[ESCLUSIVA] The Italian Job – Intervista a Scott Ulaneo e Mattia Da Campo

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Scott Ulaneo e Mattia Da Campo sono cresciuti nel nobile vivaio della Stella Azzurra, a Roma. Insieme, hanno scelto il programma di Seattle University che compete nella WAC. Ecco le loro sensazioni al termine della prima stagione oltreoceano.

La stagione dei Redhawks si è conclusa con l’eliminazione ai quarti del torneo di Conference; come reputi i risultati di questa annata? E quali sono gli obiettivi della squadra per l’anno prossimo ora che, come abbiamo appreso recentemente, coach Cameron Dollar non siederà più sulla panchina?

U: Penso che non possiamo considerarla una stagione memorabile. Gli obiettivi sono diversi con l’arrivo di coach Hayford. Vogliamo giocare il basket più veloce, divertente e aggressivo possibile. Vogliamo far tornare i numerosi tifosi rimasti delusi dalla stagione scorsa a tifarci alla nostra Key Arena.

D: La scorsa stagione si era aperta con grande entusiasmo perché sapevamo di avere uno dei roster più forti e profondi della Conference. L’obiettivo era chiaramente quello di approdare al torneo NCAA. A causa dell’infortunio di due starter dopo poche partite abbiamo sofferto molto tutto l’anno, vincendo molte meno partite di quanto avremmo potuto; questo però ha dato modo ad alcuni freshmen di mettersi in mostra.

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Un bilancio personale della tua stagione: sei contento dei minuti che il coach ti ha concesso e del tuo ruolo nella squadra?

U: Considerando di essere un freshman, d’aver giocato e visto un basket completamente diverso da quello americano per la mia intera “carriera”, e con due senior (Powell e Chibuogwu) a giocare nel mio stesso ruolo non mi posso proprio lamentare del minutaggio che mi ha concesso coach Dollar. Mi ha mostrato fiducia dal inizio, gliene sono molto grato.

D: Nelle prime 20 partite ne ho giocate solo un paio, mentre nella seconda metà sono finalmente riuscito a entrare in rotazione. Più che prendermela con il coach, che tra l’altro stava rischiando il posto e ha aspettato qualche mese prima di darmi fiducia, posso rimpiangere di non essermi allenato abbastanza bene o non aver sfruttato le occasioni che mi sono state date.

Raccontaci il tuo primo impatto con la vita e la pallacanestro in America: Seattle ha la reputazione di una città con una cultura tutta sua, e con una forte passione per il basket.

U: Una volta arrivato al aeroporto di SEA-TAC, mentre camminavo con il manager, mi ricordo di aver visto gente con cappellini di Seattle University Basketball, magliette di University of Washington Basketball, pantaloncini dei Sonics. Qui veramente “ball is life”, vedo i campetti pieni tutti i giorni!

D: Purtroppo manca una franchigia Nba e l’assenza si sente molto perché noi diventiamo la squadra di riferimento della città. Agli americani piace vincere e quindi più il tuo record è perdente meno persone riesci a portare al palazzo. Noi giochiamo alla KeyArena, che può contenere circa 10000 persone. Di solito facciamo sui mille spettatori che rispetto alle abitudini sono veramente pochi.

Gli altri italiani della NCAA ci hanno raccontato che l’America offre più opportunità ai ragazzi di crescere, sia come giocatori che come persone. Hai notato anche tu questo aspetto?

U: Sicuramente è un’esperienza che ti fa maturare. Vivere a 7 mila miglia di distanza non è mai facile, e sei consapevole che sei qui solo grazie al tuo valore sul campo, perché alla fine è business. Questa pressione mi ha aiutato a crescere come persona. Per quanto riguarda il basket qui siamo messi nelle migliori condizioni possibili per rendere al top delle nostre possibilità. Abbiamo 4 campi sempre a disposizione, una sala pesi, saune, macchine da tiro, assistenti disponibili 24 ore per prenderci i rimbalzi, tessere che ci danno l’accesso a qualsiasi orario alla palestra e molto altro.

D: Venendo da un ambiente come la Stella Azzurra dove allenarsi 6-8 ore al giorno è la norma, la differenza non è così evidente. Una delle cose più utili è la palestra aperta h24 con sempre una shooting gun disponibile. Un’altra cosa in cui l’America è su un altro livello sono le infrastrutture che mette a disposizione degli atleti, su cui SU ha speso milioni.

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A riguardo della vostra scelta di andare ai Redhawks: com’è nato tutto? In cosa ti è stato utile aver condiviso del tempo col compagno già alla Stella Azzurra?

U: Conoscendo già Mattia sapevo che andavo dall’altra parte del mondo con una persona matura, responsabile e che già aveva vissuto lontano da casa per due anni. Mi ha insegnato come aprire un conto in banca qui in America, mi ricorda spesso di leggere le email dei professori. Penso si possa dire che sia come un fratello maggiore, però con l’accento padano.

D: Uno degli scout di Seattle ci ha visti giocare una volta ad inizio stagione e poi nuovamente verso Natale. Erano molto interessati e allora sono iniziati i primi contatti. Sicuramente trovare una faccia amica e conosciuta in un nuovo ambiente ha aiutato tanto, soprattutto all’inizio.

Compiti per le vacanze: come ti allenerai in vista della prossima stagione?

U: Ripeto, quando si tratta di migliorare questo è il posto giusto. Mi voglio concentrare sul prendere qualche chilo di muscoli tra palestra e piscina, e a perfezionare il ball handling e il tiro. Saranno aspetti del mio gioco che mi serviranno ancora di più il prossimo anno visto che giocherò maggiormente sul perimetro.
D: Passerò la prima metà dell’estate al raduno con la Nazionale U20, mentre da fine luglio in poi sarò di nuovo a Seattle per prepararmi al meglio prima della prossima stagione.

Hai un modello a cui ti ispiri nel basket, un giocatore di riferimento?

U: Antetokounmpo e Kawhi Leonard su tutti.

D: In Europa il mio giocatore preferito è Bogdan Bogdanovic mentre in Nba il giocatore per distacco più dominante e completo di tutti tempi: LeBron James.

 

Un ringraziamento a entrambi da parte della redazione, e appuntamento alla prossima stagione con The Italian Job.

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