Old Star Game, intervista a Massimo Bulleri

Old Star Game, intervista a Massimo Bulleri

L’ex playmaker della Benetton tornerà al PalaVerde.

di La Redazione

Massimo Bulleri si prepara all’emozione di tornare al PalaVerde per rivivere le emozioni della parte più importante della sua carriera da campione. Il 42enne ex giocatore di Cecina, oggi assistant coach di Ravenna in serie A2, ha accettato con entusiasmo l’invito dell’organizzazione dell’Old Star Game 2020 Awards Edition per scendere in campo sabato 22 febbraio al PalaVerde nella reunion tra vecchi compagni ed avversari della storica era biancoverde. Il Bullo, già tra i protagonisti dell’edizione 2018 a Desio con la maglia di Varese nel triangolare tra i Miti del basket lombardo, sarà in campo a Villorba per contribuire alla raccolta fondi benefica a sostegno dell’Officina Mede in Carcere, sostenuta da Santo Versace, che produce manufatti confezionati da donne detenute ai margini della società ed impegnata ad attività di reinserimento e nuovi percorsi formativi di vita con lo scopo di diffondere la filosofia della “Seconda Chance” e la “Doppia vita dei tessuti”.

“Sarà un tuffo in un mare di ricordi dolcissimo e sarà un grande piacere rivedere persone con cui ho condiviso esperienze indimenticabili, molte delle quali sono appese al palazzetto negli stendardi commemorativi. Sarà bello rivederci e ricordarci come eravamo allora, più che quello che siamo oggi…”.

Per lei sarà la seconda esperienza all’Old Star Game dopo quella del 2018 a Desio, come si vive questo evento in campo e fuori?
“E’ una serata diversa, anzichè stare a casa davanti alla TV è l’occasione di vivere una bella rimpatriata che garantisce una scorpacciata di ricordi piacevoli sia per chi gioca che per chi sta in tribuna. Rivedere certe dinamiche riporta ad un passato piacevole, non solo per noi giocatori ma anche per i tifosi sarà una sorta di confronto tra quello che cantavano o urlavano una volta, accomunandoci nel senso del ricordo”.

Le prime immagini che le verranno in mente al rientro al PalaVerde?
“Tre cose particolari e personali: la differenza dell’illuminazione da quando si entra a quando si gioca, le luci del campo sono molto soffuse all’ingresso senza pubblico ma poi c’è molto chiarore quando la partita vera e propria inizia. Poi la sala pesi, dove ci ho trascorso giornate intere, e infine il palazzetto ormai deserto quando ci fermavamo io e Marconato o altri compagni a tirare dopo gli allenamenti con le luci soffuse e le tribune completamente vuoto, col custode che cercava di convincerci ad andare via e noi che gli chiedevamo sempre proroghe di qualche minuto. Chiaro che le vittorie e gli stendardi sono le cose più visibili, ma io sono legato in particolare a questi tre aspetti”.

Lei arrivò a Treviso da promessa nel 1994 e la lasciò da campione nel 2005: un percorso importante nella fase decisiva della carriera…
“Sono arrivato a 18 anni quando ero Juniores e guardavo le partite nella tribunetta del settore giovanile. Poi ho cambiato posto all’interno del PalaVerde, mi sono guadagnato un posto in panchina e da lì ho scalato dall’ultimo al penultimo posto fino ad arrivare al ruolo di capitano compiendo l’intero excursus che si poteva effettuare in quella società. Fu decisiva la programmazione di una società come la Treviso di allora, la grande differenza rispetto a 20 anni fa ed oggi è quella; la capacità di programmare alla base del modello sportivo Benetton fu alla base della mia carriera, dal reclutamento al prestito per crescere e farsi le ossa fino all’occasione per dimostrare di poter scalare posizioni. Con me ha funzionato tutto…”.

Dalle prime apparizioni del 1994 al ruolo da protagonista il percorso fu lungo. Quale è stato l’allenatore che l’ha lanciata in maniera decisiva?
“A Treviso disputai due anni di giovanili e poi feci tre stagioni in prestito prima di tornare in prima squadra nel 1999. Il primo a credere in me in maniera fondamentale fu Mike D’Antoni, che mi disse “A me vai bene come sei, gioca e fai quello che sai fare senza pensare ad altro” lanciandomi da protagonista per il mio primo Scudetto nel 2001/02. Poi arrivò Ettore Messina, che aveva un approccio diverso, ma era l’uomo giusto al momento giusto per darmi una maturazione tecnico-tattica di altissimo livello. Quando sono tornato ho avuto rapporti eccellenti sia con Repesa che con Djordjevic: ero nella fase declinante della carriera ma sono stato capitano con entrambi, con Jasmin raggiungemmo finale Scudetto e Final Four di Eurocup mentre quella con Sasha fu un’annata particolare essendo l’ultima dell’era Benetton”.

Nei suoi anni d’oro Treviso era una piazza di grande attrattività per i giocatori, una vera e propria capitale del basket…
“Era un punto di riferimento per il basket di tutta Europa, ricordo tantissimi giocatori che hanno fatto la scalata verso l’NBA o anche ai vertici dell’Eurolega. C’era la vetrina di un campionato importantissimo che ai tempi era definito il migliore d’Europa e c’era la vetrina dell’Eurolega ricordando come Treviso fu tra le fondatrici dell’ULEB. C’era il desiderio e l’aspirazione di competere ai vertici, puntando a vincere il campionato e a raggiungere le Final Four di Eurolega”.

C’è una vittoria o una partita a Treviso che ricorda con particolare piacere?
“Più che un trofeo vinto sul campo la semifinale di Eurolega contro Siena nella quale segnai una tripla decisiva è un ricordo molto piacevole. Ce ne sono tante, dagli Scudetti alle Coppe Italia, che faccio fatica ad mettere in ordine l’una davanti all’altra; quella partita a Barcellona, per l’episodio del canestro al termine di una gara dove né io né la squadra facemmo cose particolarmente egregie, per l’importanza della gara è quella che mi viene in mente prima delle altre”.

Che messaggio lancia ai tifosi di Treviso in vista dell’Old Star Game?
“Venite tutti ed anche di più perchè lo scopo primario è la beneficenza, e questa è una ragione sufficiente per muoversi. Per il resto mi piacerebbe rivedere il PalaVerde pieno, caldo e carico di 20 anni fa e vivere una serata intera all’insegna di ricordi piacevoli per tutti, senza guardare il capello bianco o qualche chilo in più di oggi. Maglie e nomi in campo e la stessa gente che ci ha seguito per un una vita sono eccellenti ingredienti per un evento di quel richiamo e caratura”.

 

 

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