Vite da Nba: Yao Ming, un gigante nella sua fragilità

0

Quando un giocatore compie 34 anni sa che probabilmente gli resta poco da dare, non in termini qualitativi ovviamente, chiedete pure a Duncan, Nowitzki, Ginobili, Allen e compagnia cantante, ma in termini di quantità: si è consapevoli che il meglio della propria carriera è alle spalle e che rimane poco tempo per togliersi le ultime soddisfazioni, centrare gli obiettivi rimanenti, cogliere gli ultimi spiccioli di gloria disponibile. Può anche accadere, però, che a 34 anni il mondo della pallacanestro rappresenti già il passato da un bel po’ e che i sogni, gli obiettivi e le soddisfazioni siano già stati riposti in un cassetto non aperto molto spesso.
La longevità è la causa di tante leggende ma anche gli addii e i ritiri precoci hanno il loro fascino, il poter dire “che cosa sarebbe potuto essere se..” è l’incipit di tante storie interessanti e anche in questa circostanza farebbe al caso nostro. Vogliamo però evitare di essere estremamente malinconici, anche perché crediamo in un basket che non sfrutti la mancanza di un anello o di qualsivoglia titolo per esprimere una condanna certa; chi vince amplifica la propria leggenda, si proietta nell’immortalità ed è giusto sia così ma, per nostra fortuna, sono esistiti giocatori capaci di entrare nell’immaginario collettivo perché il loro nome si estende aldilà di vittorie, sconfitte , punti e canestri. Non che Yao Ming sia stato uno capitato nell’ Nba per caso anzi, di talento ne ha mostrato tanto, almeno quanto la sua sfortuna, ma la sua importanza va oltre quanto mostrato sul parquet. E’ stato il volto per eccellenza di un nuovo mondo emergente come quello cinese, è stato un marchio, un’icona, uno sponsor di un prodotto straordinariamente globale come la NBA. Chi di noi, da bambini, non appena si vedeva un ragazzo alto sopra la media non diceva “mamma mia, mi sembri Yao Ming”, chi, vedendo un gruppo di turisti cinesi o giapponesi o thailandesi, insomma con gli occhi a mandorla, non esclamava “guarda, i cugini/parenti/amici di Yao Ming”. Se sei alto 2.29 metri,  se sei il primo giocatore di un intero paese e continente ad entrare in competizione con i migliori, se lo fai senza entrare in punta di piedi ma con il vanto di una prima scelta al draft, anno 2002, il tuo destino è quello di non essere uno dei tanti ma di divenire un autentico simbolo.
Yao Ming non poteva nascere diversamente: figlio di due cestisti, Yao Zhi Yuan, alto 1.99, e Fang Feng Di, alta 1.90, il risultato non poteva non essere un gigante del genere con la dote di saper giocare ottimamente a basket. Se a 9 anni il tuo numero di piede è il 41 e hai già scollinato il metro e 65, capisci che il tuo compito è quello di dover dominare. Yao gioca per 5 anni in Cina, dal 1997 al 2002, con gli Shangai Sharks, conducendoli al loro primo titolo della storia e mettendo insieme cifre mostruose come gli oltre 30 punti di media in stagione regolare (32,4 per l’esattezza), e i 41.2, sempre di media, nella finale decisiva del 2002 contro i Bayi Rockets (guarda un po’…). Se il numero di punti comincia ad essere di pari fama rispetto a quello dei suoi centimetri, significa che oltre all’altezza c’è anche parecchio talento, perciò si apre il portone che tutti i cestisti sognano: quello dell’NBA.

L’adattamento fra i grandi è difficile all’inizio, ma nemmeno troppo: il nostro caro Yao, dopo aver brillato nei Mondiali locali di Indianapolis (21.0 di media e primo quintetto della competizione), con i suoi 13.2 punti di media si guadagna il secondo posto nel ROY (dietro Stoudemire) e la prima di tante partecipazioni in quintetto all’All-Star Game grazie ai voti dei suoi numerosissimi connazionali e non solo. Le due successive stagioni vedono la sua crescita costante in tutte le statistiche, le prime partecipazioni ai playoff, il crearsi della coppia da sogno con Tracy McGrady, un contratto al massimo salariale. L’altezza di sicuro lo aiuta, ma tecnica e talento non sono affatto assenti; un po’ di cattiveria e furore agonistico in più non guasterebbero, ma avere tutte le frecce possibili al proprio arco sarebbe stato troppo facile. Gli basta ciò per essere riconosciuto comunque come un leader, grazie anche al suo carattere genuino, armonioso, positivo. Un vero e proprio gigante buono. 
Dietro l’angolo si nascondono le prime insidie che prendono il semplice nome di “infortuni a catena”. Si inizia nella stagione 2005/2006 quando un’unghia infetta gli impedisce di giocare molte partite prima dell’All-Star Game. Incredibile come un gigante venga fermato dalla nullità e brevità di un’unghia: a cosa serve essere delle forze della natura se il destino ti gioca scherzi infidi come questo? Yao dimostra ormai di essere diventato un dominatore anche in America, quelle volte che il suo fisico e le sue ossa fragili gli consentono di scendere in campo con continuità. Torna dal primo infortunio, mette insieme ottime cifre ma, a poco dal termine della stagione, arriva la rottura del piede. Si riprende dalla stagione dopo con il dolore e la sfortuna che sembrano alle spalle, i Rockets decollano che è una meraviglia e si inizia a nominare la parola magica per il centro cinese, “MVP”, se non fosse che il suo compagno di squadra Hayes decide di rovinargli addosso in un match assieme al losangelino sponda Clippers Tim Thomas. Altra frattura all’osso del piede e altro giro: il ritorno e l’entusiasmo che lo circonda sono una consuetudine ma stavolta a fallire non è il suo fisico ma le sue prestazioni. Yao continua a giocare alla grande ma, ancora una volta, il primo turno dei playoff si dimostra una chimera e gli Utah Jazz arriveranno in una finale di Western Conference dove i Rockets sarebbero riusciti forse a fronteggiare meglio gli Spurs. È proprio in questo momento che la carriera e la storia di Ming inizia a farcirsi di “se, ma, però” e tanti rimpianti.
Come nel 2008, stagione successiva, quando deve sottoporsi ad un intervento per una microfrattura al piede mentre la sua squadra metteva a segno la seconda striscia di vittorie più lunga della propria storia, o come nel 2009 quando finalmente la franchigia texana coglie l’accesso alle semifinali di Conference: già manca McGrady e di fronte ci sono i futuri campioni dei Los Angeles Lakers di Bryant, Gasol e Jackson. Gara 1 allo Staples lo vede protagonista sia nel bene che nel male: una botta al ginocchio lo vede tornare negli spogliatoi, cambiare idea durante il tunnel, rigirare e rientrare in campo, per vincere. I suoi punti saranno 28 e il vantaggio della serie andrà ai texani. Il destino però non premia la voglia e la volontà del gigante di andare oltre i  suoi limiti e gli gioca il tiro mancino definitivo: gara 3 e frattura alla caviglia. Addio ai sogni di Houston che senza i suoi due leader si arrese eroicamente solo a gara 7 (L.A passeggiò in finale contro Orlando in 5 gare) e addio, soprattutto alla sua carriera. Yao ha appena 28 anni ma non sarà in grado di giocare nessuna delle 82 partite della stagione successiva. Torna nella stagione 2010/2011 ma la sua sarà una breve apparizione con appena 5 partite disputate, preludio a quel ritiro annunciato ufficialmente solo l’8 luglio del 2011 alla “tenera” età di 30 anni. Una bastonata per il mondo dell’Nba e soprattutto per i suoi connazionali che continuavano imperterriti a votarlo per l’All-Star Game nonostante le lunghe assenze per infortunio, lui che era un vero eroe nazionale, un mito onorato dal ruolo di portabandiera nelle Olimpiadi del 2004 e del 2008, quelle di casa.
Se la sfortuna si fosse accanita di meno contro i suoi gracili centimetri i playoff del 2007 e del 20o9 sarebbero andati diversamente ? Non lo sappiamo.  Credeva dall’alto di poter dominare tutto invece è stato schiacciato dal destino che non fa differenza fra un Ming o un Boykins. L’unica verità inconfutabile è che Yao si è dimostrato grande lo stesso e non solo per i suoi abbondantissimi due metri: spesso è impegnato in opere di beneficenza come la partita organizzata nel settembre 2007 con Nash per raccogliere fondi per le zone disagiate della Cina occidentale ed è un ambasciatore dell’ NBA’s Basketball Without Borders, che si occupa di raccogliere fondi ed esportare il basket nelle zone più disagiate del mondo. La sua ultima campagna benefica è a favore degli elefanti, per proteggerli dalla caccia costante a scopi commerciali  che in Cina si verifica contro di loro. Dopotutto dentro un grande corpo possono non esserci delle ottime ossa ma, di sicuro, un grande cuore non poteva non trovare spazio.
Perciò tanti auguri caro Yao, sarai stato sconfitto, sfortunato, bersagliato dalla malasorte ma con la tua fragilità hai trovato lo stesso la maniera  per essere uno dei più grandi, in tutti i sensi.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here