Silvia e Guido, arbitri in prima linea e orgoglio del nostro basket

Intervista della FIP ai due arbitri che nella vita normale svolgono la professione di medici.

di La Redazione

«Quando diventi un medico, fai una promessa e la onori ogni volta che lavori e soprattutto quando c’è un’emergenza. Fai un giuramento per aiutare gli altri». Le parole sono di Silvia Marziali, pronunciate a marzo quando l’epidemia galoppava in Europa e soprattutto in Italia e lei ha dismesso il fischietto per impegnarsi in prima linea nella guerra contro il Covid-19. Quelle stesse parole le avrebbe potute pronunciare Guido Giovannetti, direttore di gara italiano e medico al Policlinico di Bari. Lei ha iniziato ad arbitrare perché l’impegno era meno oneroso, in termini di tempo, rispetto a quello di giocatrice. Lui ha conosciuto la pallacanestro alla Leo Basket di Terni e poi è stato “iniziato” all’arbitraggio dal fratello maggiore Giulio, che ora dirige in A2 Maschile. Lei è nata nelle Marche, lui in Umbria e delle loro radici vanno giustamente molto fieri. Lei arbitra in A2 Maschile e in A1 Femminile, lui in Serie A. Entrambi sono fischietti internazionali, spesso impegnati in competizioni FIBA. Le storie di Silvia e Guido meritano di essere raccontate, non fosse altro perché anche grazie al loro coraggio ci siamo sentiti ancora più orgogliosi di appartenere alla community della pallacanestro italiana.

 

Marzo, il mondo si ferma. Come in pochi giorni cambia la tua vita?

Silvia: «La mia vita in realtà cambia a gennaio. Prima era scandita da qualche turno con il 118 e da tante partite arbitrate tra Italia ed Europa, poi vengo chiamata dal Ministero della Salute per un incarico di sorveglianza e profilassi negli aeroporti, tutto sommato un posto a me molto familiare. Accetto serenamente, anche se i miei familiari iniziano ad avere timore per quello che si sente in giro a proposito del nuovo virus che si sta diffondendo in Cina».

Guido: «Lavorando in ospedale un vero e proprio cambiamento della routine quotidiana non c’è stato in realtà. La differenza principale rispetto alle attività assistenziali di sempre è stata la condizione nella quale abbiamo lavorato, bardati, con gli scafandri, con un caldo insopportabile e l’impossibilità di bere o andare in bagno per l’intero turno. A questo va aggiunto un importante aumento del monte ore settimanale per coprire tutti i turni. Le vere difficoltà per me sono state queste».

Arbitri

Ultima partita arbitrata, con che spirito?

Silvia: «In Europa, a Valencia il 27 febbraio. La mia prima trasferta con la mascherina. Molte persone non le indossavano ancora e mi sentivo osservata. I telecronisti durante la mia presentazione hanno detto che ero italiana, aggiungendo

“…speriamo non positiva al Covid-19!”. In quei giorni il virus sembrava un dramma tutto nostro. In Italia l’ultima partita di A2 l’ho arbitrata a Trapani l’8 marzo, tra squadre che tornavano alla base in nottata per evitare il blocco delle regioni e partite saltate all’ultimo per giocatori positivi. Ho vissuto il PalaIlio completamente silenzioso, una nuova atmosfera che poi sarebbe diventata una triste normalità».

Guido: «A Trieste ed è stato proprio il giorno prima del lockdown nazionale. Si era appena deciso di giocare a porte chiuse, quindi per noi giá una cosa nuova. Un assaggio di quello che stiamo vivendo in questo momento».

 

In che struttura ospedaliera hai lavorato?

Silvia: «Da quell’incarico di sorveglianza e profilassi in aeroporto mi hanno spostata con urgenza al Porto di Civitavecchia. Vivere un Porto dall’interno è stata una esperienza incredibile: sole, vento, pioggia, umidità nelle ossa. E poi relazionarsi con la Capitaneria di Porto, i nostromi, i marittimi, i comandanti. Nella “normalità” continuavamo nella profilassi e sorveglianza nei pochissimi traghetti che attraccavano da Sicilia, Sardegna e soprattutto dalla Spagna. La questione preoccupante erano le navi da crociera, con tanti casi di positività che si moltiplicavano ogni giorno. Le ASL e gli ospedali erano pieni, i tamponi non c’erano, le persone confinate in quarantena dentro una cabina di 2 metri per 3 per 40 giorni. Eravamo medici fuori dall’ospedale, con pazienti difficili da raggiungere. E’ stata una sfida, bella e difficile. Non è morto nessuno. La più grande vittoria. Ho lavorato fino a fine luglio, poi non ho accettato il rinnovo perché avrei perso la pallacanestro. Nel frattempo continuavo a fare i turni in automedica per il 118 a Frosinone».

Guido: «Sono uno specializzando al Policlinico di Bari e durante la pandemia ho lavorato nel reparto di Medicina Interna Covid. In realtà quello che facevamo non era molto diverso da quello che eravamo abituati a fare, la vera differenza, difficile da affrontare soprattutto all’inizio, erano le condizioni nelle quali dovevamo lavorare».

 

Ci sono stati giorni nei quali hai avuto paura?

Silvia: «Ho dormito una media di 4-5 ore a notte per mesi. Viaggiavo almeno 2 ore al giorno per andare a Civitavecchia o a Frosinone. Non avevo tempo, neanche per pensare e anche quando dormivo non riposavo. Al punto che diverse persone mi hanno detto che parlavo nel sonno “…è stata fatta la relazione?” “Domani chi si occupa dei tamponi?” “La lista c’è?”. Ho avuto paura quando tornavo a casa dal mio fidanzato, dopo essere stata a contatto per ore con persone positive».

Guido: «Tutti eravamo consapevoli, e lo siamo ancora adesso con la seconda ondata, che c’era e c’è tuttora bisogno di dare una mano, di mettersi a disposizione della comunità. “Fortunatamente”, non vivendo con la famiglia non c’era la paura, che invece hanno purtroppo molti colleghi, di portare a casa il virus. L’ho vissuta con lo spirito che andava fatto e basta, per il bene di tutti».

 

Il rapporto con la pallacanestro si è interrotto…

Silvia: «Avevo un quarto di finale in Francia nella prima settimana di marzo ma l’ho rifiutato prima che si sapesse che comunque l’avrebbero annullato. Dalle ultime due gare arbitrate ho chiuso e mi sono focalizzata solo sul mio lavoro di medico. I nostri responsabili di A2 Maschile e FIBA hanno organizzato lezioni di Zoom per tenerci attivi e per continuare a lavorare, ho potuto iniziare a seguirle non prima di Giugno».

Guido: «Da marzo a fine agosto, quando ho potuto arbitrare la prima partita di Supercoppa. Per un verso è stata una fortuna ricominciare, con tutte le tutele che abbiamo, ma ovviamente siamo ancora lontani dalla pallacanestro che c’era prima».

 

A un giocatore mancava giocare, a un arbitro manca arbitrare?

Silvia: «Quando ho ricominciato a focalizzare il mondo intorno a me, a percepire dell’altro oltre al lavoro, ho sentito una grande mancanza della pallacanestro, della mia vita di prima, del campo, anche degli allenatori che se la prendono con me…».

Guido: «Assolutamente sì. Oltre che per la bolgia nei palasport e per la tensione positiva della gara, anche e soprattutto per tutto quello fa da contorno, la trasferta, la possibilità di viaggiare, di vivere cose nuove. Quindi sì, è vero, siamo tornati in campo, ma manca molto per tornare alla normalità».

 

Quanto il tuo ruolo di arbitro ti ha aiutato in corsia e/o viceversa?

Silvia: «Sono due impegni che richiedono capacità immediata di scelta (soprattutto in un ambito di emergenza come il 118), di riconoscimento e comprensione del problema e delle criticità, di trovare quanto prima la soluzione che deve essere per forza quella giusta. Non sarei mai ciò che sono se non avessi fatto entrambi. Sono state per me due facce della stessa medaglia, diverse ma con tante similitudini».

Guido: «Il basket, prima ancora che finissi l’università, mi ha insegnato ad essere lucido anche nei momenti di tensione e difficoltà, e a prendere decisioni in un secondo. Queste due cose mi hanno aiutato molto in corsia. Come si dice, lo sport è una palestra per la vita».

 

Quando hai cominciato a vedere la luce?

Silvia: «Fine giugno, non so come ma i turni dicevano che avevo tre giorni e mezzo di pausa. Siamo andati a vedere il mare in Puglia. Non ci potevo credere».

Guido: «Con l’estate, quando la situazione si è tranquillizzata come numero dei contagi. Purtroppo però era solo il preludio della seconda ondata, che nel Sud ha generato una situazione ancora più grave rispetto a quella di marzo».

 

Sei riuscito ad allenarti durante il lockdown?

Silvia: «Mai. Sono tornata a farlo solo a fine giugno: qualche palleggio a tennis, una corsa di 10 minuti ed ero stanca morta. E’ stato difficilissimo ricominciare. Mi sono infortunata a fine agosto, cercando di recuperare prima possibile: ho caricato troppo e mi è venuta la più classica delle tendiniti. Essere allenatori di se stessi non è per niente facile».

Guido: «Finché il DPCM me l’ha consentito, sono andato a correre di mattina prima del turno. Quando è stato vietato mi allenavo soltanto in casa, ma non con la dovuta costanza vista la situazione».

 

L’assenza degli spettatori condiziona allenatori e giocatori. Succede anche a voi?

Silvia: «Da morire! Il pubblico ti ovatta, ti avvolge con i rumori e le sensazioni, ti aiuta a trovare la concentrazione: sai perfettamente cosa devi fare, perché sei lì in quel momento. Permette anche una relazione più fluida con le parti, sia giocatori che allenatori. Tutti sono più concentrati e quasi “stabilizzati” dalla presenza degli spettatori. E’ una sensazione fuorviante giocare senza pubblico».

Guido: «È molto condizionante. In primo luogo perché psicologicamente è più difficile mantenere alta la concentrazione per tutta la gara nel silenzio di un palasport vuoto piuttosto che nella bolgia. E poi perché dialoghi/proteste di allenatori e giocatori vengono notevolmente amplificate, creandoci più difficoltà nel gestirle».

Cosa provi quando qualcuno minimizza le conseguenze del virus?

Silvia: «All’inizio mi arrabbiavo tanto, non riuscivo a capire come potessero pensare che le persone che sono morte e che hanno sofferto fossero solo invenzioni, o che ci fosse qualche congettura per gonfiare la situazione. Ora me lo lascio scivolare addosso, non posso rovinarmi le giornate se persone che hanno limitata conoscenza della scienza e della medicina dicono che il virus sia una barzelletta».

Guido: «Lo dico senza mezzi termini, in diversi momenti sono rimasto deluso e sconcertato di quanta ignoranza ci sia talvolta nel nostro Paese».

 

Il tuo augurio per il 2021.

Silvia: «La salute, ovviamente. La capacità di affrontare ogni ostacolo, ogni giorno con la lucidità della consapevolezza. In ogni campo».

Guido: «Tornare presto alla normalità, nella pallacanestro, nel lavoro e nella vita di tutti i giorni».

 

 

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