Gonzaga vs North Carolina: Il giorno dopo

Gonzaga vs North Carolina: Il giorno dopo

Vittoria, sconfitta e il loro significato 24 ore dopo la finale della March Madness 2017 tra Bulldogs e Tar Heels

di Andrea Cassini, @AKCassini

QUI TAR HEELS

La vendetta è un piatto che va gustato freddo, si dice, ma i Tar Heels non sapevano contenere la fame e la pietanza sul tavolo era in realtà ancora tiepida. “Rivalsa” sarebbe poi un termine più corretto, perché non si sono visti cattivi sentimenti a Phoenix. Basti pensare che Kris Jenkins, l’uomo di Villanova che siglò la sconfitta di North Carolina nella finale 2016, faceva bella mostra di sé tra il pubblico con cappellino e maglietta light blue. Ufficialmente era lì per sostenere il fratello adottivo – Nate Britt, che parte dalla panchina per coach Roy Williams – ma per i più scaramantici la presenza di Jenkins doveva somigliare a un cattivo presagio. La compassione del boia. La morte che ti ha dato appuntamento a Samarcanda, e intanto che aspetta fa il tifo per te.

La vittoria di North Carolina vale anche per Marcus Paige e Bryce Johnson, i due che hanno abbandonato la carrozza dopo l’ultima campagna; è il coronamento di un programma pluriennale, solido come un piano agricolo d’altri tempi. Il bello del college basketball sta anche nella varietà degli approcci. Per un Calipari che è maestro d’improvvisazione, dedito a spremere il meglio dai suoi freshman da copertina prima che partano per la NBA, c’è un Roy Williams che ha la pazienza di innaffiare i suoi ragazzi ogni mattina. Crescono robusti nel corpo: il frontcourt muscolare, con Kennedy Meeks a fare da testa d’ariete, ha dominato a rimbalzo in attacco per tutta la stagione – ma non si ripete con Gonzaga, complici i problemi di falli, e per la prima volta in stagione North Carolina vince pur cedendo il controllo delle plance. Crescono anche nelle mani e nella testa, e finisce che Justin Jackson giochi una finale da autentico professionista. La soluzione dalla distanza non va ma lui continua a provarci, come fanno i tiratori nati. Soltanto che lui quel fondamentale non ce l’aveva, se l’è costruito in palestra. Quando gli avversari fiutano la tua fiducia devono rispettare il tuo gioco perimetrale, anche se quella sera lanci mattoni, e ti lasciano spazio per incidere in altri modi. Jackson è decisivo nel finale con un paio di giocate d’atletismo, 16 punti uno più difficile dell’altro. E poi Joel Berry, secondo del suo nome, con due caviglie che non ne fanno una sana neanche sommandole. Non si cura del ritmo di gara assente, spezzettato dai falli e da un arbitraggio severo; quando gli schemi saltano segue la musica nella sua testa, come un buon jazzista, e vince il duello col pari ruolo Nigel Williams-Goss. Ironia della sorte, sarà una caviglia a tradire il Bulldog sul più bello.

The Mercury News

La partita di lunedì notte non si è mai accesa in un apice emozionale, una battaglia giocata a tratti sui nervi prima che sul campo, ma il sapore del successo non è meno dolce per i veterani. Le forbici per tagliare la retina sono in mano loro. Di Isaiah Hicks, col canestro di puro fisico che chiude la partita, più che del freshman Tony Bradley con la testa alla NBA. Dell’inossidabile Theo Pinson più che di Luke Maye, eroe del campus che già aveva vissuto i suoi quindici minuti di gloria nella finale del Regional. Lo stesso Pinson, Berry e Jackson hanno ancora una stagione da senior da disputare per Ol’ Roy. Una terza finale consecutiva, con un buon recruiting alle spalle, non è da escludere, anche perché la caccia a uno dei premi più ambiti è ancora aperta: la cravatta di Jim Nantz, che lunedì notte è rimasta attaccata al suo collo contrariamente alla tradizione.

 

QUI BULLDOGS

Gli Zags sono una squadra hipster per definizione. Non una cenerentola del torneo, tutt’altro – il record di una sola sconfitta in stagione parla chiaro -, ma quella per cui ti ritrovi a tifare se parteggi per il cambiamento. Se ti affezioni agli antieroi. Se alle superstar più chiacchierate e palestrate della lega preferisci John Stockton e Adam Morrison. Nonostante il nome nobile, mai un successo nel tabellone nazionale, mai una comparsa nella finale assoluta. Erano tra i favoriti alla vittoria nel 2006, una stagione trionfale che assomigliava a un tour dei Beatles, ma si fecero rimontare 17 punti da UCLA in una tragica Sweet Sixteen che lasciò lo stesso Morrison in lacrime sul parquet. C’è anche la simpatia per i perdenti nel tifo che alcuni tributano a Gonzaga. La speranza che i meriti di chi è buono ma non troppo bello vengano riconosciuti, un giorno. Per questo la sconfitta contro i Tar Heels fa male solo fino a un certo punto. Se nasci underdog resti tale anche dopo un’annata quasi perfetta, e il tuo destino è scontrarti con un nemico inespugnabile. La North Carolina edizione 2017 era una corazzata spinta dalla voglia di riscatto. Eppure non è mancato molto per fare breccia nelle mura.

Il piano partita di coach Mark Few è valido e i suoi lo applicano fin dalla palla a due. Imbrigliano i Tar Heels in un ritmo basso e ne contengono la potenza a rimbalzo, poi beccano la serata fortunata dall’arco col 50% abbondante all’intervallo. Il secondo tempo però è uno sport diverso, come si conviene a una finale, e accade che North Carolina sia davanti alla sirena nonostante l’inferiorità a rimbalzo (49 a 46 per Gonzaga) e appena 71 punti sul tabellone; not quite my tempo, direbbe Roy Williams citando lo scontroso JK Simmons in Whiplash. Il prezzo da pagare per tenere i piatti della bilancia in equilibrio è stato il gioco sotto canestro, col sacrificio di Zach Collins (9+7 in 14, intensi minuti), e la stanchezza che ha congelato la mano dei tiratori – Perkins in netto calo dopo l’ottima partenza – con Jordan Matthews e Jonathan Williams costretti agli straordinari. È mancato all’appello il protagonista, e non poteva essere altrimenti contro un avversario del genere. Perché gli Zags un giocatore di culto ce l’hanno sempre nel roster, altrimenti che squadra hipster sarebbero?

Seattle Times

La finale di Przemek Karnowski, mani da pianista e fisico da Oktoberfest, è una lotta contro i mulini a vento. Inconcludente, poco incisiva, ma proprio per questo ancora più poetica. Degna di essere raccontata in una canzone dei Pearl Jam, che manco a dirlo l’avevano supportato via instagram alla viglia. È largo il doppio dei pari ruolo avversari ma questi lo sovrastano per atletismo, lo spingono lontano da canestro, lo raddoppiano. Lui prova a mettersi in ritmo con un paio di passaggi dei suoi, ma li sbaglia. Le maglie della difesa sono strette. Dall’altra parte Joel Berry è mefistofelico e lo coinvolge in un pick and roll dietro l’altro, come se guidasse un attacco NBA. Karnowski arranca; lontano dal ferro i piedi lenti lo penalizzano. Ci si aspettava una battaglia old school tra lui e Meeks ma la finale ha preso la piega di una pallacanestro moderna, dove non c’è spazio per i centri statici. Lui assomiglia a Sabonis molto più di quanto non lo facesse il figlio Domantas, prodotto dei Bulldogs 2016. Nel secondo tempo uno spiraglio di luce. Si iscrive a referto raccogliendo due punti dalla spazzatura. La palla non ha ancora superato la retina che lui già corre a ringraziare il compagno Tillie, raggomitolato sul parquet per servirgli l’improbabile assist. Sbaglierà il libero aggiuntivo e di lì a poco spenderà il quarto fallo.

Fermi tutti, ci pensa Williams-Goss. Nella canzone della finale la sua prestazione è l’assolo di chitarra, una spina nel fianco di North Carolina che si accende di furore agonistico nei momenti in cui si decide la sfida. Peccato che la caviglia destra abbia altri piani. Dopo un paio di possessi di pura hero ball, premiati dal canestro, cede sotto il suo peso e lo lascia senza benzina per i minuti finali. Nell’ultima azione tenta l’uno contro cinque ma, privo di spinta nel salto, il risultato è tragico.

Per tentare l’assalto al titolo 2018 Gonzaga ripartirà da Josh Perkins e Collins, sempre che quest’ultimo non presti orecchio alle sirene NBA. Intanto c’è da salutare i senior, con Karnowski che finisce sulla lista dei personaggi da seguire in qualsiasi angolo del mondo lo portino le sue 300 libbre. Adam Morrison gli tiene il posto in caldo nella galleria delle glorie più hipster di Gonzaga: era a Phoenix per seguire le Final Four con la solita aria allucinata, una canotta vintage e un’evidente scottatura sul viso. Come fai a non tifare per uno così? A volte, per quanto sembri strano, una sconfitta lascia più eredità di una vittoria.

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