Luca Virgilio: “Finite le giovanili manca una fase in cui i ragazzi possono competere ad alti livelli con i coetanei”

Luca Virgilio: “Finite le giovanili manca una fase in cui i ragazzi possono competere ad alti livelli con i coetanei”

Il giovane director of basketball operations di University of Nebraska è intervenuto a Cantieri Aperti 365

di La Redazione

E’ stato un viaggio oltreoceano quello fatto dal team di Cantieri Aperti 365 in questa particolare “pasquetta”. Questa volta l’ospite di turno è stato Luca Virgilio, director of basketball operations di University of Nebraska. Un percorso nel mondo del college basketball con tutte le sue particolarità sportive e culturali, giunto per il 30enne romano ormai alla sua sesta stagione.

“Sono davvero contento di lavorare in un college che mi permette di continuare il percorso di crescita non solo cestistico, ma anche di management che mi ero prefissato. Siamo un’università con un profitto annuo solo per la squadra di basket di 5.8 milioni di dollari, un bel punto di partenza con cui lavorare”.

La sua University of Nebraska è praticamente l’ultima ad aver giocato prima dello stop per il coronavirus: “Eravamo in campo proprio mentre è stata sospesa Utah-OKC in NBA, ci arrivavano rumors durante la partita. Il Nebraska è davvero isolato, ma anche qui nelle ultime due settimane si è iniziato a vedere qualche mascherina. Dopo quella gara si è sospeso tutto, un grande peccato per i tanti senior che avrebbero potuto sfruttare il torneo NCAA per mettersi in mostra. La loro carriera è inevitabilmente svoltata in un senso imprevisto”.

Virgilio è cresciuto nell’ambiente della Stella Azzurra Roma, poi la prima esperienza negli USA è stata con St.John’s University dove ha reclutato anche il nostro Federico Mussini: “La mia fortuna è stato essere uno dei primi europei a lavorare in un college e dunque essere un punto di riferimento proprio per il reclutamento degli europei. Per le università come la nostra è un modo di provare a diminuire il gap con le più forti. Ovviamente per le più famose è più facile reclutare negli USA, allora noi dobbiamo anche pescare fuori, quest’anno avevamo 3 europei. L’dea è quella di trovare i migliori giovani europei e fargli capire come venire a giocare negli USA possa aumentare anche le possibilità di giocare in NBA che, poi, in fondo, è il sogno di tutti”.

Spesso in Italia ci si domanda qual è il pezzo che manca a questi ragazzi per riuscire a giocatore per davvero senza rimanere desolatamente in panchina per anni: “Una volta che finiscono le giovanili manca una fase in cui i ragazzi possono competere ad alti livelli con i coetanei. Quel passaggio finale manca, le finali nazionali durano una settimana e non possono bastare e non tutti giocano per forza nei settori a livello nazionale. Qui negli Stati Uniti questi ragazzi competono per 6/7 mesi con quelli della loro età ad altissimo livello e questo permette loro di arrivare pronti. Più anni passi al college meglio è per poi essere pronti a giocare nel basket senior, sia in NBA, ma anche nel resto del mondo. C’è un miglioramento tecnico, fisico e mentale”.

Ormai iniziano ad essere tanti i ragazzi italiani che provano questo salto oltre oceano: “Penso che in questo momento per la loro formazione sia davvero la cosa migliore. Andare al college una volta finite le giovanili per poi tornare in Europa davvero da protagonisti. L’idea è quella che se un giocatore esce dalle giovanili, poi quando finisce a college torna alla società di origine ancora più forte. Ora in Europa non c’è una situazione per la quale puoi fare un lungo contratto ad un ragazzo giovane e poi è un’esperienza anche di vita e di studio davvero speciale”.

Lo scambio di idee non manca mai con il mondo europeo: “ Certamente, io chiedo loro info sui giovani per farli arrivare al college, tanti club mi chiedono info dettagliate per giocatore che arrivano dagli USA. Ovvio che quando vai a bussare la porta ad un giocatore tipo Mussini, che ha appena giocato una finale scudetto, non tutti siano contenti perché avevano fatto dei piani, ma quando proponi un’esperienza di vita di questo livello poi devo dire che le società professionistiche capiscono e supportano la scelta. Prendere giocatori che hanno già giocato del basket senior ci permette di avere giocatori più esperti in un certo senso. Chiedete a Mussini se non si ricorderà per tutta la vita di quella sera al Madison Square Garden quando con St’.John’s battemmo Syracuse davanti a 20.000 persone ”.

Per chiude un giudizio su Zion Williamsons avversario proprio di St. John’s l’anno passato: “Senza dubbio il più forte che ho visto dal vivo. Non me lo aspettavo così, ha un fisico, una tecnica e un’energia debordante”.

Il suo futuro sarà targato Nebraska anche nel prossimo anno accademico: “Siamo molto contenti delle basi che abbiamo posto e crediamo di poter aver successo nelle prossime stagioni. Sicuramente avere un coach come Hoiberg è molto attrattivo per arrivare a giocatori molto forti”.

Prossimo appuntamento mercoledì 15 aprile alle 18.30 con Nicola Alberani, appena nominato general manager di Strasburgo nella PRO-A francese.

 

 

fonte Cantieri Aperti 365

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