Dalla high school alla G-League, la NCAA pronta a correre ai ripari?

Dalla high school alla G-League, la NCAA pronta a correre ai ripari?

Sono già tre i super prospetti che hanno scelto la lega di sviluppo sul college. Sembra arrivata l’ora per il basket universitario di affrontare il problema, ma come?

di Andrea Radi

Tutto iniziò nel 2007. Uno dei migliori talenti in uscita dalla high school, Brandon Jennings, decide di abbandonare l’idea di vestire la maglia di Arizona e sceglie la traversata oltreoceano per un “anno sabbatico” in attesa della Nba. Destinazione: Virtus Roma. La stagione non è esaltante, ma come potrebbe esserlo quella di qualsiasi 18enne catapultato in un paese straniero, del quale non conosce lingua, cultura e soprattutto basket. Cosa ha portato alla decisione di saltare il college per tuffarsi sin da subito nel professionismo? Un contrattone di Roma unito ai 2 milioni della Under Armour, che per un teenager di Compton, beh, fanno gola.

Se l’ex Lottomatica è stato il pioniere, in tanti negli anni successivi hanno deciso di scegliere questa strada: Jeremy Tyler, con una non esaltante stagione al Maccabi Haifa, la cui carriera non ha poi certamente mantenuto le aspettative, Emmanuel Mudiay, la cui esperienza cinese con i Guangdon Southern Tigers è stata certamente più positiva di quella Nba, fino ad arrivare a due protagonisti del prossimo Draft, LaMelo Ball, il cui peregrinaggio lo ha portato in Lituania e Australia, e RJ Hampton, al quale la non brillante stagione in Nuova Zelanda ha fatto perdere qualche posizione nei mock draft.

Quello che sta accadendo in questa offseason non ha però precedenti. Alcuni dei 5 stars recruit provenienti dalla high school stanno decidendo, uno dopo l’altro, di saltare la stagione di rito nel college basket (perché quasi per tutti si sarebbe comunque trattato di one-and-done) e giocarsi la carta G-League, la lega di sviluppo formata dalle “squadre B”, se così vogliamo chiamarle, delle franchigie Nba.

Il primo è stato Jalen Green, seguito a ruota da Isaiah Todd, che si è rimangiato la parola spesa con i Michigan Wolverines di fronte a un contratto a sei cifre offerto dalla G-League (per Green sono 500.000$ in un anno), e Daishen Nix, il super prospetto che ha mollato UCLA per unirsi ai sopracitati nella lega di sviluppo, che starebbe cercando di accaparrarsi anche le prestazioni del lungo filippino Kai Sotto. Chi sceglie la G League, oltre a contratti importanti, ampiamente sopra la media della lega, non militerà in squadre sotto il controllo delle franchigie NBA, ma in una squadra costruita appositamente per loro, che sarà ubicata, a quanto riportato da fonti semi-ufficiali, nel sud della California, e che giocherà circa 20 partite, e non le 50 classiche della stagione di G-League.

Per quanto le dichiarazioni dei diretti interessati vogliano far passare la decisione sulla possibilità di confrontarsi con giocatori che, di fatto, sono spesso in rotazione in NBA, ciò che attrae principalmente è, anche giustamente, la possibilità di guadagnare fin da subito, cosa che non avrebbero potuto fare al college. Sembra arrivato il momento, per la NCAA, di notare l’elefante nella stanza.

Certo, non tutti cedono alle lusinghe dei soldi facili, come Greg Brown che ha scelto Texas e non il super team di G-League, ma anno dopo anno i giocatori sembrano accorgersi sempre di più della perdita, in termini economici, che un anno di università comporta. Sul lato tecnico non si discute, un anno di college può certamente fare meglio che di una lega a tutti gli effetti semicompetitiva, ma le aziende cercano ormai di accaparrarsi giocatori da sponsorizzare sempre prima, e in molti non vogliono prendersi il rischio che un anno sottotono spenga l’hype costruito in uscita dalla high school.

Come risponderà l’NCAA? Il rischio di non vedere più il college basket, come paventato da molti, di fatto non esiste, perché i contratti multimilionari e la scelta di saltare l’università appartiene soltanto ad una manciata di super prospetti, che spesso però sono le principali attrattive di quelli che realmente hanno vagonate di dollari da mettere sul piatto: le televisioni. Sembra sempre più impellente la necessità di permettere ai giocatori di vendere la propria immagine, come per gli atleti professionisti; per questo la NCAA sembra star lavorando per dar modo ai ragazzi di guadagnare tramite sponsorizzazioni e uso della propria immagine, senza però utilizzare l’immagine dell’università stessa. Così facendo le principali superstar potrebbero “vendersi” alle aziende, anche tramite un agente, senza però toccare in nessun modo la “purezza” del college basketball, che vuole gli atleti impegnati sul campo soltanto per amore dei colori del proprio college (ehm…). Potrebbe essere una soluzione, di certo non la migliore, dal momento che riguarderebbe realmente soltanto quelle 4/5 vere superstar ogni stagione, ma potrebbe bastare a trattenerle nel mondo NCAA, e con loro anche i succulenti contratti televisivi.

“Meglio tardi che mai” dice il detto. Sì, ma la NCAA sembra in ritardo di una ventina di anni almeno, ed è stato necessario qualche visionario capace di rompere gli schemi per rendersi conto che problemi ce ne sono, e anche piuttosto grandi.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy