la North Carolina di Frank Mc Guire, e decise di lasciare il basket universitario. Quell’anno, Kansas giocò a Dallas, in un ambiente ancora segregato, e successivamente a Oklahoma City, nelle stesse condizioni. Gli insulti del sud furono un forte shock per Wilt, che si trovò per la prima volta in un ambiente in cui non aveva il controllo della situazione.

Ma nel 1958 Wilt non poteva ancora entrare nella NBA, perché secondo le regole gli spettava ancora un anno di università . Abe Saperstein, il proprietario degli Harlem Globetrotters, lo prese allora per 50.000 dollari e con lui fece una tournè mondiale che arrivò fino a Mosca.

Quell’anno agli Harlem fece molto per la sua leggenda. Il pubblico europeo vide il più grande giocatore del mondo muoversi con una grazia e una leggerezza non immaginabili. Chi pagò il biglietto allora spese bene i suoi soldi, e Wilt stesso poté per la prima volta uscire dagli States.

L’anno successivo Eddie Gottlieb fece finalmente valere il suo draft territoriale e portò Wilt ai Philadelphia Warriors. Il tira e molla con Saperstein fu deleterio per l’amicizia tra i due grandi organizzatori del basket dei primi anni del ‘900. Abe non perdonò mai a Eddie di avergli “rubato” Wilt. I rapporti tra Saperstein e Gottlieb erano sempre stati profondi, tanto che i Washington Generals, gestiti da Ralph Klotz, un ex giocatore di Gottlieb, altro non erano che l’ultima incarnazione degli SPHAS, la squadra degli ebrei di Philadelphia, campioni degli anni 20 e 30.

Wilt entrò nella NBA con la delicatezza di un turbine monsonico. Nessuno era in grado di marcarlo. Per giocare a Philadelphia, prese in affitto un attico a Manhattan e si presentava regolarmente alle partite, dominandole. Aprì un night club a Harlem, e passava la maggior parte delle notti gozzovigliando, continuando quella frenetica vita sessuale che lo portò a calcolare di aver avuto almeno 20.000 donne.

Nella vita di Wilt tutto è eccessivo, tutto è fuori dimensione. Le notti insonni non intaccavano la sua mostruosa capacità  in campo, anche grazie a una personale avversione per l’alcool e sostanze stupefacenti.

Nel 1961-62, Wilt tenne la media, di 50,4 punti a partita. Giocando 48,5 minuti a partita. Ma ancora più incredibile sono le sue 17 partite “sotto” i 40 punti. E solo 2, sotto i 30. I l2 marzo del 1962, a Hershey, Wilt segna 100 punti in una partita contro i New York Knicks. In una serata inspiegabilmente felice ai liberi, segna 28/32, segnando 36 tiri dal campo.

Non si capisce bene come sia possibile. Non fu un record cercato o voluto: non c’erano telecamere a riprendere. A un certo punto, i Warriors capiscono che qualcosa sta succedendo, e riforniscono Wilt di ogni possibile pallone. Allo scoccare del centesimo punto, la folla si riversa sul campo, eccitata come se avesse visto l’ammaraggio lunare.

Negli spogliatoi, Harvey Pollack scrisse un 100 a pennarello su un foglietto e lo diede a Wilt. Paul Vathis, un fotografo premio Pulitzer, che lavorava per l’Associated Press, e aveva solo accompagnato suo figlio a vedere la partita, prese la macchino fotografica e scattò una delle foto più iconiche della storia del basket.

Ma, al tempo stesso, Wilt non vinceva. I Boston Celtics del suo amico-nemico Bill Russell, sbarravano la strada a est, e i Warriors perdevano con loro infuocate finali di conference. Nel 1963 la squadra venne venduta a un gruppo di investitori di San Francisco, per 600.000 dollari, dopo che, dieci anni prima, Gottlieb l’aveva comprata per 25.000.

da si.com
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Ma le cose non cambiarono nemmeno a ovest, tanto che un frustrato Wilt chiese lo scambio e tornò a Philadelphia, ai 76ers, dove trovò uno squadrone fortissimo, con Billy Cunningham e Hal Greer.

Paradossalmente, Nate Thurmond, che lo sostituì ai Warriors, portò in finale proprio la squadra di San Francisco. La serie del ’67 fu durissima, ma i 76ers vinsero, permettendo a Wilt di “chiudere” il conto personale con la città  di Philadelphia.

I tempi stavano cambiando, nuovi centri entravano nella lega, mettendo in dubbio la supremazia di Wilt. Dal canto suo, Chamberlain cambiò il suo gioco, diventando un difensore insuperabile e divertendosi a passare la palla meravigliosamente. Nel 1968 vinse la classifica degli assist sfornandone ben 702, unico centro della storia.

Alla fine di quell’annata, in un altro incrocio della storia, Wilt fu scambiato con i Lakers, che, tra gli altri, diedero a Philadephia Darrall Imhoff, il centro che lo marcò la sera dei 100 punti.

A Los Angeles Wilt giocò con Jerry West, Gail Goodrich, Elgin Baylor, e perse una finale contro i Celtics nel 1969, una contro i Knicks nel 1970 e una finale di conference nel 1971 contro i Bucks di Kareem. La sua carriera cambiò, infortuni muscolari e ossei limitarono la sua straordinaria atleticità e dovette modificare il suo gioco. Bill Sharman, l’allenatore nominato nel 1971, lo trasformò in un difensore in post basso, capace di far partire il contropiede grazie alla sua abilità  di passatore.

La squadra dei Lakers del 1972 è l’ultimo passaggio della leggenda per Jerry West. Lo straordinario playmaker della squadra americana a Roma 1960, sconfitto in infinite finali contro i Celtics, agganciò il treno della vittoria in una delle ultime stagioni, vincendo ben 33 partite consecutive nella più grande serie di vittorie di una squadra NBA.

Ma il 1972 fu il canto del cigno della generazione entrata nella lega all’inizio degli anni ’60. Wilt farà ancora un anno, poi il ritiro, il contratto abortito con i San Diego Conquistadores della ABA e l’impegno per la pallavolo professionistica, in cui giocò e fu presidente della lega.

In una vita oversize come quella di Wilt c’è poi posto per il cinema, con la serie di Conan, al fianco di Arnold Schwarzenegger, la politica, era un fervente repubblicano che votava per Nixon, e per una casa da mille e una notte, in cui viveva solitario con i suoi gatti e i cani e in cui conduceva le sue infinite avventure amorose.

Che un uomo come lui morisse da solo, in un letto, per un infarto, è forse il finale meno atteso. Solo in casa, dopo che problemi al cuore gli avevano fatto perdere 30 chili, Wilt fu colto da un infarto nel cuore della notte.

L’uomo che aveva illuminato il mondo con la sua forza, il basket con dei record indistruttibili, rimorchiato un numero indefinito di donne, non lasciò nulla dietro di sè, se non ricordi indelebili in chi lo aveva visto, giocato contro e a favore.

Dopo tutta questa vita vissuta sotto i riflettori, qualcosa di Wilt rimane imprendibile. Nessuna donna che lo abbia amato si è mai sentita davvero riamata, come se Wilt fosse troppo impegnato a dare se stesso a tutti quelli che li circondavano, per potersi fermare. Un idolo, un dio dello sport fin da ragazzino, Wilt non deragliò mai, riuscendo a conciliare una vita insonne con una carriera sportiva da stella assoluta.

Forse era troppo forte, e fu uno dei pochi che riuscì a sostenere tutta la grandezza che il talento gli aveva donato. Come Atlante impegnato a sostenere il mondo, non c’era tempo per staccarsi, per fare altro. Così la vita, che tanti hanno ritmato sulle sue imprese, per lui è scorsa come sabbia tra le dita. E che abbia vinto solo due titoli, forse non importa, dato che i suoi numeri sono fuori da qualsiasi logica.

E che lo abbia fatto godendo di ogni attimo della sua vita, trovando perfino il tempo di spingere la sedia a rotelle dei nipote di un suo vecchio amico, è forse la più grande domanda che ci abbia lasciato senza risporta.

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