Dino Meneghin: “Ora si guarda solo ai risultati, non alla crescita”

Dino Meneghin: “Ora si guarda solo ai risultati, non alla crescita”

La leggenda azzurra ha rilasciato un’intervista a sport-lab.it

di La Redazione

Dino Meneghin, leggendario giocatore di Pallacanestro Varese, Olimpia Milano e della Nazionale Italiana, FIBA e LBA Hall of Fame, è stato ospite di sport-lab.it nel corso dell’undicesimo appuntamento con la trasmissione #SportLabLive

Buonasera sig. Meneghin. Come vede il futuro della pallacanestro italiana?

Se si parla del futuro immediato c’è la speranza di ritornare a giocare dalla serie minori fino ai professionisti. Bisogna, però, fare i conti con la pandemia e con la crisi economica mondiale; gli sponsor sono linfa vitale per il nostro movimento, quindi al momento le società avranno sicuramente grossi problemi nel convincere le aziende a supportare il nostro sport. Il nostro mondo è affascinante, pieno di valori, che coinvolge ragazzi e ragazze, uomini e donne, piccoli e grandi, è trasversale, è un veicolo di grande promozione dei prodotti delle varie aziende. Bisognerà rimboccarsi un po’ di più le maniche per far vedere che il nostro sport, nonostante il momento tragico, abbia voglia di ricominciare, senza paure e senza remore. Per quanto riguarda il futuro lontano… bisogna ragionare a piccoli passi, senza fare complicati progetti a lunga scadenza.

Cosa consiglierebbe alle nostre istituzioni cestistiche per porre rimedio ai tanti problemi attuali?

A tutte le società farebbe piacere giocare nella massima serie (sono state diverse le società di A2 che hanno rifiutato il “ripescaggio” in A1, ndr), ma i costi sono elevatissimi e i presidenti sono ben consapevoli di non poterli sopportare. Non sono il Mago di Oz, ma penso che, anche per la Serie A, bisognerebbe togliere il professionismo, sgravando le società di costi aggiuntivi e detassando gli sponsor che investono nel basket; i giocatori non sarebbero felici, ma in questo momento di crisi tutti dovremmo fare un sacrificio. Non sarà la panacea di tutti i mali, ma può essere sicuramente una soluzione.

Cosa servirebbe nelle nostre città italiane per favorire la formazione dei giovani?

Sono necessari gli spazi: le palestre sono poche rispetto all’attività che si vuole fare. Ci vogliono, sopratutto, dei bravi allenatori, che sappiano insegnare non solo la tecnica, ma anche cosa vuol dire vincere, perdere, non demoralizzarsi, quindi costruire i ragazzi dal punto di vista umano.

A cosa dovrebbero puntare, di conseguenza, le società sportive per fare un salto di qualità?

Considerando i tempi economici non favorevoli, le società minori dovrebbero puntare sui ragazzi interni, cioè facendoli crescere dal minibasket; è faticoso, ma anche qui la scelta degli allenatori delle giovanili è fondamentale. Io ho potuto fare cose egregie in questo sport perché da ragazzo ho avuto un allenatore, Nico Messina, che mi ha insegnato la bellezza del basket, di rispettare tutti e di non aver paura di nessuno e di migliorarti giorno per giorno. Poi, se c’è qualche sponsor che interviene ben venga…

Ci vuole un progetto e delle idee chiare per lavorare benissimo sulla passione dei ragazzi: anche se non diventeranno campioni, l’importante è che i giocatori capiscano che in palestra si lavora, ci si allena, gli scherzi vengano dopo. Mio nonno mi diceva che il buon Dio ci ha dato salute e talento per ogni tipo di attività che noi facciamo e sprecare il proprio talento è davvero un peccato mortale.

Come si spiega la difficoltà del basket italiano e dei giocatori italiani?

Ai miei tempi c’era molto più spazio per i giocatori italiani, ma ora le regole sono molto diverse e c’è grossa pressione da parte dei tifosi e degli sponsor, i quali non fanno molto caso alla nazionalità dei giocatori ma pretendono i risultati. L’allenatore, allo stesso tempo, è un vaso di coccio tra due vasi di ferro: è costretto a mettere i giocatori più forti a meno costo per fare risultati, quindi si preferiscono giocatori pronti a dei giovani italiani in rampa di lancio.

Cosa consiglierebbe, sig. Meneghin, ai giocatori italiani che hanno voglia di emergere?

I nostri italiani top sono pochi diamanti in un gruppo di pietre preziose: il talento c’è, tocca ai giocatori impegnarsi di più per far vedere agli allenatori di non essere inferiori agli stranieri. Non bastano più le 2-3-4 ore al giorno di allenamento, ma gli italiani devono dimenticarsi dell’orologio in palestra e lavorare tantissimo. Solo in questo caso si può puntare sul loro talento e avere fiducia in loro. La concorrenza è spietata: o i giocatori italiani si adeguano o vanno a giocare nelle serie minori dove c’è più spazio. Gli allenatori, poi, non devono essere gestori, ma devono lavorore sui propri giocatori fino a farli migliorare, senza dire “no questo non va bene, prendiamone subito un altro”.

Come giudica, sig. Meneghin, il mercato dell’Olimpia Milano?

Il nome Messina è una garanzia, la società alle spalle è forte, ricca, con un patron e un presidente appassionatissimi. Il mercato dell’Olimpia è stato scoppiettante: si è andati su giocatori di provata esperienza a livello internazionale, di grande tecnica e fisicità; si deve fare in modo di metterli insieme sul campo senza pestarsi i piedi, fargli capire dove giocano, con chi giocano e per chi giocano. Non si devono sentire dei Michael Jordan, né i salvatori della patria, ma si mettano bene in testa che al primo posto non c’è il tabellino personale ma il risultato della squadra. Coach Messina è un grande allenatore, un grande psicologo, un grande motivatore: se li ha scelti vuol dire che li conosce e che saprà come metterli in campo.

Manca un Zach Leday per completare il roster milanese?

Non farmi queste domande (ride, ndr). Dare dei consigli a Messina è come insegnare ai pesci a nuotare: se li ha scelti vuol dire che sono capaci. Si sta costruendo un bel puzzle, si spera sia anche vincente, ma dipende anche dagli avversari.

Ieri era l’anniversario dell’ultima vittoria in Europa dell’Italbasket: cosa manca alla nostra Nazionale per tornare a quei livelli?

Ad essere onesti manca solo il risultato; abbiamo un ottimo allenatore, ragazzi bravissimi, che giocano in NBA e in Eurolega. Abbiamo le potenzialità per raggiungere un risultato anche minimo che dia fiducia all’intero movimento. Ovviamente, ci sono anche avversari molto forti, aumentati rispetto ai miei tempi con la disgregazione dell’ex Jugoslavia, dell’ex URSS e con la crescita di altre realtà come Francia, Germania e Israele. Il nostro, comunque, è un campionato molto duro e molto lungo e forse i giocatori non riescono mai ad arrivare all’appuntamento con la Nazionale nelle condizioni migliori.

Succede poi che gli italiani scappino all’estero, dove vincono essendo anche decisivi. Cosa si sente di dire ad Achille Polonara, appena laureatosi campione di Spagna con Baskonia?

Noi italiani dobbiamo essere fieri di Polonara; è un giocatore eclettico, con grinta, tiro, forte fisicamente. Sicuramente lui sente questo amore e questo affetto. Ha dimostrato, negli ultimi anni, di essere un ottimo giocatore, maturando quell’esperienza necessaria per andare a giocare in un campionato altamente competitivo come quello spagnolo, chiudendo in maniera perfetta quel puzzle di cui parlavamo prima a riguardo della nuova Olimpia Milano. Sono davvero felice che abbia raccolta qualcosa, se l’è guadagnato col lavoro, col sudore, con l’applicazione. Achille tiene vivo il fatto che i nostri giocatori devono osare, andando magari a giocare all’estero dove si guadagna di meno, ma dove si diventa più competitivi.

Sig. Meneghin, e se le dicessimo ‘coach Gianmarco Pozzecco’…?

Ho sempre ritenuto il Poz lo spot ideale per la pallacanestro, uno sport in cui non c’è bisogno di essere alti più di 2 metri e pesare 110 kg per fare la differenza. Gianmarco ha dimostrato che con forza, energia e talento si può giocare a basket ad altissimi livelli, facendo innamorare della pallacanestro anche chi non la segue.

Come allenatore mi ha stupito, non pensavo potesse arrivare così in alto. Ha avuto la pazienza di prendere qualche sberla, di riciclarsi, di fare esperienza per poi trovare, a Sassari, il club giusto per costuirsi anche come tecnico. Lui non è un fesso, la pallacanestro la conosce benissimo e sa trasmettere il proprio entusiasmo ai suoi giocatori. L’unica cosa che mi preoccupa è il colore della faccia che ha in panchina: sembrano i colori di Fantozzi, “rosso pompeiano”… Mi è entrato nel cuore il Poz!

Qual è, secondo lei sig. Meneghin, l’evento o il personaggio sportivo che ha in qualche modo cambiato la storia dell’umanità?

Penso a Jesse Owens a Berlino, quando fece vedere a quel pazzo di Hitler che non sia importante il colore della pelle, ma l’essere uomini. E poi Cassius Clay: ho letto la sua biografia e vedevo di notte i suoi incontri. Entrambi hanno dato un segnale forte agli uomini, insegnando al mondo come si sta al mondo.

 

da sport-lab.it

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